di Silvia Avallone
Maia è morta a 12 anni per un glioma della linea mediana, Micol a 22 per un incidente d’auto mentre era in vacanza. La madre, Margherita Lanteri Cravet, ha scritto “Dopo torno” per tenere vivi i ricordi e, insieme, le sue ragazze
Mentre camminiamo lungo il sentiero verso il fiume Idice, le piante stanno ricominciando a fiorire, è marzo, e la campagna è inondata di sole. Margherita Lanteri Cravet mi fa strada. Conosce bene questo luogo che vent’anni fa era un centro sportivo abbandonato e che Massimo Di Menna, suo marito, nel pieno della malattia della loro terza figlia, Maia, ha voluto acquistare e sistemare. Per lei, e per la comunità. Anche se i medici non avevano dato loro speranze.
Margherita e Massimo hanno perso Maia nel 2020, per un glioma della linea mediana, a 12 anni. Tre anni dopo, hanno perso anche la prima figlia, Micol, in un incidente d’auto durante una vacanza in Marocco, a 22 anni. Questo posto nel frattempo è rinato. Oggi non c’è più traccia di abbandono, anzi: ci sono, oltre a boschi e parchi, una fattoria con diversi animali, un ristorante, un bar, una palestra, un teatro e molti spazi laboratoriali aperti a tutti, associazioni no profit e cittadini, con particolare attenzione alle persone fragili.
Margherita e Massimo non si sono risparmiati. Lui in questo progetto generoso: il Campus dei Campioni, centro sociale immerso nella natura. Lei nel coltivare i suoi talenti per l’arte e la scrittura. Neppure Mia, la loro seconda figlia, si è fermata. Studia all’estero medicina. Ha vent’anni e la vita davanti. Quella vita che diamo per scontata, come fosse eterna. La nostra, e quella dei figli: che vorremmo proteggere, che non ci appartiene.
Mi trovo qui, in ascolto, perché Margherita ha scritto un libro bellissimo, abbagliante: Dopo torno (Pendragon), uscito lo stesso giorno, il 13 marzo, in cui Maia avrebbe compiuto 18 anni. E perché quello che le è successo è la paura più grande di ogni genitore, e anche la mia. Ma di paura non si può vivere.
Ci fermiamo dentro una polla di luce, nel punto in cui l’Idice si biforca e il rumore dell’acqua ci accarezza. Sappiamo entrambe che la morte esiste, e che la scrittura è uno dei pochi modi per vincerla. Per trattenere, in parole belle, le persone che non possiamo più abbracciare, eppure ci riempiono l’anima. Più volte Margherita si indica il petto e lo ripete, piangendo e sorridendo insieme: le mie figlie sono qui.
«Mia e Micol sono il mio dolore» mi dice. «Un dolore che risplende di slanci e dolcezza. Mai potrei soffocarlo, perché le voglio presenti nella mia vita ogni istante. Non mi sono rinchiusa in casa né ho esternato il mio dolore con gli altri. L’ho portato in giro in mezzo alla gente, sorridendo, chiacchierando. Il dolore per me è un compagno fedele, mi mostra come stanno le cose, tiene vivi i ricordi, mi rende forte e saggia, mi fa sentire più intensamente le sensazioni positive, mi ricorda che il tempo va a precipizio. È grazie al dolore che ho scritto questo libro».
Un romanzo in cui le figlie tornano al mondo. Nessuno dei vivi può vederle né toccarle, ma loro sì. Possono fare scherzi ai passanti e assistere alle conversazioni intime di chi è sopravvissuto, litigare e ridere forte. Dopo torno proviene da un doppio lutto devastante, ma è pieno di gioia, di attaccamento alla vita, persino di leggerezza.
«Leggerezza come la intendeva Calvino» puntualizza Margherita, «essenzialità, rinuncia al superfluo. Reazione al peso del vivere. Al nonsenso, all’orrore».
Come si fa a vivere dopo? Non sopravvivere, ma proprio vivere, dopo una perdita così grande? Come si fa a perdonare la vita per averci fatto così male? A non farsi trascinare dalla rabbia e dalla tristezza?
«Rabbia, no, non ne provo. Non saprei contro chi rivolgerla. Non è colpa di nessuno se Maia si è ammalata, né se Micol è morta nell’incidente. Il glioma della linea mediana che ha ucciso la piccola non è dovuto a una causa specifica né è genetico. Nel caso della maggiore si è trattato di fatalità, di un concorso di circostanze sfortunate. Potrei arrabbiarmi con Micol, che il giorno prima avevo pregata di non prendere l’auto a noleggio dato che non guidava mai, ma a che pro? Non mi può sentire e non si può tornare indietro. D’altronde, io stessa più di una volta sono salita su auto guidate da amici ubriachi, ben cosciente del pericolo, ma talmente ebbra di vita da pensare: “Se anche morirò, mi basta avere vissuto questa serata perfetta”. Idiota, no?».
Chi non si è messo in pericolo allo stesso modo? Chi non ha rischiato quest’unica vita? Ma quando arriva un figlio, la vita aumenta. E anche il rischio. Da quando sono madre, ho gli stessi difetti di prima, le stesse passioni. Ma la felicità non è più solo mia. Ha una condizione. Ogni giorno mi ritrovo a pregare il destino: tutto, purché loro siano in salvo. Diventare genitori è un mestiere tremendo. Ami chi devi lasciare andare. E ti preoccupi visceralmente per un mondo che non puoi controllare, per vite che non sono la tua.
Come hai coltivato l’accettazione?, le chiedo, ammesso che questa sia la parola giusta.
«Non l’ho coltivata. Si è imposta. Ho avuto nove mesi, il tempo di una gravidanza, per rassegnarmi alla perdita di Maia, pochi secondi per rendermi conto che Micol era morta sul colpo in un Paese straniero, e qualche giorno per capire che l’unica cosa da fare era aspettare – più di un mese – di riportarla a Bologna senza vita. Non posso nemmeno parlare di tristezza. Strazio, annichilimento. L’urlo più feroce e agghiacciante non basta a dargli voce. Accettare totalmente la realtà in ogni suo frammento acuminato, passarci attraverso e ricomporre i brandelli, è quello che ho fatto. Il punto di partenza per risollevarsi. Ricostruire con quello che resta. Come risorse: l’amore per la vita, la voglia di scoprire, di non fermarsi. A Milano, all’Istituto Tumori, sceglievamo le canzoni che Maia avrebbe ascoltato durante la radioterapia, improvvisavamo picnic e mettevamo in scena storie durante le sue sedute di chemio, andavamo in giro per la città appena si sentiva meglio. Ci incaponivamo a fabbricare ricordi luminosi. Non possiamo controllare il corso di tutti gli eventi, ma con quale spirito affrontarli dipende da noi: in questo siamo liberi. Nella nostra fragilità estrema possiamo mostrare dignità e grandezza».
Quello che più ostinatamente cerco è l’incontro con persone che mi testimonino come la vita resti più vasta, ribelle e luminosa di qualunque male. Come l’umanità possa abbracciarlo piangendo, litigandoci. Eppure, non lasciargli l’ultima parola.
«Mi sento privilegiata. Dopo la perdita di Maia ho potuto buttarmi a capofitto nelle mie passioni, trascurate per decenni, da madre lavoratrice con tre figlie e un marito dedito al lavoro. Sono fortunata per la mia smania creativa: pittura, scrittura, teatro, uncinetto, gioielli. L’entusiasmo di fare mi ha salvata. Creare è la cura più potente».
Margherita ha 56 anni. Oltre alle sue molte passioni, si occupa per lavoro della comunicazione per il Comune di Bologna. Ha folti ricci, vestiti colorati, e occhi chiari che esprimono senza difese sia la vitalità che la sofferenza. Il lutto rimane. Eppure, lei ha fatto in modo che le restituisse sé stessa.
«Dopo l’incidente di Micol sarei dovuta soccombere, ma ero sopravvissuta una volta e sapevo che su di me potevo contare: guardandomi dentro per attingere forza, le ho ritrovate lì, le mie figlie. E ho deciso di dedicarmi alla scrittura: scrivendo di loro, per magia, riga dopo riga, riacquistavano vita, sostanza del mio presente. Céline, nel suo Viaggio al termine della notte, scrive: “È forse questo che si cerca nella vita, la più grande pena possibile per diventare sé stessi prima di morire”. Mai cercata, ovviamente, però è vero, mi sono conosciuta fino in fondo, e ho recuperato la mia passione più remota e profonda: la scrittura».
Non c’è un modo giusto per attraversare il dolore. Come non ce n’è uno per vivere, amare, scrivere. Ognuno deve trovare il proprio fuoco, e illuminare il resto. Margherita è uno spirito libero, indipendente. Mi sta insegnando che possiamo sempre e ancora ripartire da noi. Dai nostri desideri, dalle nostre ambizioni.
«Nessuno in famiglia si è fermato» mi racconta mentre torniamo verso l’edificio del Campus. «Ognuno ha continuato a costruire il proprio percorso, a lavorare per la realizzazione dei suoi progetti, ed è stato provvidenziale. Se uno dei tre fosse crollato, forse avrebbe trascinato nel baratro anche gli altri e non ci saremmo più risollevati. Invece ognuno è stato di sprone e conforto per gli altri. Un aiuto enorme, molto più che trascorrere giornate a piangere insieme».
Il dolore, di per sé, lasciato a sé stesso, senza una nostra reazione costruttiva, credo non ci migliori, e non unisca. «Non ci ha uniti di più infatti – un dolore così gigantesco va affrontato da ognuno a suo modo, in fondo alle proprie viscere, alle radici di sé stessi –, ma nemmeno ci siamo allontanati. Mia si è imposta di reagire (e di darmi l’esempio): a 17 anni, il giorno dopo il funerale di Maia, ha stabilito che saremmo andate insieme all’Istituto Tumori a Milano a salutare i medici e gli infermieri che avevano curato la sorellina, in modo da porre termine, mi disse, alla vicenda e ricominciare. Per andare al funerale del suo migliore amico che si era suicidato, ebbe l’idea di fare scalo a Catania (volo Bologna-Zurigo) e quella mattina trascorremmo quattro ore nel sole della Sicilia a fare colazione al mercato del pesce e a visitare la città, prima di arrivare alla nostra cupa destinazione, nel gelo della Svizzera».
Raggiungiamo il cancello della fattoria, entriamo. Gli animali, mi spiegherà più tardi suo marito, sono stati scelti uno a uno per la pet therapy. Tra loro c’è una capra che non credevano fosse incinta, e poi ha partorito due capretti. Restiamo in piedi a guardarli nella luce primaverile. Ci sono buchi che non si possono riempire. Ma questo non significa che, intorno, non possano sbocciare con il tempo dei fiori.
Quando Margherita mi racconta i giorni durissimi all’Istituto Tumori di Milano, pronuncia di nuovo una parola che già mi aveva colpita: “privilegiata”. «Mi sono sentita una privilegiata, sì, tutelata dal mio contratto di lavoro stabile che mi permetteva di mantenerlo e di usufruire di aspettativa retribuita, sostenuta da mezzi che mi davano la possibilità di abitare con mia figlia in un appartamento in una città cara come Milano. Ma intorno a me ho visto molte situazioni differenti. Madri sole che avevano perso il lavoro, e che non riuscivano a sostenere i costi di un alloggio nonostante fosse indispensabile tornare ogni giorno in ospedale per le terapie. Occorre prevedere aiuti materiali, strutture a disposizione delle famiglie, docenti di supporto ai ragazzi che non possono frequentare la scuola, sostegno psicologico, organizzare una rete solidale tra le famiglie coinvolte, coordinare le associazioni attive in questo campo come Bimbo Tu, Ageop, ABIO».
Sì, bisogna aiutare. Non lasciare nessuno indietro, solo. Ci vuole un’intera comunità intorno a ogni famiglia, colmando ogni divario, curando ogni dolore. Dare alla luce un figlio, significa, anche, darlo in pasto al pericolo. Malattie, incidenti, violenze. Convivere con l’angoscia. Eppure, abbiamo scelta?
«Meglio senza vincoli e in giro per il mondo che protetti e oppressi da sensi di colpa e paure! Mio padre ha provato a tenermi sotto controllo, ma poi mi ha permesso di venire a studiare, dalla Liguria, qui a Bologna e ho goduto di totale libertà. Difficile negare ai figli quello che hai avuto. Certo, ho sempre cercato di metterle sul chi va là, ma senza venire ascoltata, temo. I ragazzi si sentono immortali. Splendido e spaventoso. Mia viaggia sola anche in paesi del Terzo Mondo, io sto in pena, ma come impedirglielo? Noi non siamo solo genitori, ma tanto altro. Con l’esempio dobbiamo mostrare ai nostri figli che diamo valore alla nostra vita indipendentemente da loro. In questo modo si sentiranno leggeri, liberi, ci stimeranno e riempiranno la loro vita di significato».
È ora di pranzo. Saliamo all’ultimo piano dell’edificio del Campus, dove si trova il ristorante e pizzeria con la splendida vista sulla campagna e sul fiume. Ordiniamo entrambe una lasagna. Rimaniamo due ex studentesse fuori sede innamorate di Bologna come il primo giorno. Ci raggiunge Massimo, professore di economia all’università e ingegnere, che infonde anima e corpo a questo luogo affinché sia d’aiuto a più persone possibili, porto accogliente per tessere incontri e amicizie, per fiorire in mille esperienze creative, sportive, educative. Per rendere onore a questa vita.
Prima di andarmene, mi torna nitido il ricordo di una fotografia che Margherita mi aveva inviato tempo fa, di loro cinque insieme. Un’intera famiglia bellissima, unita, felice. D’istinto, avevo pensato che quella felicità catturata dall’obiettivo fosse, in qualche misura, eterna. Glielo chiedo: la vita che vi ha tolto Maia e Micol non potrà mai togliervi la felicità del tempo che vi ha dato insieme, vero? Ed è la stessa felicità che si respira anche nel libro, la stessa che non hai paura di provare continuando a vivere con pienezza.
«È quello che resta, quindi va celebrato. Ho cercato di prolungarlo nel romanzo, e spero con tutto il cuore che per molto tempo la gente legga la storia di queste due sorelle che hanno vissuto solo dodici e ventidue anni e della loro sorellina coraggiosa. Volevo a ogni costo lasciare soprattutto a Mia testimonianza scritta del nostro tempo tutti insieme. Ci sono anche i rimpianti: il pensiero che, sapendo che tutto sarebbe finito, avremmo potuto essere una famiglia più serena. Se potessi tornare indietro, sarei sicuramente più paziente. Certo, non mi posso rimproverare di avere riservato poco tempo alle figlie, questo no. Il tempo non torna indietro: finché viviamo, meglio donarne il più possibile a chi amiamo. Dono che facciamo a noi stessi, perché è grazie a questo che saremo ricordati, e che conserveremo tanti ricordi preziosi».
Insieme a quella foto, Margherita mi aveva scritto un messaggio: «Non abbiamo sprecato il dolore». È una frase che mi è rimasta impressa, e che mi accompagna. Come le ultime parole con cui mi ha abbracciato prima di salutarci: «Neanche l’amore è stato sprecato. Ci soccorre, ci arde dentro. Insieme a tutte le cose belle che ancorano nel presente la felicità perduta. Che danno scacco alla morte».
IL LIBRO
Il 13 marzo, nel giorno in cui Maia, la figlia più piccola scomparsa nel 2020, avrebbe compiuto 18 anni è uscito Dopo torno (Pendragon editore) il romanzo in cui Margherita Lanteri Cravet racconta il suo doppio dolore: due figlie morte a tre anni di distanza l’una dall’altra. Dopo Maia, un incidente stradale in Marocco ha spezzato la vita della primogenita, Micol, 22 anni.
2 maggio 2026 ( modifica il 2 maggio 2026 | 07:54)
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