di
Manuela Croci
Insieme ad Aldo Cazzullo, il mister ha ripercorso la sua lunga carriera da giocatore e allenatore: «A Gullit è difficile spiegare qualcosa, è lui che ti spiega tutto. Cruiff? Spocchioso, ma un giocatore incredibile. Ronaldo pensava solo alle donne»
«A Ferrara ho conosciuto mia moglie. Ero arrivato per giocare nella Spal. Io studiavo geometra e lei faceva le magistrali. Ci incrociavamo “casualmente” in viale Cavour e andavamo a casa a piedi. Un amore che è nato camminando. Lei parlava tanto, io ero sulle mie». Comincia tornando indietro di oltre mezzo secolo («Io e Laura festeggiamo 57 anni di matrimonio») l’incontro tra Aldo Cazzullo e Fabio Capello, al Teatro Comunale di Ferrara.
Il mister ripercorre la sua lunga carriera da giocatore partendo da quel gol indimenticabile a Wembley: «Ho segnato per i 20mila camerieri che lavoravano lì. Gli inglesi avevano promesso alla Regina di vincere come regalo per la figlia che si sarebbe sposata il giorno successivo. Così quando, a fine partita, il telecronista mi ha chiesto a chi volevo dedicare la vittoria, ho detto: ai 20mila camerieri italiani che lavorano qui». E aggiunge: «Una cosa voglio precisarla: il migliore in campo quel giorno non sono stato io, ma Zoff».
E i ricordi riprendono a scorrere con Aldo Cazzullo che ricorda risultati, date, vittorie. «E i fallimenti», aggiunge il mister. Quali sono stati?, chiede l’intervistatore. «Ogni volta che non ho vinto».
Tanti i nomi del passato ricordati. «Il più forte con cui ho giocato è stato Rivera». Da bestia nera del Bernabeu, ricorda le partite contro Cruiff: «Come giocatore era incredibile, un mister molto bravo. Come persona lo definirei spocchioso: come gli olandesi che pensano di sapere tutto». Vale anche per i tulipani del Milan?, chiede Cazzullo. «A Gullit è difficile spiegare qualcosa, è lui che ti spiega tutto», sorride Capello. «Ricordo quando ho portato Sedorf a Madrid: aveva 19 anni. Nell’intervallo di una partita, spiego cosa non va. Lui si alza e dice: dobbiamo fare così. Gli lascio la giacca e gli dico ora l’allenatore sei tu. E vado».
Così la chiacchierata arriva a un giocatore che gli ha reso la vita difficile, Antonio Cassano.
«Ne ha combinate talmente tante che fatico a ricordarle tutte. Insieme a Balotelli sono i due esempi di talenti che si sono persi. Un peccato. Qualche settimana fa ho chiamato Antonio, lui era impegnato con i suoi figli e mi ha detto: la richiamo. Quando il telefono è squillato, mi ha detto: mister, i miei figli mi hanno chiesto, papà a chi dai del lei?».
Dall’Italia alla Spagna, a Madrid Capello ha vinto due volte la Liga. «Lasciare Madrid per tornare al Milan è stato l’errore più grande».
In Spagna ha allenato anche Ronaldo il fenomeno. «Quando Ronaldo è arrivato a Madrid gli ho chiesto: quanti pesavi quando hai vinto il Mondiale? 84 kg. E ora? 94».
«Era un leader negativo. Non si allenava come si doveva e coinvolgeva i compagni. Così con il presidente abbiamo deciso di mandarlo via. Mi chiama Berlusconi e chiede: com’è Ronaldo? Presidente, è bravo. Ma non è un buon esempio, sempre in discoteca, è ingrassato. Pensa solo alle donne. Il giorno dopo la Gazzetta: Ronaldo al Milan».
Un Ricordo di Berlusconi? «Eccezionale, le cose che ha fatto sono state uniche. La tv hanno provato a farla in tanti, ma nessuno è mai riuscito. Ha iniziato e ha ingaggiato Mike Bongiorno. Al primo incontro con la squadra disse: dobbiamo fare la squadra più forte del mondo. Pensavamo fosse un matto… era un sogno e lui quel sogno l’ha realizzato».
L’intervista continua in un flusso di ricordi tra Russia, Cina, Roma, Milano, Madrid… tutti i posti dove ha allenato. «E dove mia moglie mi ha sempre seguito». Così a lei abbiamo chiesto la città a cui si sente più legata? «Madrid, per questa città ho un legame unico».
E a questi si aggiungono anche tanti passaggi personali che Aldo Cazzullo porta a galla regalando alle centinaia di persone che affollano il teatro un ritratto nuovo di mister Capello: il nonno andato in Ungheria, le foibe («un ricordo troppo spesso e troppo a lungo messo da parte»), fino al rapporto con Burri e con Pasolini: «Ci vedevamo a Grado, con lui io volevo sempre parlare di cinema, lui mi chiedeva solo di calcio… facevamo un po’ e un po’».
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2 maggio 2026
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