di
Mohammad Tolouei

Lo scrittore racconta la vita nella capitale iraniana e le cene tra amici: «Durante la guerra si era più uniti, con la tregua di nuovo divisi»

Durante la guerra, Teheran era così vuota: c’era un’atmosfera più intima, più gentile. Con poche persone per strada, e ancor meno nella metropolitana e nei ristoranti. Poi, di notte, la folla ribolliva: chi scendeva in piazza sventolando la bandiera iraniana, chi si dirigeva verso ristoranti e caffè munito di bottigliette d’alcol fatto in casa. Teheran si divideva in due, eppure queste due anime convivevano. Un equilibrio silenzioso dove chi era rimasto in città rispettava le idee degli altri che erano rimasti come lui – o forse eravamo così pochi che questo enorme divario, rispetto ai missili e alle bombe guidate via satellite, risultava tutto sommato sopportabile.

Era come se il fatto di non essere andati via, di condividere il destino sotto le bombe, ci avesse dotato tutti di una sorta di tolleranza epicurea. Esistiamo, moriamo e tolleriamo le idee degli altri. Dopo il cessate il fuoco, di nuovo Teheran si è riempita e la frattura si è approfondita. Quelli che per paura si erano rifugiati in provincia adesso erano tornati, alterando quell’equilibrio fondato sul rispetto reciproco: nella metropolitana venivano ripetuti messaggi sull’osservanza del velo islamico e in strada, ai posti di blocco, facevano scendere gli automobilisti dalle auto e li obbligavano a girare su se stessi per controllare che non fossero ubriachi. 



















































Hanno fatto sfilare lanciamissili verniciati di rosa accanto a ragazze velate; a Berlino, un giovane ha rovesciato del ketchup sulla giacca di Reza Pahlavi; alle tre di notte, Trump ha pubblicato 18 post sul suo social network; Tucker Carlson, uno dei principali sostenitori di Trump negli Usa, ha detto che Trump è schiavo di Netanyahu; e infine, all’Hotel Hilton, durante una cena con Trump e i giornalisti, c’è stata una sparatoria. Durante il cessate il fuoco il mondo sembra impazzito. Ogni giorno si ha notizia di qualche cambiamento sui luoghi dei negoziati e le delegazioni, ogni giorno i mediatori dicono qualcosa di diverso, mentre la guerra è ancora alle nostre porte. E ci logora la mente, ci consuma poco a poco.

Una guerra che avrebbe dovuto portarci libertà non ha portato altro che morte tra bambini e civili. Ora è passata dalla fase militare a quella economica, a un blocco navale, ma più di tutto è psicologica. Hanno dimenticato che ruolo gioca il dolore nella costruzione del futuro. Noi iraniani siamo un popolo che da anni soffre, che vive sotto sanzioni coltivando il desiderio di una vita normale: per questo siamo più capaci di sopportare il dolore. Possiamo sopportarlo perché è sempre stato con noi, parte di noi. In questi giorni ero a una cena con alcuni amici. Si lamentavano della disoccupazione, della mancanza di denaro e di futuro. Ognuno dava sfogo al suo malessere: chi raccontava di essere stato licenziato, chi di avere sempre meno risorse mentre i prezzi continuano a salire.

Io rimanevo in silenzio. Uno di loro ha detto: «Tu te la passi bene, non dici niente. Di certo hai un lavoro, le conoscenze giuste». Ho risposto: «Sono due anni che mi è vietato lavorare, ci sono abituato.» L’altro ha ribattuto: «Quando chiuderanno del tutto lo spazio aereo, allora sentirai il colpo anche tu». Si diceva che la chiusura dello spazio aereo dell’Iran fosse imminente, e proprio questa voce aveva fatto schizzare il dollaro alle stelle. Potevo mangiare un po’ meno, indossare vestiti vecchi e tirare la cinghia, perché avevo già passato un lungo periodo ad adattare le mie abitudini, a vivere di conseguenza. Ma per loro il colpo era appena arrivato. Erano agitati, si lamentavano. 

Questa è la nostra situazione: una tempesta economica in arrivo, già se ne sente il rumore, ma la maggior parte della gente ha imparato da tempo ad autoregolarsi. È abituata ad adattarsi, può ridurre tutto al minimo indispensabile. Sopravvivere è la prima e l’ultima priorità di tutti. E questa forse è la differenza più importante tra noi e i Paesi che ci circondano, e perfino tra noi e l’Europa e gli Stati Uniti. Sotto pressione esterna, negli iraniani cresce il senso di appartenenza alla cultura, alla storia e agli antenati. Torniamo a percorrere strade già battute. La resilienza economica, in una terra che ha sempre affrontato carestie, siccità e invasioni straniere, è una delle nostre capacità più radicate. Ci siamo abituati.

2 maggio 2026 ( modifica il 2 maggio 2026 | 23:00)