di
Mara Gergolet
Il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius: «Se vogliamo restare translatlantici dobbiamo rafforzare il pilastro europeo della Nato»
Minimizzare, smorzare, smussare. La risposta tedesca a Donald Trump è affidata a Boris Pistorius, il ministro della Difesa: «Era prevedibile che gli Stati Uniti potessero ritirare truppe dall’Europa, inclusa la Germania», ha detto Pistorius, aggiungendo che «se vogliamo restare transatlantici, dobbiamo rafforzare il pilastro europeo all’interno della Nato». Un ragionamento che è diventato il mantra della politica europea.
Sono circa 38 mila le truppe americane in Germania, e dovrebbero essere ridotte del 15 per cento — se il disegno di Trump andrà in porto —, ossia a 33 mila nei prossimi 6-12 mesi. Anche nel primo mandato Trump lo aveva più volte minacciato. Si era già ipotizzato un taglio di 9.500 militari, poi annullato dal successore Joe Biden. Durante la guerra fredda, gli Stati Uniti avevano in Germania 200 mila soldati, con un picco nel 1985 di 246 mila unità.
Trump si è risentito con Friedrich Merz perché il cancelliere aveva detto che l’Iran ha «umiliato» gli Stati Uniti. In realtà, sia la Germania che la Gran Bretagna sono cruciali per la guerra in Iran: senza la base britannica di Fairford o l’hub logistico di Ramstein l’attuale attacco sarebbe impensabile. Una guerra come quella contro Teheran non si può fare dalle portaerei senza supporto a terra.
La proiezione americana è stata possibile proprio grazie al suo entroterra europeo. Tanto che Trump nella seconda visita di Merz a Washington, ad aprile, l’aveva pubblicamente ringraziato per la concessione delle basi. Ed è questo che ha ricordato Pistorius ieri, quando ha affermato che la presenza americana nel Paese resta «nell’interesse» della Germania e «nell’interesse degli Stati Uniti», perché le truppe svolgono una funzione di «dissuasione collettiva». L’America, per Pistorius, in Europa non sta facendo beneficienza.
Le preoccupazioni però sono più profonde di quanto le reazioni lascino trasparire. Si colgono nelle parole dei pesi massimi, come il premier polacco Donald Tusk: «La più grande minaccia alla comunità transatlantica è la disintegrazione in corso della nostra alleanza. Dobbiamo fare tutto il possibile per invertire questa disastrosa tendenza».
Nei circoli militari e geopolitici ieri ha dominato un’altra constatazione. Il taglio delle truppe era preventivato. Ma è arrivato come una sciabolata il possibile rifiuto degli Usa di fornire ai tedeschi le capacità di missili a lungo raggio. Cruciali per la deterrenza anti-russa. Nonostante tutto il parlare del riarmo tedesco, la Germania produce zero missili balistici. È un nano nel settore, completamente dipendente dai sistemi Usa.
Per questo, è stato molto dibattuto un post dell’esperto militare Christian Mölling: «La possibile riduzione delle forze statunitensi dalla Germania non è principalmente una storia da 5.000 soldati. La questione chiave è la capacità che potrebbe non arrivare: i Long-Range Fires terrestri degli Stati Uniti come ponte per colmare il divario europeo nel Deep Precision Strike». E nota che «gli Stati Uniti detengono un monopolio di fatto all’interno della Nato. Sul piano operativo, la questione è più seria del numero di truppe». E non è passato inosservato neppure il timing dell’annuncio del ritiro di Trump: dopo una telefonata con Putin.
2 maggio 2026
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