di
Tiziano Grottolo

L’alpinista scrittore: «Ho scritto per uscire dall’inferno ma non riesco a dimenticare le mie paure. ​Ho 76 anni e apprezzo ogni minuto perché non so quanto tempo mi resta»

Contadino, scarpe grosse, cervello fino. Un modo di dire che si adatta perfettamente all’alpinista Mauro Corona. Dietro all’immagine del burbero uomo di montagna c’è uno scrittore capace di citare a memoria brani e poesie dei suoi autori preferiti, da Borges a Pessoa, passando per Macedonio Fernández, Magris, Cechov e tanti altri. Corona sa giocare con le proprie contraddizioni e non ne fa mistero. Nonostante la sua grande cultura, riesce a mantenere la sua vena popolare, che tanto piace al suo pubblico. Snocciolando un numero impressionante di citazioni letterarie, lo scrittore-alpinista-scultore continua a sottolineare il suo lato umano, fallibile: «L’apoteosi del somaro», la chiama. Poi aggiunge: «Non valgo nulla ma riempio un teatro. Avrei voluto scrivere libri più belli, mi sono preso qualche piccola gloria, ma sono state soprattutto immeritate». Un’umiltà forse un po’ forzata per chi ammette di esser stato anche molto egoista: «Ho vissuto a modo mio, sprecando poco tempo ma facendo soffrire gli altri e questo un po’ tormenta le mie notti». Ad ogni modo, Corona riesce a mantenere un’immagine verace — cosa rara in questi tempi artificiali — che lo rende un grande intrattenitore.

Fedele a sé stesso

L’alpinista non ha deluso le aspettative in occasione dell’incontro organizzato nell’ambito del Trento Film Festival, che lo ha visto sul palco assieme alla figlia Marianna (nata dalla relazione con Francesca De Damiani). Da parte sua, Corona senior si presenta fedele al suo personaggio, indossando l’iconica bandana, maglietta a maniche corte, gilet, pantaloni tecnici e scarponcini. In una mano un toscano (spento), per dissetarsi niente acqua, solo vino (due bottiglie di marzemino e teroldego). Per l’occasione, lo scrittore si è portato appresso — partecipazione fuori programma — l’ormai inseparabile Costante Biz, in arte «il Poiana», esperto imitatore dei richiami degli uccelli. Sarà proprio «il Poiana» — tra gli scroscianti applausi del pubblico divertito — a intervallare i vari interventi della serata.



















































L’infanzia in Trentino

Lo scrittore ha imposto il suo ritmo al povero Simone Marchi, il moderatore che si è trovato fin da subito in balia del carattere vulcanico di Corona. Per prima cosa lo scrittore chiede di accendere le luci sul pubblico, perché lui la gente la vuole vedere. Poi, come se fosse un politico navigato, strizza l’occhio alla platea ricordando le sue origini trentine: «Son cinquant’anni che vengo al Festival ma è sempre emozionante. I miei genitori erano ambulanti, sono nato per strada tra Pinè e Trento. A Baselga ci sono stato sei anni. Quando mi fa comodo, mi sento trentino, altre volte friulano». Di sé sentenzia: «Non ricevo molti applausi perché sono antipatico». Il pubblico non concorda e applaude. È lo stesso Corona a dare il via al Poiana per la prima imitazione: un merlo (seguiranno tordo bottaccio, fringuello e usignolo).

Il tempo che scorre

«Ho 76 anni e ora apprezzo ogni minuto perché non so quanto tempo mi resta. Sono stato un cattivo marito e lo sono ancora — ammette Corona — ma credo di essere un buon padre. Mentre crescevo i miei figli portandoli a scalare, insegnandoli a scolpire e a fare legna per l’inverno, volevo dar loro una visione del mondo della montagna e delle sue necessità. Ho capito subito che non avevano il desiderio di andare in città. Da adulti ci si può allontanare per curiosità, per necessità, ma poi le radici ci riportano a casa. Fossi cresciuto a Milano e trapiantato a Erto, allora non ce l’avrei fatta, ma qui ho trovato quello che mi serviva». 

Superare le paure con la scrittura

L’alpinista di Erto sottolinea l’importanza etica dello scrivere, che può servire a preservare la memoria ma in fondo presenta anche un lato vanitoso da parte dello scrittore. «Io non sono un uomo coraggioso, ho cercato di esserlo ma ci sono riuscito solo in parte. Ho scritto per uscire dall’inferno, ma quando scalo o scolpisco non riesco a dimenticare le mie paure, le indecisioni, le insicurezze e le fragilità della vita». La felicità per Corona? «Non certo quella dei premi letterari, ma piuttosto quando scopri che le tue figlie stanno bene e hanno superato la malattia. Sono contento se, tornando da una visita, mi dicono: “Papà, tutto a posto”. Ecco, in quel momento sono un uomo davvero felice anche se la paura resta sempre». Due delle figlie hanno infatti dovuto affrontare un percorso oncologico. In particolare, Marianna ha subito un’operazione per via di un tumore al colon. 

La diatriba con Mondadori

A proposito di paure, per Corona sicuramente un nuovo cruccio è arrivato per colpa di Mondadori, la casa editrice che per un errore ha pubblicato la prima edizione del suo ultimo romanzo, «I sentieri degli aghi di pino», senza un capitolo. «È stato un duro colpo perché mi hanno rovinato il libro. Marina Berlusconi ha una casa editrice guidata da persone eccezionali, tranne nei miei confronti. Allora mi è parso bene mandarli a quel paese (l’espressione è più colorita, ndr) e cambiare casa editrice. A me in fondo non va di fare causa, ma non è detto». Insomma, Mondadori è avvisata. 

L’ultimo saluto

Corona ha infine salutato il pubblico a modo suo: «Vi lascio col mio epitaffio, che non sarà scritto sulla tomba perché mi farò cremare e un po’ di ceneri le darò al Poiana: “Qui giace Mauro Corona, uomo iniquo e perverso, pregare per lui è tempo perso”».


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3 maggio 2026