di
Walter Riolfi

Fino a oggi la correzione ha di poco superato il 10% e i rendimenti delle obbligazioni di Stato sono saliti di 30-40 punti. Ma c’è chi inizia a chiedersi se non sia in vista un brusco cambio di umore e di valutazione

Donald Trump come Saparmurat Niyazov, il dittatore del Turkmenistan, che alla fine del secolo scorso si fece raffigurare in una statua dorata, alta 12 metri, che inseguiva l’arco del sole. Così parrebbe nell’osservare il rendering del grattacielo di cristallo, che il presidente americano vorrebbe costruire a Miami: con il suo nome che campeggia in alto e la statua di lui col pugno alzato, dorata pure quella. Se la megalomania è comune ai due personaggi, il contesto politico è assai diverso. Mentre Niyazov poteva «vantare» il 99,9% dei consensi, come s’addice a un regime dittatoriale, Trump si ritrova con una popolarità crollata sotto il 39%: un record per un presidente al 14° mese di mandato. La guerra all’Iran gli sta costando cara, e ancor più onerosa si sta rivelando per l’economia mondiale e per chi ha investito sui mercati finanziari. 

Borse indecise: brutte notizie o no?

Gli effetti su Borse e bond

I numeri del disastro paiono ancora contenuti e si misurano in cali massimi dell’8% circa a Wall Street, del 10% in Europa e del 13% in Giappone. Nel complesso le borse mondiali, esclusa quella americana, sono scese dell’11%, a segnalare una maggiore sofferenza. I rendimenti dei titoli di stato sono aumentati di 30-40 punti un po’ dappertutto rispetto ai minimi di febbraio e l’inflazione ha alzato bruscamente la testa, con rialzi annui di quasi un punto percentuale in Eurozona (e di ben 9 centesimi su base mensile). L’effetto sulla crescita economica è tutto da vedere ma, a giudicare dagli indici Pmi, scesi di quasi due punti negli Stati Uniti e soprattutto in Europa e prossimi alla soglia di contrazione, possiamo stimare altre revisioni al ribasso del pil. Da noi, la prospettiva della stagflazione (crescita prossima allo zero e alta inflazione) sembra già conclamata. Eppure sulle borse non c’è aria di capitolazione. 



















































Le stime sull’inflazione

Lunedì 30 marzo, Wall Street aveva tentato il rialzo, benché il petrolio americano (Wti) avesse toccato il massimo dal maggio 2022 e la benzina avesse raggiunto i 4 dollari al gallone, come al tempo dell’aggressione russa all’Ucraina. Basta guardare le stime prodotte da Goldman Sachs per rendersi conto che questa crisi è considerata un transitorio temporale: la banca, pur fingendosi preoccupata, vede l’inflazione americana (Pce) salire di due decimali al 3,1%, o al 3,6% nel peggiore dei casi, e quella core al 2,6% (quando a gennaio era al 3,1%). Il pil aumenterebbe solo del 2,1% (o dell’1,9% se tutto va male): uno scenario tutt’altro che preoccupante, né da stagflazione e tantomeno da recessione. È un po’ più severa con l’Europa, prospettando un’inflazione al 3,2% (ma è già salita al 2,8% in Germania!) e una crescita del pil di appena lo 0,7%. S&P Global dice di veder nero e predice un’inflazione al 5% a maggio in Eurozona e, mentre addita la «recessione», stima un pil in crescita dell’1%, poco meno di quanto ci si immaginava a gennaio. Altro che capitolazione. 

Borse indecise: brutte notizie o no?

Martedì 31 marzo, Wall Street è ripartita alla grande, complici le ricoperture, con gli indici in volo del 3%, e solo perché Trump ha fatto intendere di voler chiudere la guerra, con lo stretto di Hormuz chiuso alla navigazione. Quasi una ritirata, pur affermando d’aver vinto. Gli operatori studiano i grafici, guardano la statistica e dicono che il pattern (come chiamano lo schema presunto ricorrente) somigli a quello del Liberation day, quando l’S&P volò del 40%, o come il dopo Covid, quando Wall Street inanellò rialzi su rialzi per 22 mesi. E non vedono che qualcosa di diverso c’è stavolta: nel primo caso perché Trump non può fare una impune retromarcia nella guerra in Iran e, nel secondo, perché non ci sono più soldi da regalare ai cittadini. Considerando la maggior spesa per interessi, la restituzione di quanto incassato con le tariffe, i costi della guerra, il deficit 2026 degli Stati Uniti salirebbe come minimo a 2 mila miliardi (dagli 1,85 stimati due mesi fa), il 6,4% di un pil supposto in crescita dell’1,7%. E il debito nazionale arriverebbe al 132% del pil. 

Il contesto

E paiono scordarsi che nel frattempo non si prospetta alcun taglio ai tassi Fed (dai due immaginati prima), che i miracoli attesi dall’One Big Beautiful Bill di Trump sono svaniti, che sono state riviste al ribasso le stime di crescita nei settori del software e di chi produce memorie, che i fondi di private equity non riescono a far fronte ai riscatti e che tutti i costi delle materie prime, compresi quelli per produrre microprocessori, sono volati. E c’è pure un grosso problema negli approvvigionamenti: impedimenti reali, e non rischi, che, per bene vadano le cose nella guerra all’Iran, sono destinati a durare lunghi mesi, non settimane. Non a caso, il prezzo del petrolio è rimasto sui massimi anche dopo la poco credibile retromarcia di Trump. 

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Le prospettive

In tutto questo marasma suonano strane le stime di crescita degli utili societari (2026) ritoccate di settimana in settimana sempre al rialzo; previste in crescita del 15,6% a inizio anno, sono salite adesso al 18,8% (dati Lseg). La svizzera Vontobel paventa invece il rischio di un Minsky moment, ossia di un crollo dei mercati dopo un lungo periodo di stabilità ed euforia. «Il mercato continua a raccontarsi una storia rassicurante — dice Alberto Tocchio di Kairos — pensando che questo choc resti confinato all’inflazione, un po’ di volatilità, ma niente di sistemico». Tutto dipende dalla durata, aggiunge, e allora il «paragone non è più con il 2022 o il 2025, ma con il 2007-2008». «Il mercato è combattuto tra la tesi della maggior distruzione di approvvigionamenti dell’era moderna e la retorica di Washington di una de-escalation», ha detto Neil Crosby di Sparta Commodities. Anche con la fine delle ostilità, «riparare tutti i danni richiederebbe mesi». Senza contare che, «l’apertura dello stretto di Hormuz è ben lungi da essere garantita».

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3 maggio 2026