“Sembrava che dovessi vincerlo per forza – ha raccontato lo Squalo -. In realtà fu quello della riconferma. Diverso da tutti”
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3 maggio – 14:39 – MILANO
Niente come i figli che crescono ci ricorda che il tempo ha molta fretta. Emma è nata prima del Tour de France vinto, ormai è una ragazza: “Ha 12 anni, ma è la solita coccolona”. Miriam ne ha due e mezzo, è venuta al mondo quando Vincenzo Nibali era un ex corridore da un anno. “È tremenda. Un personaggio. Se qualcosa non le va, ti guarda proprio male”. Nibali dice di essere “un papà Peter Pan, uno che gioca. Non che a casa ci sia tantissimo”. Socio dei suoi storici manager alla A&J, Alex e Johnny Carera, ambasciatore di Crédit Agricole, Continental, Named Sport e Ducati, con la quale “stiamo progettando una nuova bici di qualità, totalmente italiana, un progetto ambizioso contro i grandi colossi”, Vincenzo non ha il tempo di guardarsi troppo indietro. “Ho smesso al momento giusto, ero contento e lo sono ancora, nessuna nostalgia”.
Sono passati dieci anni dalla tua seconda vittoria al Giro. Sembra ieri.
“Mi fa più impressione pensare che sono già quasi quattro anni che ho smesso. Correre è stata sempre la mia priorità, la mia libertà, posso dire di aver fatto la cosa più bella del mondo: mettere insieme sport, lavoro e successo. E poi non soltanto ho vinto, sono riuscito anche a rivincere. Più di così…”.
Qual è il primo ricordo del Giro di dieci anni fa?
“Ero stressatissimo. Ma questo anche 15-20 giorni prima del via, quell’anno andava così… Io poi il Giro lo amavo e lo odiavo. Lo amavo perché è il Giro, ero cresciuto sognando quella corsa lì, come tutti. Lo odiavo perché sembrava che dovessi vincerlo per forza, correvo con il peso di dover arrivare primo. Sentivo che la gente si aspettava tanto da me. Tutti, anche voi”.
Stavi male quell’anno?
“Non è mai stato sottolineato tanto, ma io nel periodo del Giro ho sempre sofferto di allergia e questo un po’ mi frenava. Mi bruciavano gli occhi, cominciavo a respirare peggio, mi sentivo gonfio. Poi facevo i test e mi dicevano: non risulta niente, sei un falso allergico. Eppure stavo male, a eccezione di alcuni posti: in montagna per esempio stavo meglio. Ma non mi sono mai lamentato troppo”.
Fino a tre giorni dalla fine fu un mezzo disastro.
“Lottavo, ma mentalmente non ero libero. Soffrivo. Ho attaccato ad Asolo, ricordo che litigavo un po’ con Valverde. Non era come adesso che sembrano tutti amici, noi in corsa duellavamo alla grande”.
Il momento più difficile?
“La crono all’Alpe di Siusi, una giornata che andò proprio male. Male male”.
Invece la tappa del Colle dell’Agnello rovesciò il Giro. Quella mattina a Pinerolo ci credevi?
“Pensavo al podio, Valverde era molto vicino e arrivare secondo o terzo non era impossibile, anche perché lui sopra i duemila metri soffriva. Si parla sempre delle Dolomiti, ma in quel Giro le due tappe finali erano le più dure, e non le teneva in considerazione nessuno. Tuttavia erano le salite lunghe, quelle più adatte a me”.
Finì con le braccia al cielo e un lungo pianto piegato sul manubrio al traguardo di Risoul. Che cosa c’era in quel pianto?
“Era una liberazione. Non pensavo che avrei vinto il Giro, neanche in quel momento. Mi resi conto solo più tardi, dopo la conferenza stampa, che la vittoria era alla mia portata. Martinelli mi mise in mano la classifica, mi disse: guarda un po’ dove sei”.
È vero che volevi ritirarti?
“Io non l’ho mai pensato, piuttosto avrei preferito arrivare ultimo. Il Giro l’ho sempre finito. Ma quell’anno tutti pretendevano di sapere cosa dovevo fare, c’era chi diceva che avrei dovuto abbandonare. Pensa cosa mi sarei perso. Anche il Tour l’ho lasciato solo quando mi ruppi la vertebra sull’Alpe d’Huez e l’anno di Rio, ma in quel caso era programmato, per andare ai Giochi. Non si lascia una corsa a metà, può sempre cambiare qualcosa, guarda cos’è successo sulle Finestre l’anno scorso”.
Guarda cosa successe su e giù dal Colle dell’Agnello nel 2016.
“Quel giorno doveva andare in fuga Fuglsang, invece ci si infilò Michele Scarponi. Così mi ritrovai con una pedina fondamentale davanti”.
Kruijswijk, in maglia rosa, si ribaltò nella neve.
“Anche perché io avevo spinto forte in discesa. Mi ricordo che con Chaves ci fermammo e ci guardammo: che facciamo? Io gli dissi: sei la maglia rosa virtuale, decidi tu. Io da solo non sarei andato, invece trovammo Molina che tirò forte e dietro non si agganciò nessuno”.
Scarponi si fermò ad aspettarti. Stava vincendo la tappa, ma mise il piede a terra.
“Premetto: lui non era un gregario, era un campione. Mi ricordo ancora quando Martino e Vinokourov mi chiamarono: cosa ne pensi se prendiamo Scarponi? Ma secondo voi Scarpa viene a tirare per me? Non ci credevo. Noi eravamo avversari, però avevamo un bel rapporto, ci sfottevamo. Non mi sembrava possibile che volesse correre per me. Invece ha fatto cose incredibili. Al Tour che ho vinto. E poi in quel Giro, un capolavoro”.
Dei tuoi quattro grandi Giri (perché c’è anche la Vuelta 2010) quello che posto occupa?
“È quello della riconferma. Diverso da tutti”.
Avresti potuto vincerne un quinto?
“Non voglio togliere niente a Basso, ma senza quella caduta sulle strade bianche probabilmente il Giro del 2010: avrei tenuto la maglia rosa e sarebbe stata una corsa differente. E forse quello del 2019, quando io e Roglic ci siamo fatti la guerra e invece l’abbiamo persa tutti e due”.
La vittoria che ti dà più gusto rimane la Sanremo?
“Sì, quella fu un bel colpo di scena, una bella mattata. Quella che mi rimane sul groppone invece è la Liegi, ce l’ho ancora qui”.
Quanto è cambiato il ciclismo in questi dieci anni?
“Tanto. È un ciclismo più veloce, molto più giovane, si sono accorciati i tempi. Prima quando passavi tra i professionisti ci volevano tre o quattro anni per arrivare, adesso sono subito pronti. È cambiata la meccanica, le ruote sono molto importanti. Io all’inizio correvo con la bici coi fili di fuori, e coi tubolari. È tutta diversa l’alimentazione: i nuovi metodi scientifici hanno cambiato il mondo, noi eravamo macchine diesel, con carburante più lento e sporco, i nostri panettini di riso, adesso hanno le borracce di carbo che è come fare continuamente il pieno di super, quando pedalo lo vedo anche su di me. Oggi una crisi di fame sarebbe impossibile”.
Ti sarebbe piaciuto correre contro Pogacar?
“Beh, l’ho incontrato all’inizio”.
“Ah, no. Il Pogacar di adesso no, grazie. Tadej sta riscrivendo le regole dello sport. Corre contro la storia più che contro i suoi contemporanei. Gli mancano soltanto Roubaix, Vuelta e Olimpiade, poi avrà vinto tutto”.
Che cos’è per te oggi la bici?
“Faccio ancora dai 10 ai 15mila chilometri l’anno. È svago, divertimento, valvola di sfogo. È un modo per non prendere chili, per fare nuove amicizie, nuove connessioni, pedalare con altri ex corridori, stare vicino a molte aziende, al Giro che è la corsa che mi ha lanciato, quella che ho sempre voluto vincere. Ne parlavo anche con Fabio Aru, adesso riusciamo a dare di più anche ai tifosi, abbiamo più tempo, ci fermiamo a parlare, ci raccontano. Finché corri non lo fai mai, sei come un cavallo da corsa sempre pronto a partire”.
“È cambiato parecchio, cambia ogni giorno. La guerra, l’instabilità politica preoccupano tutti, questi si alzano la mattina e non sai cosa faranno: un giorno dicono una cosa, il giorno dopo il contrario. C’è qualcosa che non va. Sogno che quando tutto finirà sia il ciclismo a tornare per primo nei Paesi che ora soffrono per dimostrare al mondo che sono tornati sicuri. Ma ci vorrà un po’ di tempo”.
A proposito di tempo. Sono passati vent’anni dalla tua prima vittoria tra i pro’: era la Coppi e Bartali, a Faenza. Pavé, tempo infame, tappa durissima. Al traguardo sembravi arrabbiato.
“Macché arrabbiato. Certo, se vedi oggi quelli che vincono la prima corsa, sembra che siano diventati campioni del mondo… Ma non ero arrabbiato, me la sono riguardata anche poco fa: ero solo morto di freddo”.
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