Al liceo era “Kissinger” per l’abilità nella mediazione. La sua ascesa vincente da capo del club nerazzurro
Giornalista
3 maggio – 22:41 – MILANO
Nella vecchia combriccola attorno allo stadio Ossola, da sempre orgogliosa dei successi “del” Beppe – a Varese lo chiamano così, con l’articolo – preparano già il solito brindisi. Il loro compagno di giochi, quello che ammonticchia scudetti in serie tra Torino e Milano, ne ha vinto un altro. Giuseppe Marotta, per tutti semplicemente Beppe, si è ripetuto: ennesimo trionfo in campionato, ma con la carica massima di una società. Questo tricolore, l’undicesimo della carriera, è infatti il primo con la responsabilità di presidente. Il Beppe è a capo dell’Inter per scelta suprema di Oaktree, che per quel ruolo voleva un navigante di esperienza, un uomo di equilibrio tra tutte le anime della società. Uno come Marotta, appunto, che già al liceo classico Cairoli di Varese, dove fra i compagni c’erano Bruno Arena dei Fichi d’India e l’ex ministro Roberto Maroni, tutti chiamavano semplicemente “Kissinger”, come il mitologico segretario di Stato americano, per l’abilità nella mediazione.
la trincea—
Dal maggio 2024 Marotta ha potuto, quindi, salire l’ultimo scalino nel cursus honorum del pallone e adesso, due anni dopo la nomina, raccoglie questa prima purissima gioia presidenziale: è figlia di sudore sul campo, certo, ma anche di buone idee dietro a una scrivania. È stato costante fin dall’inizio il confronto del presidente con i rappresentanti di Oaktree inseriti nel CdA, dall’inglese Katherine Ralph al catalano Alejandro Cano, quasi ogni giorno presenti ai piani alti di viale della Liberazione, più gli italiani Renato Meduri e Carlo Ligori. Decisive anche le mosse sapienti in un mercato senza eccessi, coordinato dallo stesso Marotta e condotto dal direttore sportivo Piero Ausilio con il vice Dario Baccin. Il tutto, a partire dalla prima intuizione estiva, la più importante per la riscossa tricolore: quando Simone Inzaghi fuggiva nel deserto attratto dai milioni arabi, l’Inter aveva prima flirtato senza troppa convinzione con Cesc Fabregas, poi aveva virato con forza proprio su Cristian Chivu, l’allenatore fatto in casa con solo 13 presenze in A da tecnico del Parma. Con questi presupposti, dare le chiavi di casa a Cristian sembrava un deciso azzardo, eppure nell’area sportiva nerazzurra nessuno ha dubitato. “Siete sicuri?”, è stata l’unica domanda innocente posta da quelli del fondo ed è bastato un sì convinto del presidente per spazzare tutte le nubi.
polvere e gloria—
Da quel momento, gran parte del lavoro di Marotta si è concentrato proprio nello scavare una trincea in difesa di Chivu, allenatore capace di entrare nel cuore e nella testa della squadra. Marotta, invece, è restato sempre fedele al suo metodo da realpolitik, sia in questo tris nerazzurro sia negli 8 scudetti bianconeri: 7 stagioni piene più una, la 2017-18, in cui ha lasciato a ottobre, ma il titolo gli viene comunque assegnato dagli almanacchi. Tra l’altro, nessun altro dirigente in questi luoghi è mai riuscito ad arrivare in doppia cifra di tricolori, lui invece aveva toccato la vetta già nell’anno della seconda stella interista. Ora è a 2 in più rispetto a Gianpiero Boniperti che da presidente operativo e cannibale alla Juve si era fermato a nove titoli. L’amico e maestro Adriano Galliani al Milan era arrivato a 8: bronzo. Poi dietro, a sei, ci sarebbero Italo Allodi e Luciano Moggi. Al conteggio manca solo un trionfo in Europa, lì dove è andato più volte vicino al brivido – ha perso 4 finali di Champions e una di Europa League – e dove vuole riprovare l’anno venturo, con lo spirito di un ragazzino e nonostante i 69 anni compiuti. È la stessa ambizione che in carriera lo ha fatto salire dalla polvere alla gloria. Dallo sgabuzzino dell’Ossola, un magazzino che sapeva di olio e scarpe chiodate, al nuovo lussuoso ufficio con vetrata al decimo piano di un grattacielo. È nella Milano con il naso all’insù, ma vicino all’Ossola Marotta torna sempre il Beppe.
© RIPRODUZIONE RISERVATA