Ingaggiato dopo l’addio di Inzaghi, l’allenatore romeno ha risposto con i fatti ai più scettici. E ha dominato il campionato, vincendo il titolo con 3 giornate d’anticipo


Roberto Maida

Giornalista

3 maggio – 22:41 – MILANO

Non voleva essere Mourinho, voleva essere se stesso. È stato tutt’e due le cose senza neppure accorgersene. Dal 2008 un allenatore dell’Inter non vinceva lo scudetto da debuttante. Più o meno dagli stessi giorni un allenatore dell’Inter non rimarcava pubblicamente di non essere uno scemo, o un pirla. Se questi non sono cromosomi special… Ma esiste anche molto di originale in questa faccenda swing da Anni Venti. Cristian Chivu, che di Mourinho è stato fedele allievo imparando l’arte di conquistare diversi trofei nella stessa stagione, ha cominciato il cursus honorum della panchina bruciando i passaggi. Gli sono bastate 13 partite di Serie A, nelle quali ha evitato al Parma la retrocessione, per meritare l’attenzione di Beppe Marotta. Gli è bastato mezzo campionato per dimostrare ai colleghi marpioni, si chiamassero Conte o Allegri o il sopraggiunto Spalletti, che nessuno avrebbe potuto reggere il suo ritmo.

gli inizi—  

Lo scudetto dell’Inter di Chivu nasce sull’autostrada del Sole, dalle parti del casello di Melegnano. È l’inizio di giugno. Cristian ha indirizzato l’automobile verso Parma, dove lo aspetta l’amministratore delegato Cherubini per firmare il rinnovo del contratto, una formalità dopo la salvezza brillantemente raggiunta. Canticchia una canzone in italiano e fuma una sigaretta quando sul display del computer di bordo vede la luce verde che lampeggia e il nome MAROTTA. Risponde al telefono. “Dove stai andando?”. “A firmare, presidente”. “Ecco allora torna indietro, sei il nuovo allenatore dell’Inter”. Il Mondiale per club incombe, non c’è un minuto da perdere. Dietrofront. Chivu al Parma l’aveva detto: rifiuterò qualunque offerta, tranne una. Questa. Chiama subito la moglie Adelina, esce al primo svincolo possibile, vira verso Viale della Liberazione: poche ore dopo piega e intasca il biennale con l’Inter. La scelta del cuore della quale non pentirsi mai: a breve infatti firmerà il rinnovo fino al 2028. 

Benedetti rifiuti—  

L’Inter in un primo momento aveva pensato a Fabregas per il ruolo di rivoluzionario, dopo le turbolente dimissioni di Simone Inzaghi. Ma quando la coppia Marotta-Ausilio ha capito che non fosse il caso di insistere, la tentazione trasgressiva ha preso corpo: perché non puntare su Cristian, che conosce ogni millimetro quadrato della nostra casa e da allenatore ha attraversato tutti i sentieri del calcio giovanile, peraltro vincendo uno scudetto con la Primavera? Detto, fatto. Con una missione precisa: favorire una transizione non traumatica, rimanendo agganciati alla Champions League. Nessuno gli ha chiesto di vincere subito. E i primi passi effettivamente trasmettono un certo smarrimento: il nucleo storico, sfibrato e sfiduciato, esce dal Mondiale dopo sole 4 partite. In più le opzioni di mercato necessarie a modificare il sistema di gioco, Lookman e Koné, non si concretizzano. Qui Chivu è bravissimo a capire che l’unica strada percorribile per guadagnare credibilità è conquistare i giocatori. Ci riesce. Insiste sul 3-5-2, si accontenta di una campagna acquisti mirata, rinvia i verdetti. E batte il Torino all’esordio: 5-0, bum. 

Difficoltà e rilancio—  

Eppure bastano tre weekend sghembi a nutrire il partito degli scettici: l’Inter perde in casa contro l’Udinese, a Torino contro la Juventus e poi a Napoli. Una domenica e due sabati. A ottobre l’indice di gradimento per l’allenatore tocca i minimi termini. Ma Chivu sfrutta ancora il buon senso, anche a parole: mentre Marotta protesta per l’arbitraggio del Maradona, lui sussurra: “Voglio cambiare questa mentalità basata sulle lamentele”. Lavora e comincia a vincere le partite. Rulla le avversarie più deboli. Inciampa nei due derby, ma tra le sconfitte con il Milan infila 14 vittorie e un pareggio. Delude nella Supercoppa e saluta presto la Champions. Ma in Italia non si ferma più. A Como sigilla con una rimonta spettacolare il vantaggio impacchettando lo scudetto. In faccia a Fabregas, che poteva essere al suo posto.