di
Alessandro Fulloni e Luca Pernice
La morte di Antonella di Vita e di sua figlia Sara, dalle indagini iniziali per omicidio colposo all’ipotesi di reato (a carico di ignoti) per duplice omicidio premeditato. Lunedì la Mobile preleverà telefonini e computer delle vittime
Sara Di Vita, 15 anni, e sua madre Antonella Di Ielsi, 50, sono morte al reparto di Rianimazione all’ospedale di Campobasso rispettivamente il 27 e il 28 dicembre scorsi. Quella che sembrava una semplice intossicazione alimentare si è rivelato un avvelenamento dovuto alla ricina, letale tossina. Inizialmente sono stati indagati per omicidio colposo cinque medici che, per gli inquirenti, avevano sottovalutato i sintomi. Ma quando si è accertata le presenza della sostanza nei corpi delle due donne, la Procura di Larino ha aperto un fascicolo con un’ipotesi di reato diversa: e ora si procede contro ignoti per duplice omicidio premeditato.
Quando sono andate al Pronto soccorso Sara e Antonella?
La sera di Natale. Gianni Di Vita, 55 anni, sua moglie Antonella e la loro secondogenita Sara, da Pietracatella, dove vivono, vanno all’ospedale di Campobasso perché accusano dolori di stomaco e vomito. Intorno all’una di notte vengono tutti dimessi per quella che i medici considerano una semplice intossicazione alimentare a cui segue una gastroenterite.
Perché ci sono tornate all’indomani?
Ma la mattina successiva il nucleo familiare torna nuovamente al pronto soccorso per gli stessi sintomi del giorno precedente: nel pomeriggio tutti e tre, però, vengono nuovamente mandati a casa. Per i medici, le due donne stanno bene, tanto che Sara scherza con uno di loro: «Finalmente torno a mangiare». Una volta a casa, madre e figlia appaiono disidratate. I Di Vita chiamano allora un «intimo amico» di Gianni, infermiere professionale e docente universitario di Scienze infermieristiche a Campobasso. Pratica delle flebo a Sara e Antonella. Secondo le informazioni raccolte dal Corriere, non avrebbe ricevuto alcuna indicazione dai medici, sebbene la prassi preveda che gli infermieri, in questi casi, possano agire in autonomia. L’uso delle flebo, che sono tassativamente sigillate e la cui provenienza è tracciabile, «per ora» non è un fatto che gli investigatori considerano importante.
Cos’è successo il 27?
Le condizioni della quindicenne precipitano il 27 quando, accompagnata in ospedale da un parente, viene immediatamente ricoverata in Rianimazione, dove muore intorno alle 23. In serata nello stesso reparto è ricoverata anche la madre, che scopre lì del decesso della figlia: anche lei si spegne all’indomani mattina. Gli inquirenti hanno accertato che i tre si erano rivolti anche alla Guardia medica.
Perché è partita l’indagine per omicidio colposo?
La Procura di Campobasso, inizialmente competente sul caso, aveva indagato cinque medici per omicidio colposo. Va detto che secondo l’ospedale Cardarelli le procedure mediche erano state rispettate. Gianni, che aveva detto di avere accusato dei malori (ma per i quali non vi sono «evidenze» secondo la Mobile), dopo l’aggravarsi di moglie e figlia era stato ricoverato allo Spallanzani di Roma, specializzato in malattie infettive, venendo dimesso qualche giorno dopo. Anche la figlia Alice era stata ricoverata a Roma, ma solo a titolo precauzionale.
Quanto è stato avvertito il Centro antiveleni?
I primi esami avevano escluso che la morte potesse essere stata causata da pesticida per topi o da una intossicazione per funghi. All’attenzione degli inquirenti soprattutto la cena del 23 dicembre quando al tavolo c’erano le due vittime e l’uomo: l’altra figlia, infatti, era uscita per una pizza con amici. Sotto esame anche pranzo e cena dell’indomani, alla Vigilia, trascorsi con altri familiari. Molto difficile però che la contaminazione sia avvenuta qui, altrimenti (presumibilmente) sarebbero state di più le persone a segnalare malori. Proprio nell’ipotesi di un avvelenamento dovuto ai funghi, lo scrupolosissimo primario di Rianimazione Vincenzo Cuzzone aveva mandato reperti medico-scientifici (e questo già quando Antonella era in vita) al Centro antiveleni di Pavia, massima autorità nazionale.
Perché è scattata l’inchiesta per duplice omicidio premeditato?
Da Pavia è arrivata la notizia, tramite un primo alert verbale alla Procura di Campobasso, della possibile presenza di ricina nel sangue delle due donne. Da qui in poi l’inchiesta ha preso tutta un’altra direzione: non più due omicidi colposi. Ma un duplice omicidio premeditato. Il fascicolo giudiziario è stato trasferito alla Procura di Larino, competente territorialmente: l’eventuale delitto, ovvero l’avvelenamento, sarebbe avvenuto a casa dei Di Vita. A quel punto la notizia è arrivata alla stampa. Qualche giorno fa, sempre da Pavia è giunta la conferma ufficiale che nei corpi di Antonella e Sara c’erano tracce consistenti di ricina. Non in quelle di Gianni, però. Questo non significa che anche lui non sia stato contaminato. Su di lui, le analisi sono state fatte in un periodo successivo e la ricina è una sostanza estremamente volatile, che sparisce subito.
Cos’è la ricina?
La ricina è nota anche perché usata come «veleno invisibile» nella serie tv Breaking Bad: il protagonista (un chimico) la sintetizza e la conserva in una capsula nascosta facendone quasi un «oggetto simbolico» della storia. È estratta dalla pellicola interna del rivestimento del seme del ricino ed è una tossina altamente letale, per la quale non esiste antidoto, cura o vaccino efficace. La ricina è presente nella polpa di scarto prodotta durante il processo di lavorazione dell’olio di ricino. Materiali, però, che sono trattati e detossificati (e poi smaltiti) sotto precise norme. La sostanza ricina viene invece isolata normalmente in laboratori scientifici sotto stretto controllo (viene testata in ambito medico, ad esempio come antitumorale). L’uso criminale e terroristico o come arma biologica prevede un processo di sintesi molto complesso e pericoloso. Pochi milligrammi bastano per uccidere un uomo robusto. Veniva usata dai servizi segreti dell’Est europeo per eliminare dissidenti e oppositori al tempo della Guerra Fredda. Lettere contaminate dalla ricina sono state inviate anche ai presidenti Obama e Trump. In Italia l’uso del veleno è emerso in un paio di casi giudiziari.
Com’è finita la ricina a casa dei Di Vita?
Com’è finita dunque la sostanza sulla tavola dei Di Vita, quella sera del 23, la data più probabile dell’avvelenamento secondo gli inquirenti?
A cena non c’era Alice, la primogenita diciannovenne, uscita per una pizza con gli amici. Interrogato come persona informata sui fatti, Di Vita avrebbe detto di «non ricordare» quel che mangiò con Antonella e Sara. Impossibile, peraltro, risalire ai cibi, visto che i netturbini passati sia il 24 che il 26 hanno portato tutto in discarica. Resta l’interrogativo su come, e dove, la mano che ha ucciso abbia trovato la tossina. Forse acquistandola sul darkweb. Forse «lavorando» i semi — già pericolosi in sé — ottenuti dal ricino, pianta ornamentale che si trova soprattutto nel Meridione. Sono sette od otto i casi, nel 2025, di malori dovuti all’ingerimento casuale dei semi. Tutti terminati senza conseguenze.
Perché lunedì la Scientifica sarà a casa dei Di Vita?
Stamane la Scientifica acquisirà, con un sopralluogo a casa dei Di Vita, cellulari, tablet, computer e chiavette Usb appartenuti a Sara e Antonella. Materiale destinato a trasformarsi in una «copia forense», dunque da utilizzare in tribunale, nel corso di un «accertamento irrepetibile» davanti alle parti. Esattamente quello che è successo con il telefonino di Alice, già acquisito. Un dispositivo che custodirebbe chat con familiari e amici (11 i nomi d’interesse per gli investigatori che andranno a scandagliare i rapporti interfamiliari», gli spostamenti geolocalizzzati della giovane e le «note» su cosa sia abbiano mangiato i Di Vita puntigliosamente dettagliate da Alice. Il materiale sottoposto a verifica risalirà all’indietro sino al 1 dicembre. Resterebbe da acquisire il cellulare di Gianni il quale, per bocca dell’avvocato Vittorino Facciolla che lo assiste, si è detto più che disponibile a consegnarlo al più presto agli inquirenti.
Quante persone sono state interrogate?
Sono circa 100 sinora le persone ascoltate in questura, parenti, conoscenti, compagni di classe e insegnanti delle due sorelle, liceali. Gianni è stato in audizione quattro volte. Tre per sua cugina Laura (la donna che in questo momento lo ospita a casa, assieme ad Alice, in un’abitazione proprio davanti ai Di Vita, in via del Risorgimento) e due per la mamma della stessa Laura.
Gli investigatori — convinti di risolvere il caso e per i quali Gianni e Alice sono parti offese — battono anche piste fuori dall’ambiente familiare, scandagliando vecchi rancori magari dissimulati da chi, con Gianni., un uomo definito charmant, che piace alle donne, e sua moglie, aveva rapporti ravvicinati. Un movente tra gelosie e invidie. In via teorica, potrebbero esserci degli indagati di cui non si è ancora a conoscenza. Le norme consentono infatti di indagare una persona senza che ne sia informata per un periodo di tre mesi che può essere estensibile per altri tre. Consentite anche le intercettazioni.
3 maggio 2026
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