Da giugno il sistema europeo di classificazione per età introduce undici nuovi criteri in quattro categorie inedite: non più solo su contenuti e linguaggio ma anche i meccanismi di engagement e di interazione con gli altri utenti

Per oltre vent’anni il sistema PEGI — Pan European Game Information — ha guidato i genitori nella scelta dei videogiochi appropriati per i propri figli, con le ormai familiari etichette PEGI 3, 7, 12, 16 e 18. Dall’esterno, tutto sembra rimasto uguale. Ma dal prossimo giugno qualcosa cambia in modo sostanziale: undici nuove domande, distribuite in quattro categorie inedite, entreranno a far parte del questionario che ogni casa produttrice deve compilare prima di portare un titolo sul mercato europeo. 

È Dirk Bosmans , direttore del PEGI, a spiegare la logica di fondo: i genitori chiedono da anni risposte non solo sui contenuti tradizionali, ma anche su aspetti concreti della vita digitale quotidiana dei loro figli. «I genitori vogliono sapere: il mio bambino può spendere soldi nel gioco? Quanto? Sta passando troppo tempo davanti allo schermo? Con chi sta parlando? Queste domande esistevano già. Ora abbiamo gli strumenti per rispondere», spiega il direttore nell’intervista rilasciata pochi giorni fa a Corriere.



















































Come funziona il sistema di classificazione: domande semplici, conseguenze precise

Il meccanismo alla base del sistema PEGI è più rigoroso di quanto possa sembrare dall’esterno. Ogni azienda che vuole distribuire un videogioco in Europa deve rispondere a un questionario strutturato in forma di domande binarie: sì o no. Le risposte determinano automaticamente la fascia d’età assegnata al prodotto, seguendo un percorso ad albero che non lascia margine all’interpretazione soggettiva. 

Bosmans ne illustra il funzionamento con un esempio concreto legato alla violenza, valido anche per le nuove categorie: se il gioco contiene violenza realistica contro personaggi umanoidi, il rating sarà PEGI 16 o 18. Se la violenza è fantasiosa e rivolta a personaggi non umani, si scenderà a PEGI 7 o 12. Lo stesso approccio è ora applicato agli acquisti in-game e alle meccaniche di engagement. Un gioco che prevede pressioni temporali sugli acquisti – come un countdown timer o un battle pass a scadenza – ottiene automaticamente almeno un PEGI 12.

 A verificare la correttezza delle risposte fornite dalle aziende sono due istituti indipendenti: il NICAM nei Paesi Bassi e la Games Rating Authority nel Regno Unito, dove professionisti giocano ai videogiochi per mestiere e confrontano le dichiarazioni con i contenuti effettivi. I dati storici mostrano che il sistema funziona: il 75% delle autodichiarazioni aziendali è completamente accurato. Del restante 25%, la maggior parte (circa il 17-18%) ha applicato un rating più restrittivo del necessario, mentre solo l’8% ha sottovalutato la propria classificazione. Ci racconta Bosmans: «Tre aziende su quattro rispondono al questionario in modo perfetto. Di quelle che sbagliano, la grande maggioranza pecca di eccessiva cautela: si auto-assegnano un PEGI 16 e noi diciamo loro che il PEGI 12 è sufficiente. Solo una piccola parte va corretta verso l’alto».

Un gioco su dieci cambierà fascia d’età

L’impatto pratico di queste modifiche è già stato misurato in Germania, dove l’ente USK ha anticipato regole simili su mandato di una legge nazionale entrata in vigore tre anni fa. I dati emersi parlano chiaro: il 30% dei videogiochi dovrà rispondere “sì” ad almeno una delle nuove domande, e di questi un titolo su tre riceverà un rating più alto. Il risultato complessivo è che circa il 10% di tutti i giochi sul mercato europeo sarà riclassificato verso l’alto. Alcuni titoli oggi PEGI 3 potrebbero diventare PEGI 16

«Potreste pensare che il 10% non sia molto. Ma è sicuramente significativo. E riguarda alcuni dei titoli più in vista. La categoria PEGI 16 crescerà in modo deciso rispetto alle altre fasce», continua Bosmans. Sul tema delle loot box –  le “scatole premio” acquistabili con denaro reale il cui contenuto è casuale e sconosciuto al momento dell’acquisto – i dati PEGI degli ultimi cinque anni mostrano che questo meccanismo è presente in non più del 3-3,5% dei videogiochi totali. Non è un fenomeno diffuso, ma tende a concentrarsi esattamente nei titoli più popolari e più giocati dai minori.

Giochi su disco e giochi digitali: due procedure diverse

La crescita esponenziale del mercato digitale ha imposto a PEGI una revisione profonda delle proprie procedure operative. Quindici anni fa l’organizzazione classificava tra i 2.000 e i 2.500 titoli all’anno. Oggi ne arrivano circa 2.500 al giorno, la maggior parte su piattaforme mobile. È fisicamente impossibile applicare a ogni titolo le tradizionali cinque-dieci giornate di valutazione manuale. 

Per questo motivo PEGI distingue ora due percorsi: i giochi distribuiti su supporto fisico (disco o cartuccia) seguono ancora l’iter completo, perché la classificazione deve essere nota prima della stampa delle confezioni e della distribuzione in tutta Europa. I giochi esclusivamente digitali, invece, completano il questionario durante il processo di caricamento sull’app store, e la verifica avviene a posteriori, con priorità assegnata ai titoli più scaricati. Un vantaggio del digitale: se emerge un errore di classificazione, la correzione avviene con un clic, senza dover ritirare stock fisici dai negozi di mezzo continente.

Libertà creativa e protezione dei minori: una scelta, non un divieto

Il sistema PEGI si fonda su un principio che vale la pena comprendere bene: non esiste un divieto, ma una scelta con conseguenze. Un’azienda che vuole piena libertà creativa e commerciale può inserire qualsiasi contenuto nel proprio gioco, ma dovrà accettare un rating elevato che restringe il pubblico di riferimento. Chi invece vuole raggiungere tutte le fasce d’età, compresi i bambini più piccoli, dovrà rinunciare ad alcuni contenuti.  

Bosman è netto su questo punto: «Non puoi avere entrambe le cose: piena libertà di contenuto e piena libertà di pubblico. I sistemi di classificazione per età sono la risposta moderna alla censura del Novecento. La censura non ha mai insegnato nulla a nessuno. La classificazione, invece, educa: dice a tutti cosa è appropriato per chi, lasciando liberi di scegliere, ma con conseguenze chiare». Un punto delicato riguarda i minori che giocano a titoli pensati per adulti. Bosman è diretto anche su questo: un’azienda che produce un gioco PEGI 18 non lo indirizza ai bambini, ma non può escludere che alcuni bambini lo giochino. In quel caso, la responsabilità ricade sui genitori.

Gli strumenti a disposizione dei genitori: dal sito all’app, fino alla pubblicità

Il sito PEGI.info e l’app ufficiale permettono di consultare il rating di qualsiasi titolo e offrono guide pratiche per configurare i controlli parentali su Nintendo Switch, PlayStation e Xbox. Bosman sottolinea quanto questi strumenti siano cambiati, raccontando la propria esperienza diretta come padre. «Quando mio figlio è a casa e io sono al lavoro, mi manda un messaggio: papà, ho fatto i compiti e suonato la chitarra, posso giocare un’ora? Con un’app sul telefono gli dico sì o no. Posso vedere che i suoi contenuti sono limitati al PEGI 16, che non può spendere soldi, ma che ha cinque euro a settimana. I controlli parentali sono diventati davvero accessibili: i genitori oggi non hanno più l’alibi di non capirli», continua Bosmans. 

Oltre agli strumenti digitali, PEGI si affida a una strategia di comunicazione che sfrutta i budget pubblicitari dell’industria videoludica. L’organizzazione, che deve raggiungere quasi 500 milioni di persone in Europa con risorse limitate, ha imposto alle aziende l’obbligo di includere il rating PEGI in tutti i materiali promozionali: spot televisivi, annunci in rivista, cartelloni e video YouTube a pagamento. Il risultato, costruito in due decenni, è significativo. «Oggi l’80% dei genitori europei con figli che giocano ai videogiochi conosce il sistema PEGI e lo utilizza. Non è il 100%, quindi abbiamo ancora lavoro da fare. Ma anni e anni di presenza nelle pubblicità dell’industria hanno fatto più di qualsiasi campagna istituzionale avremmo potuto permetterci», conclude il Direttore del PEGI.  

Un sistema in continua evoluzione: revisioni già pianificate

Le nuove linee guida non sono un punto d’arrivo. PEGI ha già pianificato una prima revisione entro la fine del 2026 e una valutazione più ampia nel 2027. Una delle sfide principali dei prossimi anni sarà formare e orientare i nuovi sviluppatori indipendenti – spesso privi di esperienza con le procedure di certificazione – che oggi popolano piattaforme come Roblox, Fortnite e Google Play. 

«Una volta c’era un gruppo ristretto di professionisti del settore. Oggi dobbiamo fare i conti anche con due fratelli che sviluppano un’app nel garage di casa. E devono rispondere agli stessi questionari. Educare sviluppatori e publisher sarà un lavoro doppio nei prossimi due anni.», conclude Bosmans. Nel frattempo, l’indicazione per i genitori è semplice: guardare l’etichetta PEGI non solo per il numero, ma anche per i descrittori che la accompagnano. Da giugno, quegli stessi descrittori parleranno anche di acquisti, pressioni e interazioni social. Un vocabolario nuovo per rispondere a domande che molte famiglie si pongono già da tempo.

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2 maggio 2026