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Daniele Sparisci, inviato a Miami
Max Papis, pilota amico del cuore di Alex: «Con lui niente era impossibile, negli Usa era talmente famoso da non potere entrare in supermercato»
«È il mio migliore amico e lo sarà per sempre. Mi prendeva in giro per le gambe lunghe, mi chiamava Pippo. Con lui non c’era bisogno di niente: condividevamo il cuore». Max Papis, italiano emigrato negli Usa, vive a Charlotte, in Carolina del Nord, ha vinto tanto nelle corse in America e si è trasferito nel 1996 dopo un’esperienza in F1. «Come Alex Zanardi, qui ho trovato il mio spazio partendo da pochissimo, ma il vero campione era lui».
Quando vi siete conosciuti?
«Io avevo 12 anni lui era più grande, correvamo nei kart in una pista vicino a Bologna, era con il papà che faceva l’idraulico e ha aiutato me e il mio meccanico a sistemare i rapporti del cambio. Da lì è nata un’amicizia».
Vi siete trovati subito?
«Non è difficile quando incontri persone umili come loro. Avevo bisogno di una mano e me l’hanno data subito. Una volta andammo insieme da Bologna a Le Mans: il papà di Ale era inc… perché non funzionava l’aria condizionata nel camion e il riscaldamento girava al massimo».
Avevate conquistato l’America, ricordi?
«Lui l’aveva conquistata. Qui non poteva entrare in un supermercato, era un’icona dello sport. Quando ha perso le gambe è stata compresa la sua grandezza anche in Italia».
Alex è stato il padrino di battesimo di suo figlio.
«Non è stato, lo è. Marco ora ha 18 anni, è stato naturale chiederglielo. Quando è nato, ci siamo sentiti e ho detto ad Alex: “Se mi succede qualcosa, prenditi cura di Marco”. E lui: “Certo, non c’è problema”. Ricordo quando ha conosciuto la futura moglie…».
Racconti.
«Daniela era il nostro team manager in Formula 3. Gli dicevo: “Che ne pensi, è carina?”. E lui: “Sì, un bel po’”. Alessandro senza Daniela non sarebbe mai stato Alessandro, lei è riuscita a controllare il suo entusiasmo. Daniela è Alessandro. Lo aveva fatto diventare meno istintivo, più razionale».
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Nel 2001 al Lausitzring lei era sul podio mentre Alex lottava per la vita. Che cosa pensava in quei momenti?
«Prima dell’incidente lottavamo per le prime posizioni. Sul podio mio fratello mi dice che se Alex è ancora vivo ce la farà. Quando i dottori mi dicono che è vivo mi convinco che ce l’avrebbe fatta: se c’è una possibilità di sopravvivenza del 2% per lui diventa almeno 6%. Voglio andare in ospedale a trovarlo, Daniela me lo impedisce, mi conosceva troppo bene: “Non venire, non piangere”, dice lei».
Quando lo ha rivisto?
«Qualche giorno dopo in ospedale, pieno di tubi, su una sedia a rotelle. Continua a fissarmi le scarpe. E io gli faccio: “Perché guardi lì?”. Risposta: “Vedi, Max, per un po’ risparmierò sulle scarpe, non dovrò comprarle”. Che cosa dici a uno così? Dopo aver perso le gambe tutti hanno scoperto cosa c’era dietro al campione, l’uomo, io lo sapevo da sempre. Avevamo la stessa filosofia».
Quale sarebbe?
«“Non si può” era una frase che non esisteva nel nostro vocabolario. Ecco, lui ha ispirato milioni di persone con una maniera diversa di affrontare la vita. Da quando avevamo 15 anni, se c’era un problema ci guardavamo dicendo: “Perché non ci proviamo?”. Staccavamo pezzi di filo di ferro dalle reti per saldare il telaio dei kart, l’obiettivo era provare a vincere il campionato del mondo. Alex ci ha fatto superare il concetto del “non si può”. A volte esagerava nei racconti, ma era fatto così».
Come esagerava?
«Con Daniela spesso ridevamo a ripensare al famoso sorpasso a Laguna Seca. Ale lo ha descritto così: “Guardavo negli specchietti e ho visto gli occhi di Bryan Herta…”. E io e Jimmy Vasser, altro pilota nostro amico: “Ale, non potevi vedere gli occhi, Bryan ha la visiera nera”. Sa che cosa rispondeva lui? “Eh, ma io ci credevo”».
La sua forza era credere nei sogni, ha cambiato la vita di tantissime persone.
«Sembrava un ingegnere, studiava, aveva conoscenze tecniche enormi. E le ha applicate al suo corpo, alle protesi, per provare a migliorare quello degli altri. Lottava per chi non aveva voce, aveva questo istinto dentro. In Italia, andando in giro con lui, mi sono accorto di come rappresentasse un riferimento, un esempio. Come lo era stato qui negli Usa quando vinceva le corse».
4 maggio 2026 ( modifica il 4 maggio 2026 | 11:08)
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