di
Vera Martinella
I risultati di uno studio su 350 pazienti confermano che è sufficiente la dose convenzionale di radiazioni per tenere sotto controllo la malattia molti anni
Con oltre 40mila nuovi casi diagnosticati ogni anno quello alla prostata è il tumore più frequente fra gli uomini italiani. E se, grazie a diagnosi precoci e terapie sempre più efficaci, oggi oltre il 90% dei pazienti riesce a guarire o a convivere anche per decenni con la malattia, quando il Psa torna a salire dopo l’operazione l’ansia per i pazienti è enorme. Che il tumore si ripresenti, l’arrivo di una recidiva, è tra le paure più grandi, anche se ci sono numerosi trattamenti utili a tenere la neoplasia sotto controllo, a farla regredire o rallentare, anche quando compaiono le metastasi.
Qual è la strategia più efficace quando, post intervento, compare una recidiva? La radioterapia. A evidenziarlo è un nuovo studio internazionale pubblicato sulla rivista scientifica European Urology che conferma come il trattamento radiante sia la scelta migliore per bloccare la ripresa della malattia, mettendo anche in luce che dosi più alte di radiazioni non portano benefici aggiuntivi.
Radioterapia efficace in tanti stadi di malattia
Con la sola radioterapia si può guarire definitivamente da un carcinoma prostatico in stadio iniziale: è un’opzione nota da diversi anni, che ha le stesse percentuali di successo della chirurgia, ma ora l’avanzamento clinico e tecnologico permette di raggiungere l’obiettivo in poche sedute, con un trattamento molto preciso. Ma c’è di più: la radioterapia rappresenta non soltanto una delle principali strategie nel trattamento del tumore della prostata localizzato (insieme alla chirurgia e alla sorveglianza attiva nella cosiddetta malattia a “rischio basso e intermedio”), ma ha dimostrato di essere utile anche nella malattia metastatica insieme a terapia ormonale classica o di deprivazione androgenica, nuovi farmaci e chemioterapia.
«Il recente studio conferma poi con dati a lungo termine (i partecipanti sono stati stati seguiti per circa 10 anni) che la radioterapia è un’arma estremamente efficace per contrastare le recidive dopo un intervento di prostatectomia radicale – dice Stefano Pergolizzi, presidente dell’Associazione Italiana di Radioterapia ed Oncologia (Airo) –. Dimostra anche che dosi convenzionali sono pienamente adeguate a garantire un controllo duraturo della malattia, senza necessità di intensificazioni che non apportano benefici aggiuntivi in termini di sopravvivenza o risultati clinici».
Il nuovo studio
Dopo un intervento di prostatectomia radicale, valori alti del PSA (la proteina prodotta dalla prostata utilizzata come indicatore per valutare la salute della ghiandola) sono spesso il primo campanello d’allarme di una possibile ricomparsa della malattia oncologica. In questa fase, la radioterapia rappresenta il trattamento mirato a colpire precocemente eventuali focolai di recidiva nella zona dove il tumore ha più probabilità di ripresentarsi sotto forma di cellule residue non visibili agli esami radiologici: il letto prostatico, ovvero l’area anatomica dove si trovava la prostata prima dell’intervento chirurgico.
La sperimentazione ha coinvolto 350 pazienti con rialzo del Psa dopo prostatectomia, assegnati in modo casuale a due tipi di radioterapia: una a dose convenzionale e una a dose più alta. Dopo oltre otto anni di follow up, in entrambi i gruppi si è registrato lo stesso tempo in cui il PSA è rimasto stabile, senza differenze significative anche in termini di sopravvivenza globale e di avvio della terapia ormonale.
«Questi risultati confermano il ruolo centrale della radioterapia nella cura del tumore della prostata, in grado di intercettare precocemente la ripresa della malattia quando è ancora localizzata e garantire un controllo a lungo termine, senza bisogno di aumentare la dose irradiata – conclude Pergolizzi, direttore della Radioterapia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria «G. Martino» di Messina -. È una notizia importante perché rafforza l’idea di una radioterapia sempre più precisa e personalizzata, capace di assicurare un controllo stabile nel tempo e, allo stesso tempo, preservare la qualità di vita dei pazienti durante il loro percorso terapeutico».
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4 maggio 2026 ( modifica il 4 maggio 2026 | 12:12)
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