Non c’è solo il blocco «virtuale» di Hormuz da parte del regime di Teheran, a cui risponde l’embargo della U.S. Navy sulle petroliere iraniane.
Nella partita strategica del Golfo arabico-persico gli Stati Uniti hanno risfoderato un’arma antica e tradizionale, quella delle sanzioni economiche. Ora devono decidere in quale misura applicarla contro un attore decisivo: la Cina.
Sullo sfondo c’è la visita di Stato di Donald Trump a Pechino, fissata per il 15 maggio, e nella quale la guerra in Iran sarà in cima alle preoccupazioni del padrone di casa, Xi Jinping. Dopo un primo rinvio, la data di metà maggio era stata scelta affinché il summit si tenesse a guerra conclusa. Ora sembra improbabile che lo sia. Né si può escludere un nuovo slittamento del vertice tra i due leader più potenti del mondo.
Intanto gli Stati Uniti intensificano gli sforzi per tagliare la più vitale fonte di finanziamento dell’Iran, che è proprio il suo commercio petrolifero segreto con la Cina. Un ecosistema economico che, partito da dimensioni modeste, è arrivato a convogliare verso Teheran decine di miliardi di dollari all’anno.
Mentre Washington cerca di strangolare l’Iran con blocchi navali e intercettazioni di petroliere, negli ultimi giorni ha compiuto nuovi passi per colpire le raffinerie private cinesi, note nel gergo degli addetti ai lavori come «teapots», cioè teiere, che assorbono quasi ogni barile di petrolio esportato dall’Iran.
Il Dipartimento del Tesoro ha imposto sanzioni a una controllata di Hengli Petrochemical, accusata di aver acquistato petrolio iraniano per miliardi di dollari, insieme a 40 società di navigazione e navi coinvolte nel traffico. Poi ha avvertito le banche: potrebbero essere sanzionate se facilitano pagamenti legati a questo commercio.
In passato queste raffinerie erano sopravvissute a tutto: alle sanzioni americane e perfino ai tentativi del governo cinese di chiuderle, prima che diventassero utili a Pechino.
Per la Cina, queste cento raffinerie private e indipendenti sono uno strumento cruciale per aggirare le sanzioni. Il ministero degli Esteri cinese ha dichiarato che le sanzioni unilaterali Usa «non hanno base nel diritto internazionale» e che Pechino difenderà le proprie imprese.
Delegando il commercio del petrolio iraniano a operatori privati, la Cina riesce a sostenere Teheran e assicurarsi forniture energetiche, salvando allo stesso tempo un equilibrio nelle relazioni con Stati Uniti e Medio Oriente. Xi ha un problema di rapporto non solo con Trump, ma con le monarchie arabe del Golfo.
La Cina essendo il più grande importatore di petrolio in assoluto, compra la stragrande maggioranza di quello iraniano, eppure questo copre poco più di un decimo del suo fabbisogno; perciò è anche una grossa cliente di Arabia Saudita, Emirati, e tutti gli altri produttori del Golfo. I quali sono sempre più insofferenti del legame Pechino-Teheran. Più volte sauditi, emiratini e altri hanno chiesto a Xi di cessare le forniture militari all’Iran e di esercitare pressioni sul regime perché rinunci ad aggredire i vicini.
Nel frattempo la Cina per i suoi traffici con Teheran ha sviluppato un sistema parallelo, separato dal mercato ufficiale conforme alle sanzioni. Molti operatori non temono più le sanzioni: il mercato illegale è diventato così grande da sembrare accettabile.
Formalmente, la Cina non importa petrolio iraniano: le statistiche ufficiali non registrano acquisti dal 2023. In realtà il commercio avviene tramite stratagemmi complessi: petroliere che spengono i transponder per rendersi meno visibili, trasferimenti in mare aperto per nascondere l’origine del greggio, società di copertura per i pagamenti.
Le raffinerie cinesi indipendenti, a differenza delle grandi compagnie statali, hanno pochi asset all’estero e possono operare in yuan anziché in dollari, riducendo l’impatto delle sanzioni. Oggi rappresentano circa il 12% delle importazioni petrolifere cinesi.
La rete logistica è esplosa: quasi 600 navi sarebbero coinvolte nel trasporto clandestino, contro le 70 del 2020. Sono queste raffinerie che tengono in vita il regime iraniano, secondo gli esperti Usa.
Chiudere del tutto questo commercio è difficile. Richiederebbe azioni drastiche, come intercettazioni su larga scala o attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane, con conseguenze sui prezzi globali e sui rapporti con Pechino. Queste raffinerie nacquero quasi per caso. Per anni furono osteggiate dal governo centrale, che voleva concentrare il settore nelle grandi aziende statali come Sinopec. Sopravvissero grazie al sostegno di autorità locali e rifugiandosi in una sorta di economia sommersa. Nel 2015 Pechino cambiò linea, permettendo loro di importare petrolio. All’inizio l’Iran non era il fornitore principale. Tutto cambiò nel 2018, con il rafforzamento delle sanzioni americane: il petrolio iraniano divenne scontato, più economico, ma rischioso per le grandi compagnie, più attraente invece per gli operatori indipendenti. Le importazioni cinesi di petrolio iraniano sono così raddoppiate fino a circa 1,4 milioni di barili al giorno. Hengli, una delle società sanzionate, ha visto triplicare i ricavi fino a 30 miliardi di dollari. Nega qualsiasi rapporto con Teheran e continua a operare normalmente, pagando in yuan.
Questo è il punto cieco nella guerra economica contro l’Iran, e passa tutto dalla Cina. Washington stringe il cappio, ma ogni volta scopre che il nodo si sposta altrove. Non sparisce. La strategia americana è chiara: tagliare il flusso di denaro che tiene in vita il regime di Teheran, colpendo la sua principale fonte di entrate, il petrolio. Ma le sanzioni funzionano solo se tutti le rispettano.
Washington reagisce alzando il livello dello scontro: sanzioni mirate, minacce alle banche, pressioni sulle compagnie di navigazione. Ma più colpisce, più emerge un paradosso. Questo mercato clandestino non si riduce: cresce. È diventato così grande che molti operatori ormai considerano il rischio accettabile. La sanzione, da deterrente, si trasforma in costo d’impresa. Per la Cina, questa ambiguità è una risorsa strategica. Delegando il commercio a operatori privati, può negare ogni coinvolgimento diretto, mantenere relazioni ufficiali con gli Stati Uniti e allo stesso tempo garantirsi forniture energetiche a basso costo. Un equilibrio sottile, forse precario, finora efficace.
Il risultato è un sistema duale: da un lato il mercato ufficiale, conforme alle regole internazionali; dall’altro una rete parallela che le aggira. Due economie energetiche che convivono, senza quasi toccarsi.
Chiudere completamente questo circuito sarebbe possibile solo con misure drastiche: blocchi navali più aggressivi, sequestri sistematici, forse perfino attacchi alle infrastrutture iraniane. Il costo diventerebbe globale: prezzi del petrolio in salita, tensioni con Pechino, rischio di escalation.
La storia delle raffinerie indipendenti cinesi racconta qualcosa. Nacquero ai margini del sistema, quasi per errore, osteggiate dal potere centrale. Sono sopravvissute grazie alla flessibilità, all’adattamento, alle reti locali. E oggi sono diventate un ingranaggio essenziale della geopolitica energetica mondiale. È una lezione che riguarda tutte le sanzioni del nostro tempo: non basta decidere un embargo perché funzioni. Esiste quasi sempre qualcuno pronto a costruire un canale alternativo. E spesso, quel canale finisce per diventare il vero sistema.
4 maggio 2026, 14:57 – modifica il 4 maggio 2026 | 15:01
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