Clic. La visita del presidente della Repubblica Sandro Pertini. Clic. L’incendio sulla Leonardo Da Vinci. Clic. Carlo e Diana in arsenale. Clic. Padre Dionisio abbracciato dai suoi orfanelli. Clic. La grande nevicata dell’85. Sono solo alcuni degli scatti con cui Claudio Pistelli, fotoreporter e giornalista, ha raccontato la cronaca e la storia locale e dell’Italia intera. Un viaggio lungo 45 anni, durante i quali ha realizzato circa un milione di fotografie. La Spezia si prepara a celebrarlo con la mostra ’Cronaca. La città, i fatti, i personaggi nell’era del bianco e nero’ promossa dalla Fondazione Carispezia, che sarà visitabile nei locali dell’ente in via Chiodo 36 alla Spezia dal 9 maggio al 7 giugno (orari: lunedì-venerdì 15.30-19.30, sabato, domenica e festivi 10-13, 15.30-19.30).
Pistelli, ci può dare un’anteprima?
“Ci saranno oltre 300 fotografie stampate in bianco e nero, su cinque monitor se ne alterneranno altre, su uno di questi andranno gli scatti a colori. Ci saranno, in un altro, tanti colleghi che parleranno di me e del nostro lavoro; mi sarebbe tanto piaciuto inserire anche Massimo Benedetti, purtroppo recentemente scomparso. Una sala sarà dedicata a Mauro Frascatore: un vero e proprio tributo”.
Cosa ha rappresentato per lei Mauro?
“Lavorare gomito a gomito con lui è stato bellissimo: il nostro non era un rapporto concorrenziale, ma amichevole, quotidiano, di amicizia e collaborazione. Quando iniziarono i suoi problemi ai polmoni, mi arrampicavo dove lui non arrivava e scattavo con la sua macchina. Ci siamo conosciuti quando lui lavorava per Ciavolino e io per La Nazione, dove poi avrebbe preso il mio posto: Mauro era la scelta migliore che avrebbero potuto fare, aveva una passione grandissima, abbiamo lavorato insieme e benissimo per tantissimi anni, dal 1979 al 2022”.
È stato difficile selezionare le fotografie?
“Ringrazio Marco Condotti, curatore della mostra, che mi ha aiutato. Tutto è partito dal suggerimento di un amico commercialista: dopo aver smesso di lavorare nel 2023, mi ha convinto a tirare fuori il mio archivio, così ho acquistato uno scanner per negativo e iniziato a guardare quello che avevo fatto dal 1978 ad oggi, prima per La Nazione, poi per Il Secolo XIX”.
Fotografa ancora?
“Beh, direi che questi 45 anni di foto fra bianco e nero e colore sono abbastanza! Mi succede di avere l’istinto di farlo e scatto col telefonino”.
Quanto era diverso il suo lavoro rispetto a oggi?
“Ricevevo le telefonate dal direttore e c’era da scattare in tutti i sensi. Comandavano le ’tre s’: sesso, soldi, sangue. Le immagini erano crude, forti, venivano pubblicati cadaveri, feriti, cosa oggi inimmaginabile. Poi c’era anche il problema di sviluppare e stampare in fretta: asciugavamo con il phon, nel pomeriggio trasmettevamo con il telefoto. E se si guastava, toccava correre a Genova in macchina”.
Qual è lo scatto a cui è più legato?
“Forse ce n’è uno che mi impressionato più di altri: a fine anni Ottanta mi chiamò Paolo Brosio, dicendo che stava arrivando un’ambulanza da Monterosso. Un uomo aveva sparato a un bimbo e poi aveva rivolto l’arma contro di sé, ma non era morto. Al pronto soccorso me lo sono trovato davanti, sorretto da due infermieri. Gli mancava metà faccia, aveva i lembi del viso che penzolavano e gocciolavano sangue. Ho visto tante scene tremende, quando non lavoravo, mi portavo una piccola macchina fotografica in tasca”.
E la foto di Lady Diana sul manifesto della mostra?
“Nel 1985, lei e Carlo erano in viaggio di nozze sul Britannia. In Arsenale si tenne una cerimonia con il Capo di Stato Maggiore della Marina, il ministro della Difesa Spadolini e visitarono il Vespucci; mi spostai nella porta centrale, da cui la coppia reale avrebbe transitato per raggiungere Firenze; uscirono con una Maserati, mi misi alle spalle il museo Navale e riuscii a catturare il momento in cui lei ha fatto un saluto alla gente che l’aspettava”.
Com’è cambiato il valore della professione?
“Non è che cambia, non esiste più. Quando si verificavano gli omicidi, si entrava sulla scena del delitto, invece, già da qualche anno, non vedevamo più niente. Io mi infilavo nelle ambulanze, e pensandoci oggi era troppo, ma ora siamo dall’altro lato e la legge sulla privacy ha dato una botta a tutta l’informazione. E poi è cambiata la percezione dei giornali: una volta Il Secolo vendeva diecimila copie e La Nazione qualcosa in più e le campagne contavano. Oggi gli uffici stampa ti dicono quello che vogliono”.
Sceglierebbe ancora questo lavoro?
“Avrei dovuto anche scrivere da subito: oggi sarei redattore e avrei più tutele, ma sì, lo sceglierei un’altra volta. Cambierei solo questo”.