VENEZIA – Più che una disputa artistica, ora è una contesa giudiziaria. Da una parte c’è la Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio di Venezia; dall’altra c’è l’antiquario lagunare Pietro Scarpa. In mezzo si trova il “Salvator mundi”, dipinto di scuola veneziana che secondo il ministero della Cultura va attribuito a Vittore Carpaccio e, dunque, deve essere vincolato, mentre l’importatore vorrebbe poterlo spostare. Un anno fa il Tar del Veneto aveva accolto il ricorso del privato, ma adesso il Consiglio di Stato ha riaperto il contenzioso, ordinando una perizia con cui un esperto di Ca’ Foscari dovrà ricostruire la storia e il percorso dell’opera. 

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I provvedimenti

Scarpa ha impugnato i provvedimenti con cui la Soprintendenza nel 2024 aveva negato il rilascio dell’attestato di libera circolazione a scarico dell’olio su tavola e aveva avviato il procedimento di dichiarazione dell’interesse culturale particolarmente importante del medesimo quadro. Il punto centrale della controversia riguarda l’ipotizzata illegittima uscita del dipinto dal territorio nazionale, dopo che nel 2011 era entrato in Italia dall’Austria. Per il Tribunale amministrativo regionale, la posizione ministeriale era illegittima, «in assenza di oggettivi riscontri circa la presenza in Italia del bene anteriormente alla sua temporanea importazione dall’estero». I giudici veneziani avevano però puntualizzato che, qualora quei trascorsi fossero stati accertati, l’istituzione avrebbe potuto «attivare gli strumenti giuridici e diplomatici per ottenere il rientro del bene in Italia, nel rispetto delle leggi e delle Convenzioni internazionali in materia». Secondo il ministero, infatti, l’opera sarebbe stata presente in Italia «quanto meno fino agli anni Sessanta del secolo scorso», come documentato dalla letteratura scientifica in materia. 

La ricostruzione

A questo proposito i magistrati romani hanno citato la ricostruzione «Un nuovo “Salvator mundi” di Carpaccio», firmata dalla storica dell’arte Sara Menato per la rivista “Prospettiva” del 2012, basata su una foto a suo tempo esaminata dal critico Roberto Longhi: «Si tratta di una versione più antica del ben noto “Salvator mundi” a mezzo busto con il globo nella sinistra e l’indice della mano destra sollevato e stagliato contro il cielo, conservato al New Orleans Museum of Art (…). Il retro della fotografia presenta alcune note di mano di Longhi, da cui si evince che nel 1966 il proprietario del dipinto era Giorgio Balboni, un antiquario molto attivo a Bologna tra gli anni sessanta e settanta. A suo giudizio si trattava di un “autografo del Carpaccio, anzi di qualità superiore per la densità di materia nel tono rosso scuro del giubbetto e per la aderenza a un modulo piramidale di origine antonellesco”. E concludeva: “Lo daterei parecchi anni prima dell’altro, e pertanto intorno al 1480”».

La verificazione

Per il Consiglio di Stato, «la presenza del dipinto in Italia nell’epoca indicata dall’Amministrazione costituisce il presupposto fattuale e giuridico decisivo per valutare la legittimità dei provvedimenti», contestati invece da Scarpa. Pertanto è stata disposta «una verificazione» da parte di «un organo tecnico munito delle necessarie competenze e conoscenze», allo scopo di ricostruire «la storia attributiva del dipinto», nonché di accertare e riepilogare «i passaggi di proprietà» e le vicende che hanno interessato l’opera e la presenza in Italia negli anni ‘60-‘70. Perciò è stato conferito al direttore del dipartimento di Filosofia e Beni culturali di Ca’ Foscari l’incarico di individuare un docente in possesso «delle competenze e delle professionalità in materia di storia dell’arte, e, in particolare, di storia dell’arte veneziana nel periodo di realizzazione del dipinto». Il perito potrà farsi assistere da un altro studioso di propria fiducia, «se ritenuto indispensabile per il celere espletamento delle operazioni peritali». L’esperto potrà non solo estrarre copia degli atti dei fascicoli di primo e secondo grado, ma anche accedere a centri, archivi, collezioni e registri sia pubblici che privati, tra cui quelli relativi alle attività svolte dall’antiquario Balboni e la fototeca di Longhi.

Le tappe

Per la risoluzione del giallo, i giudici hanno definito un percorso a tappe forzate, in cui «le attività di verificazione dovranno svolgersi nel contraddittorio delle parti». Entro il 20 maggio dovrà essere liquidato un anticipo del compenso pari a 2.000 euro, «provvisoriamente a carico del ministero», in modo che per il 25 maggio venga individuato il perito. Gli eventuali consulenti tecnici di parte potranno essere designati entro il 30 giugno. Le operazioni dovranno iniziare al più tardi il 6 luglio. Lo schema della relazione peritale dovrà essere trasmesso dal verificatore alle parti, o ai loro consulenti, entro il 10 settembre. Ci sarà tempo per le osservazioni fino al 25 settembre, mentre la perizia finale andrà depositata al massimo per il 10 ottobre. La prossima udienza è stata fissata per il 17 dicembre e, sulla base delle risultanze tecniche acquisite, vedrà la discussione nel merito dell’appello. A quel punto potrà forse essere svelato il mistero di questo Cristo benedicente: oltre cinque secoli fa, fu opera del serenissimo Carpaccio?