di
Greta Privitera

Il capitano Raman Kapoor: «Noi alla fonda da 66 giorni l’incertezza regna, siamo vittime collaterali»

Il capitano tiene il conto sul suo taccuino e oggi ha crocettato la sessantaseiesima casella. Che sul calendario si traduce in due mesi e sei giorni esatti dal 28 febbraio, dall’inizio della guerra in Iran. Che per Raman Kapoor coincide con il momento in cui ha gettato l’ancora sul fondo dello Stretto di Hormuz senza più levarla.

Il capitano e il suo equipaggio di ventitré uomini — «il più giovane ha vent’anni» — sono parte di una flottiglia immobile di ventimila marittimi intrappolati a bordo di duemila navi che galleggiano ferme nel Golfo Persico a causa del conflitto prima, e dello stallo diplomatico tra Stati Uniti e Repubblica islamica poi. Per motivi di sicurezza non condivide con noi la posizione esatta della sua imbarcazione e si limita a spiegarci che si trova nella parte settentrionale di quel braccio di mare. Non rivela nemmeno il nome della flotta ma spiega che si tratta di una petroliera di medie, grandi dimensioni che trasporta petrolio e metalli. Ci racconta che è indiano, come la maggior parte dei suoi marinai, che fa il capitano da 14 anni e che ha due figli e una moglie. 



















































Per Kapoor «la cosa peggiore di queste settimane assurde è l’incertezza», racconta al telefono via WhatsApp, grazie a un satellitare che li tiene connessi alla terraferma. «Non sappiamo quando riusciremo a lasciare questo posto, ma finché la situazione non sarà davvero sicura, la nostra compagnia non ci darà l’ok per partire, e ha ragione», aggiunge.
Non ha contatti con le autorità iraniane, né con quelle omanite o emiratine. Non ha mai ricevuto un messaggio nemmeno dalla Marina americana. Parla solo con la sua compagnia di navigazione che coordina anche i rifornimenti. Una volta al mese una piccola barca arriva sotto bordo con acqua, cibo, medicine e tutto ciò che serve per sopravvivere «in questa sospensione che assomiglia sempre di più a un esilio senza senso». 

C’è stato un periodo in cui i marittimi del mondo hanno conosciuto le quarantene forzate in mezzo al mare. Erano i tempi del Covid, quando si temeva che gli equipaggi potessero infettare le coste e allora le navi restavano per settimane al largo. Stavolta, però, è un’altra storia, dice Kapoor. «Non abbiamo mai avuto così tanta paura. Abbiamo visto centinaia di missili passarci sopra la testa. Abbiamo assistito ad attacchi contro navi anche vicine alla nostra». Ammette che ci sono stati momenti in cui la calma a bordo è saltata, «ma io sono il capitano e devo tenere alto il morale dei miei uomini e farli sentire al sicuro».

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Durante gli attacchi, poco più di una decina di imbarcazioni sono state colpite e dieci persone hanno perso la vita. «Hanno ucciso dei nostri colleghi. Siamo vittime collaterali di questo conflitto. Ma siamo marinai, non militari, e di lavoro connettiamo il mondo. Quindi proteggeteci». Kapoor ci invia le parole di Jacqueline Smith, della Federazione internazionale dei lavoratori dei trasporti: «Queste persone ci consegnano il 90% di tutto ciò che usiamo quotidianamente, dobbiamo fare di tutto perché non diventino vittime».
Il capitano racconta che il tempo a bordo passa lento. «Durante il giorno cerchiamo di svolgere le mansioni del nostro lavoro, poi ceniamo insieme, facciamo dei giochi in scatola, guardiamo un film. Quando c’è un compleanno proviamo a festeggiare, ma non è facile, ci mancano le nostre famiglie che sono a casa disperate, che hanno paura delle bombe e delle mine», continua. Seguono gli aggiornamenti sullo Stretto sugli schermi del loro cellulare: «Abbiamo brindato quando l’iran ha annunciato l’apertura, ma è durato troppo poco».

5 maggio 2026 ( modifica il 5 maggio 2026 | 08:08)