Prima al termine della stagione regolare per il terzo anno consecutivo. Che non significa nulla perché, nelle prima due occasione (2024) Milano è stata capace di violare l’impianto della Fiera. Ma è chiaro che la considerazione riguarda solo l’eventuale rapporto diretto tra primo posto in regular season e scudetto.
Per arrivare al titolo è necessario che si mettano in fila determinate condizioni – lo scorso anno, quando la Virtus pareva già fuori nei quarti, per mano di Venezia, ci fu la ’ribellione’ di Shengelia –, ma arrivare primi per tre anni di fila, significa che, comunque, il club ha operato bene in estate. E che in campo (c’è stato anche un esonero, d’accordo) i giocatori non si sono mai risparmiati.
Alti e bassi, com’è naturale che accada, ma il gruppo ha sempre dato l’impressione di non staccare mai la spina, nemmeno nel momento peggiore. Si potrebbe aprire, in merito, un ulteriore approfondimento: perché la Virtus, oltre al calo di forma di qualche elemento, ha pagato le assenze. Su tutte quella di capitan Pajola, fermo per tre mesi. E quella a singhiozzo di Daniel Hackett. La Virtus ha mostrato il lato ’peggiore’ nel momento in cui si è trovata sguarnita nel settore play.
Per qualche gara l’orgoglio e lo spirito di sacrificio, hanno pareggiato il peso delle assenze. Ma in tempi lunghi – e Pajola è stato fuori tre mesi – i forfait si pagano. E la Virtus non è stata, suo malgrado, un’eccezione.
Pajola e Hackett, oltre alla regia, assicurano due aspetti che non sono si trovano nelle statistiche. Equilibrio e senso di appartenenza. Riguardate con attenzione la gara di Sassari: nel momento di maggior confusione, Pajola, che era in campo, ha richiamato a se i compagni. Li ha catechizzati, incoraggiati. E la squadra si è risollevata.
Dos Santos fin qui è stata un’ottima addizione, anche per sopperire alla mira sballata di Edwards. Carsen merita un discorso a parte: spuntato, è vero, ma sempre coinvolto. E anche questo, per uno che di professione fa il bomber e tende a essere un po’ più egoista, non è automatico. Significa essere coinvolti.
Lo ha ricordato in settimana Daniel Hackett, lo ha ribadito ieri Alston Junior a Sport Club su E’-Tv. Il gruppo ha reagito bene e Derrick ha ribadito di trovarsi nel migliore dei modi in bianconero e di non avere alcuna intenzione di cambiare.
Incassata la fiducia del gruppo, Jakovljevic in questo momento ha quell’opportunità che Ivanovic aveva perso. Nessuna responsabilità di Dusko, nessuna fronda del club: semplicemente con i ritmi imposti dall’Eurolega – anche due gare a settimana, in aggiunta al campionato – diventava difficile allenarsi.
Jako, che in questo è un ottimo allievo di Dusko, ha ripreso a lavorare a pieno ritmo. E in settimana, per di più dovrebbe avere addirittura problemi di abbondanza. Matt Morgan e Luca Vildoza sono dati per prossimi al rientro domenica contro Varese alla Virtus Arena.
Se così fosse, e non c’è nulla per ora che lasci pensare al contrario, Jakovljevic avrà il compito più duro e paradossalmente gradito. Dovrà spedire in tribuna due extracomunitari. E l’improvvisa abbondanza, in una stagione contrassegnata da diversi infortuni, sarebbe una nota davvero lieta dalle parti dell’Arcoveggio.