Il tennista azzurro, numero 21 del mondo, scrive per noi raccontando la sua grande carica emotiva per Roma, dove punta a riscattare le ultime settimane deludenti

Luciano Darderi

5 maggio 2026 (modifica alle 09:32) – MILANO

In quest’età dell’oro del tennis italiano, abbiamo la fortuna di poter contare su diversi top player accanto a Jannik Sinner: atleti, ragazzi che hanno molto da dire. Come Luciano Darderi, 24 anni, numero 20 del mondo, argentino di nascita, ma italiano di formazione. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua vita nel circuito e ha accettato. Qui le puntate precedenti: prima; seconda; terza; quarta.

Inutile nascondersi. Le ultime tappe del tour sono state deludenti. Ho iniziato benissimo l’anno e, dopo la vittoria a Santiago, mi sono ritrovato numero 18 del mondo. Il top 20 era un obiettivo per il 2026, non qualcosa che sarebbe arrivato così presto. Dopo l’America, c’erano grandi aspettative per l’inizio della stagione sulla terra, la mia superficie preferita. A Marrakech ho perso in semifinale da Trungelliti, una sorpresa anche per me; a Montecarlo sono uscito subito con Hurkacz; poi a Monaco faceva freddissimo: contro Zhang sono sceso in campo tutto coperto, con le maniche lunghe e lo scaldacollo, ma non è bastato e mi sono ammalato. Febbre, mal di gola, difficoltà a respirare: fastidi che mi sono portato dietro anche a Madrid. Ma non voglio giustificare così le sconfitte con Kopriva e Francisco Cerundolo. Senso di appagamento dopo gli ottavi all’Australian Open e il mio best ranking? Niente affatto, sono un lottatore nell’anima. La verità è che fino a poco prima ero io il cacciatore, quello che rincorre, l’outsider che prova a scalare. E invece all’improvviso diventi la gazzella, quello da battere. Gli altri entrano in campo contro di te con qualcosa in più, e tu devi imparare a gestire questa nuova dimensione. È tutto nuovo per me. Sto anche cercando di introdurre cambiamenti nel mio gioco e nella mia preparazione, perché non mi accontento – trovatemi un tennista che si accontenta – e provo ogni giorno ad alzare l’asticella. Dopo essere entrato in top 20, ho detto che il mio obiettivo adesso è la top ten. Ci arriverò, non so quando, ma ci arriverò. 

Adesso ci sono gli Internazionali, che bello. Nei giorni scorsi mi sono allenato al Circolo Tennis Fano, vicino alla casa di mio nonno: un buen retiro. Sono arrivato a Roma lunedì, l’atmosfera è fantastica. Non vedo l’ora di debuttare. Essendo testa di serie, giocherò venerdì o sabato. Roma per me non è un torneo qualsiasi. È casa, anche se non ci sono nato. È un pezzo della mia storia. La prima volta che sono stato in Italia avevo dieci anni: dovevo ritirare il passaporto italiano e giocare un torneo giovanile all’Aquila, che poi ho vinto battendo Cobolli in semifinale e Gigante in finale. Sono tornato in Italia a 13 anni. 

Ricordo ancora l’arrivo all’aeroporto di Fiumicino, da solo, in pantaloncini corti perché in Argentina era estate: faceva un freddo cane. Ad accogliermi c’era Marcello Macchione, un amico di mio padre che mi ha ospitato a casa sua e mi ha supportato in tutto. Ben presto ho stretto un forte legame con il figlio di Marcello, Simone. Ho trascorso a Roma tutta la mia adolescenza: non è stato facile ambientarmi in un Paese nuovo da solo, ma Marcello e la sua famiglia mi hanno accolto come un figlio. E poi il tennis era il mio chiodo fisso, non pensavo ad altro: nessuna distrazione. Mi sono allenato all’accademia di Vianello, da Max Giusti alla Pisana, a Villa York, poi, grazie a Marcello, è stato raggiunto un accordo con il Forum, che mi ha offerto l’alloggio nella foresteria del circolo. Dopo che papà Gino mi ha raggiunto, durante il Covid siamo rimasti praticamente bloccati dentro il Forum: vivevamo lì e sfruttavamo il lockdown per allenarci senza sosta. 

L’altro giorno un’amica mi ha mandato una foto scattata ai Parioli: c’ero io su un cartellone pubblicitario di EA7, il mio sponsor tecnico. Sono impazzito di gioia come un bambino. Capite perché il mio sogno è vincere gli Internazionali? Da piccolo, vivendo a Roma, avevo il mito del Foro Italico, come Flavio, come Matteo. Alzare in aria il trofeo degli Internazionali sarebbe l’apoteosi, ma sarebbe già fantastico arrivare in semifinale. Ne parlavo qualche giorno fa con il mio team… L’Italia è la mia seconda patria, la prima dal punto di vista tennistico. Sì, perché rappresento la maglia azzurra da quando ho 10 anni, dalle competizioni giovanili alle Olimpiadi di Parigi, passando per il tour, dove sento fortissimo il calore dei tifosi italiani: è dieci volte più forte di quello degli argentini. 

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Ho voluto fortemente giocare per questo Paese, ed è stata una scelta razionale. Vorrei che si capisse che non c’entrano i soldi, perché non ho mai ricevuto supporto economico dalla Federazione. È stata una decisione lucida, presa da me e da mio padre. L’idea era quella di costruire al meglio il mio futuro da professionista. In Europa hai più tornei, più possibilità di confronto, più opportunità anche a livello commerciale. Mio padre ha avuto lungimiranza. Ha pensato al lungo termine, a tutte le opportunità possibili per la mia carriera. E poi c’è anche un legame affettivo: l’Italia è il Paese di mio nonno. Adesso sono alla vigilia di Roma. Ho due sogni chiari: vincere qui, al Foro, ed essere convocato e vincere la Coppa Davis con l’Italia.