di
Federica Nannetti
La prima volta che l’ex poliziotto, componente della banda accusata di 23 omicidi e un centinaio di feriti, parla in televisione. I familiari: «Vedremo cosa avrà da dire, deve dire tutta la verità. Se dirà bugie ci arrabbieremo»
Non c’è memoria di un’altra intervista, almeno televisiva, precedente a quella che andrà in onda questa sera, martedì 5 maggio, a Belve Crime, su Rai 2.
Tra i protagonisti della prima puntata della seconda stagione del programma condotto da Francesca Fagnani ci sarà Roberto Savi, ex poliziotto a capo della banda della Uno Bianca, composta da altri due fratelli e altri ex agenti che in circa sette anni e mezzo di azioni criminali — se ne sono contate più di cento — fece 23 morti e un centinaio di feriti.
Parecchi anni fa, a Storie Maledette di Franca Leosini, si fece intervistare Fabio, ma non Roberto che parlò solo al processo. Non ne hanno memoria nemmeno i familiari delle vittime.
Roberto Savi a Belve Crime di Francesca Fagnani
Non è però la prima volta che si parla del caso della Uno Bianca a Belve Crime, perché già durante la prima edizione andò a raccontare la sua versione dei fatti Eva Mikula, da giovanissima fidanzata di Fabio Savi, che nell’occasione si spinse a chiedere delle scuse all’associazione dei familiari per non essere stata ammessa a farne parte, sollevando un vespaio di polemiche.
La notizia della sua apparizione in tv dal carcere di Bollate dove è detenuto è arrivata quanto mai «inaspettata» al presidente dell’associazione Alberto Capolungo. Tra «l’impreparato e il frastornato», anche un po’ contrariato man mano che ha cominciato a metabolizzare la notizia, ha preferito rimandare alle prossime ore le valutazioni, dopo aver sentito cosa avrà da dire Savi.
La reazione dei familiari delle vittime della Uno Bianca
Qualche «dubbio sull’opportunità dell’intervista c’è», ha ammesso, così come qualche perplessità sul fatto di non essere stati «avvisati con un po’ di anticipo. Non sarà nemmeno facile affrontare poi la questione e confortare gli altri parenti delle vittime», ha aggiunto ancora Capolungo.
E a chi è rimasto e ancora vive il dolore di quei delitti e di quegli agguati violenti vedendo morire i propri cari ha pensato subito anche Rosanna Zecchi, ex presidente dell’associazione.
«Non so bene cosa pensare — le sue parole —: sarebbe anche ora che dica tutta la verità, perché è possibile che tutto sia stato fatto per soldi e non ci sia nient’altro dietro? Io non ci credo. L’importante è che non dica bugie, perché allora sì che c’è da arrabbiarsi». Perché la questione di fondo «è che ha distrutto intere famiglie — sempre Zecchi —: sta pagando e deve continuare a farlo».
Le nuove indagini
E del resto la Procura di Bologna, in seguito a un esposto dei legali dell’associazione dei familiari delle vittime Alessandro Gamberini e Luca Moser, sta ancora indagando per quei fatti di oltre trent’anni fa. L’ipotesi è che non si trattò solo di una banda di rapinatori sanguinari, ma di terroristi, e che possano non aver agito da soli ma con la complicità di altri.
Le indagini vertono in particolare sui fatti di Castel Maggiore, l’omicidio dei due carabinieri, sulla strage del Pilastro e sull’agguato all’armeria di via Volturno. E sui possibili depistaggi che si sono susseguiti.
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5 maggio 2026 ( modifica il 5 maggio 2026 | 10:38)
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