Una parte importante del suo lavoro si confronta con i codici della persuasione visiva. Questa mostra intende anche smontare la propaganda dall’interno. Quali nuclei di opere lo rendono più evidente?
Il mio lavoro utilizza molte strategie visive proprie della propaganda, ma in modo trasparente e consapevole, per spingere le persone a prendere posizione sulla base della compassione e dell’uguaglianza, invece di allinearsi passivamente a un disegno autoritario, come accade nella maggior parte della propaganda. Spero sempre, se non altro, che il mio lavoro induca a interrogarsi sulla finalità che sottende qualsiasi opera o messaggio con cui ci si confronta, e sul fatto che quegli strumenti di persuasione meritino di essere messi in discussione, per quanto seducenti possano risultare. Quasi tutte le opere orientate al messaggio rientrano in questa categoria. Le uniche immagini che oggi, secondo la definizione più comune, potrebbero forse essere considerate propaganda sono quelle più decorative, dedicate alla pace e all’armonia, come i mandala, anche se, ai miei occhi, promuovono la pace in una forma più sommessa.
Che cosa cambia quando un linguaggio visivo, concepito originariamente per interrompere il flusso dello spazio urbano, entra nel contesto istituzionale del museo? In che modo è mutata, dagli esordi a oggi, la sua comprensione del rapporto tra immagine, attivismo e spazio pubblico?
Dal punto di vista estetico, il mio lavoro funziona in molti degli stessi modi, sia in strada sia sulle pareti di una galleria o di un museo. Naturalmente, contesti differenti comportano considerazioni differenti: nello spazio urbano servono forza e immediatezza, data la velocità con cui tutto scorre nello spazio pubblico e il fatto che l’opera possa non durare a lungo e quindi non richieda necessariamente un dettaglio minuzioso. In galleria o in museo, invece, posso dedicare più tempo alla costruzione di superfici stratificate e sofisticate, che chiedono allo spettatore di avvicinarsi e soffermarsi sui dettagli. Detto questo, la forza primaria dell’opera, il suo essere incisiva e leggibile anche da lontano, resta la stessa, sia in strada sia in galleria. Non ho mai pensato alla mia pratica artistica come a qualcosa confinato in un solo ambito; ho sempre voluto raggiungere le persone attraverso il maggior numero possibile di luoghi e piattaforme. Ciò che mi distingue dalla maggior parte degli artisti è il fatto che utilizzo con regolarità lo spazio più democratico della strada e non soltanto gallerie e musei. Nel corso degli anni la mia comprensione di come far funzionare visivamente il lavoro e di come metterlo al servizio di un messaggio si è fatta più sofisticata, ma, in termini generali, ho sempre saputo che la strada porta con sé un senso di ribellione, perché l’arte nello spazio urbano interrompe il consueto flusso dell’informazione, che quasi sempre procede dall’alto verso il basso e non viceversa.
Torna a Napoli dopo la mostra al Pan del 2014-15. C’è qualcosa, nella cultura visiva napoletana, che sente particolarmente vicino alla sua pratica artistica?
Napoli offre una combinazione visiva entusiasmante, che va dal caotico all’elegante. È un luogo eclettico, ricco di una storia straordinaria, ma anche profondamente vitale che apprezzo molto. Il mio lavoro trae ispirazione da elementi appartenenti tanto alla cultura alta quanto a quella bassa, a seconda di chi guarda e di come definisce queste categorie; per questo la mescolanza di Napoli si accorda molto bene con la mia sensibilità e non vedo l’ora di assorbirne ancora di più.