di Alessandra Dal Monte
Il 12 maggio, in via Sarpi 30, la festa per i 130 anni del locale: «Nel 1896 questo era un “androne” dove si servivano vino sfuso e minestre. Oggi rimaniamo un posto in cui darsi appuntamento, degustare vino e ascoltare poesie»
«Ci vediamo alle Cantine?». L’appuntamento in via Sarpi 30 è per molti milanesi un rito. Non serve nemmeno specificare «Isola», perché l’indirizzo nel cuore di Chinatown è noto e frequentatissimo. Al punto che spesso bisogna affrontare una calca agguerrita, determinata a non perdere il posto nel dehors o a procacciarsi un bicchiere di vino al bancone. Ma una volta agguantato il proprio calice è difficile rimanere delusi: le proposte sono sempre interessanti e vengono spiegate, seppur in velocità, con grande precisione. Forse è proprio questo – il racconto – il segreto delle «Cantine Isola», la piccola enoteca con mescita nata nel 1896 che non conosce crisi. «Finora è andata bene: un anno un po’ di più, un anno un po’ di meno, ma il segno è positivo. Certo, ci spendiamo molto per mantenere la relazione con il cliente», racconta, soddisfatto ma pur sempre cauto, il titolare Luca Sarais, classe 1970, nato a Milano da papà sardo e mamma siciliana. In questo 2026 festeggia tre ricorrenze: i 130 anni del locale, nato nel 1896, i 35 anni di gestione della sua famiglia e i 30 in prima persona.
Una storia lunga e ben documentata.
«Assolutamente sì: io e mia mamma Tina, circa vent’anni fa, abbiamo fatto delle ricerche alla biblioteca Sormani, dove abbiamo trovato le prime pubblicità del locale. All’epoca, nel 1896, si chiamava “Boeucc dell’Isola”, che in milanese significa “budello”, “androne”, “speakeasy”. Un piccolo luogo di ristoro in cui si servivano vino sfuso e un piatto di minestra calda. Giovanni Isola, il proprietario, era un antesignano della comunicazione, faceva già le inserzioni nelle riviste. Rimase lui il patron fino alla fine della prima guerra mondiale».
E poi?
«Il destino volle che dopo il secondo conflitto cinque fratelli Isola, omonimi ma non parenti del primo Giovanni, originari del Monferrato, aprirono a Milano cinque cantine: tre in via Sarpi e due in viale Monza. Dal 1960 la gestione della Cantina di via Sarpi è rimasta a Giacomino Isola, nipote del fondatore Carlo e figlio di Secondo, che fu il cuoco del re. È da Giacomino e sua moglie Milli (Emilia Ruggiero, ndr), una delle prime sommelier donne d’Italia, che mio papà ha comprato l’attività nel 1991».
Lei all’epoca aveva 21 anni.
«Sì: ero astemio e volevo fare il commercialista. Ma mio papà Gianni, che già aveva un altro locale, il ristorante “Florence” in viale Piave, mi chiese di dargli una mano. Io accettai con poco entusiasmo, anche perché all’epoca di giorno le Cantine erano piene di vecchietti e io mi sentivo un pesce fuor d’acqua. Scoprii presto, però, che la compagnia dei vecchietti mi piaceva. E anche gli insegnamenti di Milli. Era stata lei, negli anni Settanta, ad affiancare al vino sfuso le bottiglie più pregiate, facendo diventare le Cantine Isola uno dei tre posti in cui si beveva meglio a Milano, insieme a Peck e a Scoffone».
Che cosa le insegnò Milli?
«Ad andare a conoscere i produttori. Mi portava con lei e mi presentava tutti: Marco De Bartoli, Bruno Ceretto, Walter Mastroberardino, Sandro Boscaini… nomi che avrebbero reso grande il vino italiano. De Bartoli divenne un amico, e mi disse una frase che non ho mai più dimenticato: “Ricordati sempre di fare le cose bene”».
Ha seguito il consiglio?
«Ci provo tutti i giorni, da 30 anni. Nel 1996 i miei hanno fatto un passo indietro lasciandomi gestire il locale. L’ho preso seguendo le orme di Milli, e cioè con l’idea di scoprire sempre nuovi produttori, oltre ai grandi già affermati, e di raccontare le loro storie. Oggi abbiamo oltre 2000 etichette. Chiaramente rispettiamo le esigenze del cliente: chi vuole approfondire chiede, altrimenti siamo velocissimi nella descrizione. Ma sempre in un’ottica narrativa: alle persone non interessano gli aromi nel calice o le percentuali dei vitigni, vogliono sognare ad occhi aperti. E quindi raccontiamo, per esempio, del Savennières di Château d’Epiré, nella Loira, il vino bianco prodotto in una chiesa sconsacrata del 1200».
Che numeri fate?
«Siamo aperti dalle 10 alle 22, abbiamo circa 500 clienti al giorno in settimana, 1000-1300 nel weekend. Tanti sono giovani: dall’inizio degli anni Duemila in poi l’età media di chi viene da noi si è abbassata».
Ma non diciamo sempre che i giovani non bevono più vino?
«Non è vero: ne bevono magari meno, e molto responsabilmente. Se guidano anche solo il motorino stanno molto attenti. Ma quello che bevono è più buono. Io vedo una valanga di ragazzi di 20-30 anni che vengono da noi e si fanno consigliare: hanno voglia di capire e di scoprire cose nuove. Del resto serviamo vino per tutte le tasche, e negli ultimi due anni non abbiamo toccato i prezzi: andiamo dai 6,5 euro del calice meno costoso ai circa 2.000 per un calice delle nostre bottiglie più importanti».
Qualche nome?
«Abbiamo un La Tâche Grand Cru Domaine de la Romanée-Conti 2016, la bottiglia vale 9mila euro. Il Barolo Monfortino Riserva Giacomo Conterno 2019 lo serviamo a 250 euro al calice, il 1901 Marsala Superiore di Marco De Bartoli viene circa 2mila euro a bottiglia. Noi sbicchieriamo tutto, da sempre: infatti abbiamo anche una clientela alto spendente che si ritrova qui per aprire insieme delle chicche».
I vostri clienti sono più italiani o più stranieri?
«Un 40 per cento è clientela del quartiere, un altro 40 per cento sono milanesi di altre zone e circa il 20 per cento sono turisti. Italiani, ma anche francesi, americani, inglesi, scandinavi, giapponesi… da dopo Expo c’è di tutto in città».
Siete diventati famosi anche perché ogni martedì alle 20.30 leggete una poesia ai clienti.
«Sì, da 26 anni. Chi c’è c’è, chi ha voglia ascolta, chi non ha voglia no. L’idea era nata dalla nostra amicizia con le famiglie Hoepli e Feltrinelli. Pensi che ci hanno riconosciuto anche in Francia per questa particolarità: “Voi siete quelli delle poesie”, ci hanno detto a una fiera. All’inizio leggevamo poesie legate al vino, poi abbiamo allargato a tutto. Per 10 anni, dal 2010 al 2020, il poeta dialettale Sergio Gobbi ha letto ogni due settimane un suo testo in milanese. Una volta una ragazza inglese, pur capendoci poco, è scoppiata in lacrime da tanto si è emozionata».
Ci sono stati momenti difficili in questi 30 anni?
«La pandemia è stata terribile, ma sinceramente non ho mai pensato di lasciare. Anzi, di recente sono diventato proprietario dei muri del negozio e avevo anche valutato di allargare gli spazi o di aprire più punti vendita, ma alla fine ho deciso che le Cantine Isola restano come sono e dove sono. Non volevo che ci snaturassimo. Ci ho sicuramente rimesso da un punto di vista economico, ma almeno il tempo libero che ho lo passo con la mia famiglia, e lo stesso vale per il mio team: 12 collaboratori, alcuni dei quali lavorano con me da 13 anni, come Michael Villanueva, o da 10, come Luca Giatti».
Milano oggi è piena di enoteche, soprattutto di vino naturale. Che ne pensa?
«Che è un bene se tanti giovani si sono dedicati a questo ed è un bene che stiano crescendo delle generazioni di appassionati di vino: ognuno trova la sua strada e il suo equilibrio. L’importante per me, citando di nuovo De Bartoli, è fare le cose bene».
Che enoteca frequenta lei, a parte le Cantine?
«Vado a trovare diversi colleghi nel mio tempo libero, e cambio spesso. Vino al vino, Malfassi enoclub, Non la solita vineria, La Cantina di Franco, Melabevo, Bar Paradiso, Da Silvano e tanti altri…».
Via Sarpi: dagli anni Novanta a oggi è un’altra cosa. Meglio o peggio?
«Difficile rispondere: da quarta via commerciale di Milano dopo Vittorio Emanuele, Buenos Aires e corso Vercelli è diventata Chinatown. Ma devo dire che la comunità cinese per certi versi ci somiglia: è fondata sulla famiglia e sul lavoro. Tanto. Forse le manca solo un po’ di creatività: se un’insegna ha successo, ne aprono decine uguali. Ecco perché oggi la via è un susseguirsi di street food: l’intuizione l’ha avuta oltre dieci anni fa Agie Zhou della Ravioleria Sarpi, ha funzionato e ora la strada ne è piena. Da commerciante non posso dire di non averne beneficiato, ma capisco dall’altra parte il disagio per i residenti».
Come festeggerete il 130esimo compleanno?
«Con una festa aperta a chi vuole venirci a trovare, il 12 maggio. Accoglieremo gli amici storici ma anche i clienti nuovi, chiunque voglia passare a brindare con noi: apriremo qualche grande formato speciale e, in collaborazione con i vicini della Ravioleria, si potrà assaggiare un po’ di street food asiatico».
In perfetto stile Chinatown.
5 maggio 2026
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