Per i suoi legali, nel post in oggetto Sempio non si riferisce a Chiara Poggi ma «a un caso di revenge porn degli inizi degli anni 2000». Fu la prima volta che la diffusione non consensuale di immagini intime ebbe una vasta eco in tutta Italia

Non è di Chiara Poggi che Andrea Sempio parla nei suoi post sul forum «Italian Seduction». Lo hanno detto e ribadito i suoi legali, all’indomani della diffusione di alcuni suoi messaggi postati tra il 2009 e il 2016 con il nickname “Andreas” (raccontati qui da Pierpaolo Lio). 

Per Liborio Cataliotti, uno dei difensori del 38enne, «siamo di fronte a una strumentale mostrizzazione» dell’unico indagato della nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. In particolare, di alcuni stralci di suoi interventi sul forum sarebbe stata data una lettura a suo parere fuorviante, perché «i post che sono stati esaltati come rappresentativi di una possibilità di movente», in realtà, «non riguardano minimamente Chiara Poggi». 



















































E cita due esempi per lui «eclatanti»: la ragazza oggetto di una «one-itis» (ossessione amorosa, ndr) sviluppata da Sempio «tra i 18 e i 20 anni», che non sarebbe la vittima del delitto di Garlasco bensì una «barista»; e la frase in cui lui «cita “forza Chiara”», che, dice, «si riferisce a un caso di revenge porn degli inizi degli anni 2000».

Il primo caso in Italia 

Quello evocato da Cataliotti può essere considerato come il primo caso di diffusione non consensuale di immagini intime che ebbe una vasta eco in tutta Italia. Di “revenge porn”, allora, non si parlava: l’espressione, nel dibattito pubblico italiano, non esisteva, e il reato che oggi indica (articolo 613 ter del codice penale) è stato introdotto nel nostro ordinamento solo nel 2019 con il cosiddetto “Codice rosso”. 

Le critiche all’espressione «revenge porn» 

È bene precisare, inoltre, che non è in ogni caso corretto parlare di “revenge porn” per indicare il reato in questione

L’espressione è contestata da più parti, sia perché giuridicamente imprecisa (non sempre i materiali vengono diffusi per “vendicarsi”, ad esempio), sia perché – come puntualizzato anche da numerosi gruppi femministi – da una parte minimizza la violenza intrinseca nel gesto, dall’altra mistifica la natura delle immagini definendole “pornografiche” anche quando non lo sono affatto.

Il filmato e la sua diffusione

Il caso in questione – «assolutamente noto alle cronache», secondo Cataliotti – affonda le sue radici in un filmato realizzato presumibilmente alla fine degli anni Novanta, in cui compaiono una ragazza (minorenne all’epoca dei fatti) e un ragazzo (appena maggiorenne). 

Si tratta di un video intimo, registrato – così lascia intendere un dialogo tra i due – per volontà di lui. Un video che sarebbe dovuto rimanere privato («Lo teniamo per noi», garantisce lui). E che, invece, venne diffuso. Anche online.

La diffusione peer-to-peer

Non sappiamo a quando risale la prima condivisione del filmato. Sappiamo però che all’inizio degli Anni Duemila (difficile essere più precisi di così) la sua diffusione, online, era già diventata inarrestabile. 

La rete allora era ancora lentissima, rispetto agli standard odierni, e le piattaforme per la distribuzione di video erano inaccessibili ai più, così come i telefonini capaci di riprodurre file multimediali. Non esistevano ancora né i social, né le app per la messaggistica a cui ora siamo abituati. 

Esistevano già, però, i software basati sul protocollo peer-to-peer che consentivano di scaricare file (piccoli o grandi) dai pc altrui, purché connessi alla rete. Come eMule e WinMix, popolari sebbene controversi (soprattutto perché permettevano il proliferare della pirateria informatica). 

Ed è proprio da lì che il video, una volta condiviso una prima volta, è stato scaricato chissà quante volte, da chissà quante persone, scavalcando il perimetro della città in cui era stato girato. Si trasformò in una sorta di meme, noto come “Forza Chiara” (dalle parole che il ragazzo pronuncia all’inizio del filmato, nel tentativo di vincere il pudore di lei).

A questo, secondo i suoi legali, faceva riferimento Sempio nel 2016, citando proprio quelle esatte parole: alla eco, allora neanche troppo lontana, di un caso così famoso, per chi frequentava la Rete in lingua italiana, da essere diventato paradigmatico.

Il calvario per le vittime

Per la vittima, l’intera vicenda fu un calvario. La diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti può lasciare segni indelebili: causa danni reputazionali incalcolabili e strascichi psicologici pesantissimi

Come spiega un vademecum dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, le vittime spesso soffrono di ansia, depressione e difficoltà nel controllo emotivo. Un’indagine effettuata nell’ambito della campagna “End Revenge Porn”, citata nel medesimo vademecum, rileva che l’82% delle vittime di questo reato – che nel 90% dei casi sono donne – sperimenta una compromissione sociale e occupazionale. I dati dimostrano, inoltre, che questa forma di violenza ne alimenta altre: il 37% delle vittime, in seguito alla diffusione non consensuale delle loro immagini, è stato direttamente molestato; il 49% è stato aggredito e perseguitato online, il 30% ha subito persecuzioni anche nella vita reale. 

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5 maggio 2026