di
Marta Serafini
L’Ucraina dimostra che la capitale russa è vulnerabile e per il Cremlino il problema diventa difendere la propria immagine agli occhi dell’opinione pubblica
Fermo il fronte, rombano i cieli. È sopra le città e i simboli del potere che si consuma l’ultimo capitolo della guerra tra Kiev e Mosca. La dinamica è chiara: l’Ucraina prova a colpire la profondità strategica russa e il suo cuore; la Russia continua a martellare le infrastrutture che tengono in piedi l’economia ucraina, con Odessa in prima linea.
Non è solo una questione di danni: è una guerra di messaggi politici e psicologici.
Ed è in quest’ottica che va letto il raid ucraino che, nella notte tra domenica e lunedì, ha colpito a Mosca un grattacielo di lusso, residenziale, sulla Mosfilmovskaya Street e vicino al Cremlino. Anche se il valore strategico è limitato, Kiev dimostra che la capitale russa è vulnerabile.
Non è la prima volta. Il precedente più forte resta il drone esploso sul Cremlino nel maggio 2023, sempre alla vigilia del 9 maggio, episodio che incrinò la narrativa dell’inviolabilità del cuore del potere russo e che inaugurò una nuova stagione per la capitale russa, fatta di blocchi degli aeroporti e di allerte.
Per il Cremlino il problema non è solo difendere lo spazio aereo, ma proteggere la propria immagine. A ridosso della parata della Grande Vittoria, vedere Mosca sotto pressione significa ammettere che la guerra non è più lontana dagli occhi dell’opinione pubblica russa. Ed è in questo senso che si può parlare di un Putin sempre più concentrato sulla propria sicurezza, quasi assediato dall’idea che un attacco ucraino possa rovinare il rito politico più importante del suo calendario. Non a caso anche il traffico aereo civile in varie regioni russe è stato di nuovo temporaneamente limitato o sospeso.
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In questo quadro si inserisce anche il capitolo della tregua di due giorni. Più che una vera apertura politica, è una pausa brevissima, legata alla necessità russa di mettere in sicurezza la parata del 9 maggio. E non a caso il presidente Zelensky ha cercato di rovesciarne il significato, anticipandola di tre giorni e presentandola non come un gesto di pace ma come una sospensione di comodo, utile soprattutto a proteggere la coreografia del potere russo.
Pur partendo da una netta inferiorità aerea, Kiev ha ampliato progressivamente il proprio raggio d’azione e la propria profondità di fuoco, combinando droni a lungo raggio, missili più avanzati e migliore capacità di intelligence. Lo si è visto nei raid contro depositi, basi, nodi logistici e infrastrutture energetiche russe. In questa traiettoria rientra anche l’uso dei missili Flamingo contro obiettivi strategici russi nelle retrovie: il segnale è che l’Ucraina sta costruendo una capacità di strike in profondità per compensare la propria debolezza nell’aviazione convenzionale.
La Russia, però, conserva una capacità di pressione molto più ampia e sistematica. Lo si registra soprattutto a Odessa, il cui porto resta un obiettivo centrale perché lì passano export, logistica e sopravvivenza economica ucraina. Secondo il vicepremier Oleksii Kuleba, dall’inizio del 2026 Mosca ha lanciato oltre 800 droni contro le infrastrutture portuali ucraine, quasi undici volte più del 2025.
Dall’inizio dell’invasione su vasta scala sono state colpite più di 900 strutture portuali e 177 navi civili. E proprio nelle ultime ore, riferisce Ukrainska Pravda, un altro attacco russo nella regione di Odessa ha ferito civili e danneggiato infrastrutture civili, confermando che il Mar Nero resta uno dei fronti più esposti della guerra. Anche qui la logica di Mosca non è solo colpire, ma logorare.
E così il cielo della guerra non è più solo il luogo da cui partono missili e droni: è diventato il teatro in cui si misura la tenuta psicologica dei due poteri. Con il risultato che oggi, più del fronte fermo, parla il rumore dei cieli.
5 maggio 2026 ( modifica il 5 maggio 2026 | 16:48)
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