di
Andrea Pasqualetto

Padova, in migliaia per Zanardi. Il cerchio delle carrozzine

Disposti a cerchio, intorno al feretro, c’erano loro: i ragazzi di Alex. Molte carrozzine, molte storie, molte emozioni. «Capitano mio capitano, qui la corsa la continuiamo noi e quando penseremo di non farcela conteremo con te altri cinque secondi». Mauro, triatleta, lo dice in una basilica gremita per l’ultimo saluto ad Alex Zanardi, il pilota di F1 diventato leggenda degli atleti paralimpici e fonte di ispirazione per tutti. Parla Mauro, parla Annalisa che fa la ciclista e lo considera un mentore, un amico, un padre: «Con umile delicatezza ci hai aiutati a riscoprire la nostra forza interiore». Parla Flavio, che corre in handbike e come tutti questi giovani ha l’orgoglio di appartenere a Obiettivo 3, la creatura di Zanardi per avviare all’attività sportiva persone con disabilità: «Sei stato aria fresca, frizzante, quella che ti punge il viso, ma ti riempie i polmoni e ti fa respirare». 

Tutti lottano contro la commozione ma le lacrime scendono comunque nella basilica padovana di Santa Giustina. Alex Zanardi da Castel Maggiore, il Zanna, il guerriero gentile capace di infondere coraggio allo sport paralimpico e di condurlo fuori dalle paludi del pietismo. «Quando mi sono risvegliato senza gambe ho guardato la metà che mi era rimasta, non quella che era andata persa», ricordava a chi era depresso. 



















































Chissà cosa avrebbe detto di fronte a queste lacrime, lui che tendeva sdrammatizzare tutto e a dare sempre un colpetto sull’acceleratore della passione e dell’entusiasmo anche a chi finiva nell’abisso. «Lascio a voi le medaglie, il rombo dei motori, le luci dei podi, il fruscio degli applausi – ha detto con grande trasporto don Marco Pozza – Io mi tengo strettissimo l’uomo con la sua avvincente umanità. Aveva un’anima cristallina, cresciuta senza smarrire il bambino che è stato. Lui, uomo del congiuntivo, viveva come se tutto fosse un appuntamento al buio, un’improvvista, la mente spalancata. Non gli importava di sapere come finiva il corridoio di casa, voleva frequentare l’infinito». 

Don Marco è il parroco del carcere padovano Due Palazzi chiamato da Daniela e Niccolò, moglie e figlio di Zanardi, a celebrare il funerale. Era amico di Alex, si frequentavano, si stimavano, andavano per strada e per osterie. Nella sua omelia ringrazia una sola persona: il dottor Claudio Costa, uomo di scienza, guru della clinica mobile, ma non tanto per aver aiutato Alex dopo il terribile incidente del 13 settembre 2001 sulla pista tedesca di Lasitzring dove ha perso le gambe. No, per le parole di questi giorni: «Con la sua amicizia Alex ha ridisegnato i contorni della mia anima, sia di medico che di uomo», ha detto Costa che ne apprezzava il coraggio, la battuta pronta e l’ottimismo. «Pazienza per la gambe, restano cuore, polmoni e fegato», gli diceva Alex. E adesso che la morte si è presa tutto resta solo quella, l’anima. «Ma l’anima, in corsia di sorpasso, è andata a infilarsi dritta nelle storie di questi giovani e rimarrà», ha concluso don Pozza. 

Daniela posa la testa su Niccolò che la accarezza teneramente. Riservatissimi, hanno sempre tenuto un basso profilo in questi lunghissimi anni di sofferenza. Ma ora Niccolò qualcosa la vuole dire, prende il microfono e va a braccio: «Mi sono chiesto cos’altro posso aggiungere a tutto quello che è stato detto in questi giorni. Non voglio parlare dell’Alex che vince le Paralimpiadi, i mondiali, o che va in giro a ispirare le persone. Vorrei parlare dell’Alex che si fa il caffè, che il sabato sera impasta la pizza, dell’Alex che entra in casa con due occhiali da vista che a momenti sembrano un telescopio della Nasa, dal telefono ad almeno cinque metri dal viso, distanza di sicurezza. Faceva il caffè o impastava la pizza sempre col sorriso. E lì ho capito una cosa che lui ha sempre detto: non è necessario pensare alle grandi sfide, alle grandi imprese per trovare il sorriso, la gioia e la gratificazione. Se tu trovi il sorriso nelle piccole cose e lo fai tutti i giorni, hai messo le basi migliori per costruire una vita meravigliosa». Prende la parola anche Barbara Manni, la cognata di Zanardi socia di vari progetti: «Combattente è la parola che racconta la tua essenza più vera. Combattente è stato il tuo papà Dino (idraulico, ndr) quando ha dato tutto quello che poteva per vederti realizzare il sogno di andare a correre; lo è stata tua madre Anna, una vera forza della natura; e lo è stata tua moglie Daniela. Senza qualcuno che resta, attende e ama, anche il più forte degli uomini non potrebbe avere la capacità di andare a sfidare il vento. Senza Anna, senza Daniela, la storia che hai compiuto non sarebbe stata la stessa». 

E mentre in chiesa si levano le note di Fiorella Mannoia, Combattente, i familiari si stringono. Sui banchi di questa chiesa immensa c’è un’umanità variegata: tifosi, gente semplice, atleti e politici. In prima fila il ministro dello Sport Andrea Abodi che aveva parlato di «luce straordinaria che si spegne, un uomo e uno sportivo che ci ha insegnato ad amare la vita profondamente, interamente, intensamente». Ci sono l’ex presidente del Coni Giovanni Malagò, il capo della F1 Stefano Domenicali, l’ex governatore del Veneto Luca Zaia e l’attuale Alberto Stefani che ha proclamato una giornata di lutto regionale. Manca all’appello qualcuno che voleva esserci: Franco Carraro, un po’ il nume tutelare dello sport italiano: «Non ce l’ho fatta, ho 87 anni e non è più così facile per me spostarmi. Ma sono stato lì con il cuore perché Zanardi era straordinario, ha vissuto come meglio non si poteva, al contrario di questa società piena di cattiveria, di insulti. Se l’umanità avesse il 10 per cento di quello che aveva lui andrebbe tutto molto meglio». Tante belle parole per Alex Zanardi che combatteva contro la retorica e contro la liturgia dell’uomo perfetto e che forse avrebbe sospirato: «Obiettivamente non penso di aver fatto nulla di miracoloso. Sulla mia tomba scrivete solo che avevo la testa più dura del marmo di questa lapide».

5 maggio 2026