voto
6.0

  • Band:
    HASTE THE DAY
  • Durata: 00:39:08
  • Disponibile dal: 01/05/2026
  • Etichetta:
  • Solid State Records

Solid State Records ci fa suonare sempre la campanella del metalcore cristiano americano, movimento che ebbe il suo massimo splendore nella seconda metà degli anni Zero, con “Define the Great Line” degli Underoath che nel 2006 arrivò alla numero 2 della classifica americana. Insieme ad As I Lay Dying, Demon Hunter, Norma Jean, The Devil Wears Prada ed August Burns Red c’era una seconda fila formata da band come For Today, A Plea for Purging, The Chariot e per ultimo Haste the Day, di cui vi parleremo oggi.

La band di Carmel, Indiana, non ha mai raggiunto il vertice del movimento, ma il secondo album “When Everything Falls” (2005) ha segnato il loro momento più brillante.
Questo successo ha permesso loro di seguire la scia delle band di punta, arrivando a un discreto exploit commerciale con “Attack of the Wolf King” (2010). Nonostante i discreti risultati, la formazione si sciolse nel 2011 in seguito al ritiro del manager Mark Lafay. Nel 2014, per pura nostalgia, sono tornati brevemente con l’album “Coward” e nel 2023 è arrivata una seconda reunion: dopo l’acclamata esibizione al Furnace Fest, la band pubblica oggi “Dissenter”, il settimo disco della carriera, ancora una volta per Solid State Records.

La raccolta parte forte con “Shallows”, dove il ritornello riuscito evolve in un bridge drammatico e in un breakdown da manuale, un brano che riassume le caratteristiche tipiche degli HTD e che probabilmente finirà nelle prossime setlist.
“Liminal” (con i Silent Planet) aggiunge alla formula poliritmie imprevedibili e un growl affannato. “Adrift” offre un respiro acustico, mentre “Oblivion” punta su synth cinematici e un finale apocalittico. Tracce come “Burn” mantengono invece una certa energia propulsiva ma il retrogusto è sempre lo stesso, quello di una eco di formule abusate, assimilate, sentite e risentite.
Ogni singola canzone di “Dissenter”, infatti, prova a spingere sul pathos ma cede inevitabilmente a un’estetica datata, quella dello scream/clean ripetuto all’infinito che fortunatamente moltissime formazioni, nel corso di oltre un decennio, hanno saputo rinnovare tenendo vivo un movimento metalcore sempre rigoglioso.
A volte i ritornelli utilizzano un registro più basso per simulare un sound più maturo, e la band tenta anche la strada del concept album – una narrazione di un mondo distopico sull’orlo del collasso – in modo abbastanza pretestuoso, senza pescare una storia particolarmente originale e centrare un arco narrativo entusiasmante.

Non essendo mai stati i primi della classe nemmeno in un movimento ultra-specifico come quello del metalcore cristiano – genere che comunque ha un grande traino a livello di vendite facendo parte del fortunato insieme del christian rock – potevamo aspettarci un ritorno non troppo dissimile al precedente “Coward”, e così è a livello qualitativo: nessun miracolo ha instillato chissà quale vena creativa in quella che sarà sempre una band di mestiere, che ritorna con un disco che non è poi brutto, che potrà accontentare qualche nostalgico soprattutto nel Nuovo Continente, ma che passerà sostanzialmente inosservato agli occhi della comunità metalcore internazionale.