Questo articolo è pubblicato sul numero 19 di Vanity Fair in edicola fino al 5 maggio 2026. Per abbonarvi a Vanity Fair, cliccare qui.
Chissà se Gloria Campaner è mai stata davvero una bambina. Il talento è un regalo, ma ti insegna la responsabilità anche quando è davvero troppo presto. Primi passi al pianoforte a tre anni e mezzo e debutto come solista con l’orchestra a 12. Poi studio, tournée, disciplina, camere d’albergo. A un certo punto ha scelto di scendere da questo treno. E oggi, a 40 anni, ha imparato che la musica può essere libertà, sorpresa, incontro. E che a salvarci, a indirizzare la vita verso un modello che tenga insieme ciò che noi siamo e i nostri desideri, è l’amore. La pianista, nata a Jesolo il 5 aprile, ha festeggiato i suoi primi 40 anni su una feluca lungo il corso del Nilo. Un abito sopra l’altro nel freddo imprevisto di questa primavera, e al fianco Alessandro Baricco, suo marito. Restano i diplomi, i premi in oltre 20 concorsi pianistici internazionali, un’agenda tra festival, progetti e corsi (il suo metodo, «la palestra delle emozioni», ha avuto grande successo); resta l’emozione della partecipazione alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Milano Cortina all’Arena di Verona lo scorso febbraio, ma Gloria ha trasformato sé stessa da «macchina da concerti» ad artista che attraversa la musica e la cultura con una propria personale voce. «È tutto talmente bello che vorrei fare copia incolla per i prossimi 40 anni».
Che cosa ha scelto per celebrare questo traguardo?
«Ho festeggiato questo piccolo giro di boa, che coincideva con la Pasqua e il giorno della rinascita, sul Nilo. Era un sogno da tanti anni: arrivare lì dove è nata la civiltà, nel luogo di una storia che ci parla ancora. Ne avevo parlato ad Alessandro e così lui ha voluto farmi una sorpresa: dal Cairo ad Assuan, all’Old Cataract, l’hotel dove Agatha Christie scrisse Assassinio sul Nilo, e poi in feluca dentro il letto di questo fiume incredibile. Volevamo regalarci una navigazione antica, un paesaggio bagnato di luce. Ci siamo affidati alla saggezza di un fiume. Mi è sembrato magico e sono ancora mesmerizzata da quello che ho visto e dal viaggio che ho
fatto dentro di me».
Ha iniziato la carriera giovanissima. Che anni sono stati?
«Anni di scelte, in una vita che ti insegna presto a innamorarti delle rinunce. O a doverle accettare. Ma comunque anni necessari in cui sono finita in un vortice, orientata esclusivamente a un obiettivo: diventare una solista. Subito dopo il liceo, che ho finito un anno prima, sono andata a vivere da sola a Pescara. Ho lasciato un amore, mi è costato tantissimo. Poi mi sono spostata in Germania, e infine a Roma. Ricordo che usavo degli scaldini elettrici che a furia di stare abbracciati a me prendevano un profumo che riconoscevo».
Nata sull’Adriatico, studi in Germania, oggi vive tra Roma e Torino. Cos’è «casa»?
«Il mio legame con la casa è sempre stato un po’ problematico, sono sempre stata più innamorata delle partenze che dei ritorni. Ho avuto una vita costantemente fatta di valigie, spostamenti, traslochi. Casa alla fine è uno spazio nascosto intimo e privato che è dentro di me. Quando riesco a contattare quel luogo, lì mi sento a casa davvero. Con il tempo ho scoperto che la casa ha a che fare con l’amore, con il senso della cura delle cose, ma soprattutto dell’altro».