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L’attacco iraniano di lunedì contro gli Emirati Arabi Uniti, il primo dall’inizio del cessate il fuoco con gli Stati Uniti, ha colpito il porto commerciale e petrolifero di Fujairah. È una struttura fondamentale per il commercio mondiale di petrolio, e dall’inizio della guerra permette agli Emirati Arabi Uniti di aggirare almeno in parte il blocco dello stretto di Hormuz.
Seppur non rivendicato ufficialmente dall’Iran, l’attacco è stato sia una risposta al tentativo del presidente statunitense Donald Trump di forzare militarmente il blocco dello stretto, con il piano “Project Freedom”, sia un avvertimento per i paesi del Golfo: l’Iran intende mantenere il controllo sulle navi che passano per lo stretto di Hormuz, e quindi su buona parte delle esportazioni mondiali di petrolio e di gas naturale liquefatto, anche usando la forza.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno detto di aver intercettato complessivamente 12 missili balistici, tre missili da crociera e quattro droni. Almeno un drone ha però colpito il porto di Fujairah, dove si è sviluppato un grande incendio. Non è chiaro quanti danni siano stati fatti al porto, ma è probabile siano rilevanti.
Fujairah è l’unico porto degli Emirati Arabi Uniti attrezzato per accogliere navi petroliere che non affaccia sul golfo Persico, ma sul golfo di Oman, di fatto superando il blocco iraniano sullo stretto di Hormuz. Era già stato attaccato varie volte dall’inizio della guerra.
È il principale luogo di stoccaggio del petrolio, nonché il punto di rifornimento per le navi e il terminale dell’oleodotto che parte dagli impianti petroliferi di Habshan, più a ovest, sull’altro lato dello stretto. L’oleodotto ha una portata di 1,8 milioni di barili di petrolio al giorno.
Nelle ultime settimane gli Emirati Arabi Uniti avevano iniziato a usare l’oleodotto per superare il blocco dello stretto di Hormuz e far rifornire le petroliere a Fujairah. C’è anche un progetto di ampliamento dell’oleodotto, considerato un’assicurazione contro possibili blocchi futuri di Hormuz.
Prima della guerra gli Emirati Arabi Uniti producevano 3,4 milioni di barili di petrolio al giorno. La scorsa settimana hanno annunciato l’uscita dall’OPEC, l’organizzazione che riunisce 12 tra i più importanti paesi esportatori di petrolio, proprio per poter aumentare la produzione e le esportazioni senza dover rispettare i vincoli imposti dall’organizzazione, ritenuti limitanti.
Oltre ai danni effettivi causati dall’attacco, che potrebbero aver compromesso il funzionamento di almeno parte del porto, è stato un messaggio agli Emirati Arabi Uniti: l’Iran ha mostrato di poter ancora colpire le strutture energetiche dei paesi vicini, e di potere e volere controllare il commercio di petrolio nell’area. Sempre lunedì, attraverso l’agenzia statale Fars, i Guardiani della rivoluzione (il corpo armato più potente dell’Iran, e quello che davvero comanda) avevano diffuso una nuova mappa della zona dello stretto di Hormuz che ritengono sotto il loro controllo: comprendeva anche il porto di Fujairah.
L’Iran non ha commentato ufficialmente gli attacchi, ma alcune agenzie di stampa legate al regime hanno pubblicato dichiarazioni di fonti militari anonime che minacciavano gli Emirati Arabi Uniti per le loro decisioni «poco sagge» e che attribuivano gli attacchi all’«avventurismo militare statunitense volto a creare un varco per il transito illegale di navi».

Colonne di fumo dalle strutture petrolifere di Fujairah colpite nell’attacco del 14 marzo 2026. (AP Photo/Altaf Qadri)
Nella notte fra domenica e lunedì Trump aveva annunciato un piano per «guidare» verso il golfo di Oman le navi cargo bloccate da oltre due mesi nel golfo Persico. Lunedì due cacciatorpediniere statunitensi erano entrati nello stretto, e il ministero della Difesa ha detto poi di aver distrutto alcune piccole imbarcazioni della flotta iraniana (l’Iran ha smentito). Almeno una nave commerciale, la danese Alliance Fairfax, è effettivamente riuscita ad attraversare lo stretto, assistita dalla Marina statunitense.
L’Iran ha attaccato alcune navi commerciali, ma i bombardamenti su Fujairah possono essere interpretati come una risposta a queste operazioni statunitensi. L’Iran minaccia di riprendere gli attacchi verso i paesi del Golfo e le loro strutture petrolifere se continueranno i tentativi americani di forzare il blocco.
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