Nel film Cena di classe i personaggi fanno i conti con sogni rimasti a metà. Qual è il suo bilancio?
«Faccio quello che volevo fare. Però mi rendo conto di quanto sia stato anche questione di incontri. Mio padre geometra che ogni volta che non mi prendevano a un provino mi diceva: cazzimma, testa alta, lo vuoi fare? Fallo. Stefano De Martino che mi ripeteva: devi fare Giulia. I Gialappi che mi affiancano un autore il giorno stesso della prima chiamata. Se togli anche solo una di queste persone, non so dove sarei».
È stata dura?
«Il sistema dei provini romani è terribile, è facile deprimersi. Vedere amici bravissimi, usciti dalle stesse accademie mie, che a 35 anni ancora non riescono a pagarsi l’affitto a Milano, checambiano agenzia e non gli risponde nessuno, è angosciante. Il talento è un diamante grezzo: se non c’è nessuno che lo vede e lo protegge, continua a brillare dentro di te finché non sai più dove metterlo. E ti deprimi. Ecco perché il collettivo, la rete, le persone intorno per me non sono un optional. Sono la struttura portante».
Struttura portante in che senso?
«Quest’anno per il mio compleanno ho fatto il matrimonio con i miei amici. Siamo andati a Garbatella, alla Casetta Rossa. Ho chiesto a tutti di portare chitarre e tamburelli, abbiamo mangiato cose semplici, cantato, ballato la càscara. Quello che avrei voluto fare se mi fossi sposata, l’ho fatto con loro».
È un’idea che viene da Michela Murgia.
«Sì, negli ultimi anni ero molto immedesimata in lei, nella sua idea di famiglia di scelta. Legami che non sono imposti dalla società o dal sangue, ma che si costruiscono e si scelgono ogni giorno. Non lo so quanto sia rivoluzionaria come idea, però. Vengo da Santa Maria di Leuca. Mia nonna abita in Salento, e lì la vicina di casa non è una figlia né una sorella, eppure mia nonna si aiuta con le vicine, cucinano insieme, se c’è un lutto si portano da mangiare. È un miscuglio di ruoli e di aiuto reciproco straordinario. Quindi direi più che rivoluzionaria un’idea molto antica, che si è persa nelle grandi città».
Come funziona concretamente questa sua famiglia?
«È sparsa tra Milano, Roma, Bologna, Firenze, però ci si sposta, ci si raggiunge. E poi sto cercando di piantare in testa alla mia migliore amica l’idea di comprare una casa insieme. Perché aspettare un uomo per farlo? Possiamo farlo noi. Non è un’idea economica, è un’idea di vita. Di come si può stare al mondo senza aspettare che qualcosa di esterno ti dia il permesso».