di
Gaia Piccardi

I giocatori — non solo Sabalenka e Paolini — alzano la voce dagli Internazionali a Roma: vogliono una quota maggiore delle revenue degli Slam. La diatriba è antica, ma stavolta la pazienza sembra agli sgoccioli

C’è del fuoco che cova sotto la cenere di Roma se la numero uno del mondo Aryna Sabalenka si siede in conferenza stampa e dice: «Meritiamo una percentuale di guadagno maggiore: gli attori protagonisti dello show siamo noi. Se continuano a non ascoltarci, siamo pronti a boicottare i tornei». La campionessa in carica, Jasmine Paolini, conferma: «È un tema di cui in spogliatoio si parla parecchio. Vogliamo una distribuzione degli introiti più giusta, vogliamo i fondi per la pensione e la maternità. I tornei alzano i prize money ma non la percentuale con cui ci fanno partecipare agli incassi. Sì, se siamo tutti uniti, e uomini e donne lo sono, il boicottaggio è una strada da percorrere».

Doverosa precisazione: Roma non rischia nulla. È contro i quattro Slam che monta la polemica dei giocatori e delle giocatrici nella primavera del loro scontento. Boicottaggio è una parola grossa: ne soffrì Wimbledon ’73, difficilmente non vedremo i migliori top player in campo a Parigi, tra tre settimane.



















































La diatriba è antica, il cartello dei Major fa quello che vuole irritando Atp e Wta, che vorrebbero fondersi in un’unica entità per avere più forza contrattuale, lo dicono e non lo fanno mai. Poi c’è un soggetto altro, il sindacato parallelo (Ptpa) che ambisce a contare di più e invece perde i pezzi: Novak Djokovic, uno dei padri fondatori, si è sfilato di recente. In questo caos calmo, imprigionato dentro un calendario fittissimo che la creazione di un quinto Slam (Roma, come sogna il presidente federale Binaghi?) strangolerebbe ulteriormente, si muove il tennis.

Il Roland Garros per il 2026 ha annunciato un aumento del 9,5% del montepremi: salirà a 61,7 milioni di euro, con i vincitori dei tornei di singolare che riceveranno un assegno di 2,8 milioni. Il vero punto non sono i prize money ma la partecipazione alle revenue milionarie di vere e proprie macchine da soldi.

Iga Swiatek, stella polacca del tennis femminile, vede il boicottaggio come «una situazione un po’ estrema», però è d’accordo con la richiesta del sindacato: allineare la quota giocatori per tutti i tornei al 22%, come già succede nel circuito Atp mentre gli Slam si limitano al 13-15%. Non si sono mai seduti al tavolo con i rappresentanti dei quattro Major per parlarne: ogni Slam tira acqua al suo mulino, non c’è una strategia comune e condivisa perché così ogni entità singola (Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, Us Open) mantiene la sua sfera di potere e i suoi margini di totale discrezionalità.

In questo quadro cubista e scomposto è difficile anche per gli Internazionali imporsi all’attenzione del cartello dei quattro, per avanzare legittime richieste di avanzamento di status. Gli Slam non vogliono cedere i loro privilegi, faranno finta di accontentare i giocatori, ma mai abbastanza. Fino a quando la pazienza finirà e scatterà il boicottaggio. Ma quale top player avrà per primo il coraggio di dire che rinuncia a Wimbledon?

6 maggio 2026