Ventisette indagati, 18 arresti, di cui due ai domiciliari. È in corso dalle prime luci dell’alba una maxi operazione del Nucleo Investigativo dei carabinieri di via In Selci e dei militari del Comando provinciale di Roma, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia, contro un’associazione a delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti su cui gravano anche le contestazioni di sequestro di persona e tentato omicidio.

E fra i nomi spiccano personaggi di primo piano della criminalità romana perché “propaggini” del gruppo capitanato da Giuseppe Molisso e Leandro Bennato. Con l’operazione odierna si chiariscono dinamiche e soprattutto recenti agguanti avvenuti fra novembre e dicembre scorsi al Tuscolano. Sulla “vetta” dell’odierna associazione, ricostruita con le indagini dell’Arma, Giuliano Cappoli, di natali viterbesi, classe 1993 e Manuel Grillà, romano, classe 1988.

I PROTAGONISTI
Il suo nickname era “Maverick”, ma alla anagrafe risponde al nome di Giuliano Cappoli, già condannato in via definitiva a sei anni e sei mesi dopo esser finito al centro della vasta operazione “Grande Raccordo Criminale”. Lui e il suo socio Manuel Grillà, nome di “battaglia” “Neymar”, avevano tirato su un’associazione che si forgiava di amicizie importanti come quella con Leandro Bennato e Giuseppe Molisso ma anche Elvis Demce. Inseriti a pieno titolo nella grande consorteria criminale romana ma abili a ritagliarsi, come pure il pentito Fabrizio Capogna, mise a verbale decidendo di collaborare con la giustizia, un proprio e ampio posto.

E del resto gli affari che il gruppo di Cappoli e Grillà faceva non erano affatto marginali. Muovevano centinaia di migliaia di euro, importando principalmente dalla Spagna quantitativi “monstre” di stupefacenti, cannabinoidi ma anche cocaina che poi rivendevano non solo nelle piazze romane, sconfinando ad Anzio, sul litorale e nell’hinterland. Mezzo chilo di fumo pagato 16.500 e un’organizzazione di “affiliati” che si occupava del recupero crediti anche con metodi violenti e tentati omicidi sventati solo dall’intervento dei carabinieri. 

LE CONFESSIONI DI FABRIZIO CAPOGNA
Delle capacità di Grillà proprio Capogna raccontò come qualche giorno prima di avviare la sua collaborazione aveva acquistato da lui 20 chili di cocaina. Una partita che però, considerato l’arresto che sopraggiunse per Capogna proprio in quel frangente, andò in fumo: chi la doveva “custodire” decise di rivenderla senza informare e creando un problema quasi vitale al collaboratore di giustizia. Capogna una volta uscito dal carcere si trova sotto casa sei ragazzi, fra cui Grillà, Emanuele Selva, Tomas Del Bello, Manolo Cori, Kevin Giannetto e un altro mai visto. Gli suonano a casa, lui si affaccia alla finestra. Capogna aveva preso la droga a credito, a venti giorni e avrebbe dovuto pagare 440 mila euro.

Ma la coca era stata venduta, i soldi persi e lui aveva i fornitori sotto casa, agguerriti e pronti a fargliela. Capogna, scampato a quello che sembrava a tutti gli effetti un agguato, decide di collaborare, come ricorda anche il gip Ilaria Tarantino nell’ultima ordinanza di custodia cautelare. La sua scelta era proprio legata “a Manuel Grillà e alla vicinanza di quest’ultimo a Giuseppe Molisso e Leandro Bennato, dimostrata dalla partecipazione all’azione di recupero del credito nei suoi confronti di Manolo Cori e soprattutto di Emanuele Selva, attualmente latitante e braccio destro di Molisso e Bennato”. Del resto è lo stesso Cappoli a dirlo, ascoltato durante le intercettazioni l’uomo dice: “Sempre per i c…. di Manuel…prima ha fatto pentì Capogna, gli è annato a menà a pe’ na ca…. e poi stiamo attenti a fa l’altri pentiti…ha fatto pentì Capogna”. 

IL METODO
Cappoli e Grillà da almeno quattro anni spacciavano droga a Cinecittà. Dice Capogna: “Grillà e Cappoli sono legati a Molisso e Bennato, preciso che hanno attività tendenzialmente autonome ma quando hanno problemi si uniscono”. Cappoli e Grillà hanno uno stretto legame per la gestione del traffico di ingenti quantità di stupefacenti, “la riserva di violenza utilizzata per regolare le questioni connesse alle attività dell’associazione, la disponibilità di armi e i collegamenti con fornitori esteri, soprattutto in Spagna e Marocco”, si legge ancora nelle carte. Emblematica l’intercettazione del 23 febbraio scorso quando Grillà dice a Cappoli che lavorano insieme da dieci anni. Poi Grillà chiede a Cappoli ragguagli sulla loro situazione economica: “Mi dici na cosa? In cassa quanto c’avemo?” e Cappoli risponde: “Eh un milione centotrenta? Dieci sacchi in più, dieci sacchi in meno…più o meno quello…”. Nel mezzo di questo decennio affari con carichi di droga sempre più importanti, estorsioni, tentati omicidi per regolare i conti in sospeso. 

IL SEQUESTRO DI SULMONA
Fra questi un sequestro di persona avvenuto a Sulmona. E’ il 2021 e Grillà manda due suoi uomini – Alessio Immordino (il “Laziale”) e Alessandro Damiani (il “Bianco”) – a Barcellona con al seguito 200mila euro per l’acquisto di un ingente carico di hashish. Lì un uomo il cui padre verrà poi sequestrato per due giorni, soprannominato il “Paesano”, avrebbe dovuto fare da intermediario fra gli acquirenti e alcuni grossisti albanesi ma i 200 mila euro vengono rubati agli uomini del gruppo nella stanza d’albergo. Così Grillà ritiene che la colpa sia dell’intermediario e parte alla volta di Sulmona sequestrando il padre dell’uomo e tenendolo prigioniero per due giorni. “Fa la fine del barone Rossellini” minaccia Grillà. Ma il “Paesano” non torna e non si fa vivo e allora Cappoli, che in quel momento si trova in carcere, dividendo la cella con Capogna, dice al suo socio che quest’ultimo avrebbe attivato Antonio Gala (ancora latitante) in ragione del fatto che l’uomo, vivendo per lungo tempo a Barcellona, avrebbe potuto avere i contatti e gli agganci per rintracciare il “ladro”.

Grillà è accecato dalla rabbia e spedisce in Spagna altri uomini che trovano uno degli albanesi, con cui il “Paesano” aveva contatti e che erano responsabili del furto da 200 mila euro, e lo feriscono quasi a ucciderlo. Ma dell’intermediario non c’è traccia. Grillà lo cercherà al telefono, ma nulla, gli manderà una serie di messaggi fra cui alcuni abbastanza espliciti: “Ma davvero pensavi che tu me potevi fa i sordi? Cesso! Sbrigate a rimannà i soldi, voglio il doppio, voglio 150 chili de fumo sennò tuo padre muore eh. Guarda bene. Mo guarda quanno accenni sto telefono che turba che te pija. Ti pensi che te magnavi i soldi mia te?”. Al messaggio viene allegata la foto in cui il padre dell’intermediario è seduto su una sedia, con lo sguardo perso nel vuoto e una pistola puntata sul volto. Alla fine il “Paesano” fa riavere una parte del denaro, impegnandosi a rendere la restante e il padre torna a casa.

I VERTICI
All’apice dell’associazione, dunque, Giuliano Cappoli e Manuel Grillà: erano loro i promotori, gli organizzatori e i finanziatori dell’associazione, occupandosi dell’approvvigionamento anche tramite “partite” importante dall’estero di ingenti quantitativi di droga. Ed erano sempre loro che impartivano le direttive ai sodali sovrintendendo le attività di stoccaggio e distribuzione dello stupefacente. Ad Anzio avevano clienti “fidati” capaci di acquistare anche 17 pacchi da mezzo chilo di bianca al prezzo di 16.500 l’uno. Ma è solo la punta dell’iceberg considerato come il gruppo macinasse anche 200 chili di oppioidi da acquistare per poi rivendere. Pensano in grande, i due, si muovono in grande e sono pronti anche a “investire” un milione di euro per acquistare droga da piazzare, poi però ci ripensano ma non per paura di essere trovati anche se muovere un così ingente quantitativo di droga sarebbe stato rischioso. Quanto più per il ritorno economico che avrebbe sì fruttato almeno 80 mila euro a settimana, ma che avrebbe comunque inciso sulla cassa per un investimento iniziale così importante.

Nell’associazione c’è anche Daniele Marascio che si occupava della cassa, con il ruolo di custode del denaro provento del narcotraffico, occupandosi di gestire le attività di scarico della droga proveniente dall’estero e collocando poi la stessa nelle varie “rette”. Valerio Troscia, detto “Bombolone”, dal canto suo, si occupava dei crediti dei clienti provvedendo poi al riciclaggio e al reinvestimento del denaro illecito.

Fra i loro contatti spunta anche Valerio Del Grosso, il giovane condannato a 27 anni per l’omicidio di Luca Sacchi che si mette in contatto con un interlocutore di Cappoli per chiedere di intervenire su un albanese che avrebbe un debito con Del Grosso ma anche con Grillà. L’intermediario si confronta con Cappoli ma questo gli risponde che gli avrebbe fatto sapere come muoversi solo dopo essersi confrontato con il suo socio. Un passaggio importante, annota il gip, perché consente “di confermare il ruolo ricoperto nell’organizzazione di Grillà e Cappoli, che evidentemente condividono le scelte più rilevanti alle quali i partecipi si adeguano obbedendo senza discutere. L’associazione vanta rapporti anche con criminali di lungo corso del basso Lazio, a partire da Massimiliano Del Vecchio, criminale di punta della provincia di Latina. Quando Del Vecchio viene arrestato a Barcellona nell’agosto del 2025 e ristretto poi nel carcere di Sulmona, Cappoli gli fa recapitare ben sei telefoni criptati mettendosi completamente a disposizione dell’amico e fornendo supporto all’attività della sua associazione. 

LE SPARATORIE AL TUSCOLANO FRA NOVEMBRE E DICEMBRE 2025
Il gruppo di Grillà e Cappoli può contare anche su un ampio arsenale che tornerà utile quando si deciderà di vendicate “Bullone”, soprannome di Lorenzo Tallone, intraneo all’associazione perché cliente fisso per la distribuzione dello stupefacente. Nel 2025 la famiglia Tallone resta coinvolta in uno scontro con un altra famiglia del Tuscolano, quella dei Carpisassi a causa di una serie di “prepotenze” dei primi che portano i secondi a sferrare un agguato il 23 novembre dello scorso anno. Di fronte a una sala giochi di via Stolone, Lorenzo Tallone viene preso a bersaglio. Vengono sparati almeno sette colpi, Tallone pur ferito alla spalla risponde al fuoco ma pochi giorni più tardi, ovvero l’11 dicembre, intorno alle due del mattino due soggetti raggiungono uno dei Carpisassi sotto la sua abitazione in via Calpurnio Pisone.

L’uomo viene colpito alle gambe e gli aggressori fuggono. Ma la vicenda prosegue fino al 16 aprile scorso quando Cappoli dopo tanto tergiversare decide di immischiarsi nella vicenda. Altri possibili omicidi vengono sventati in una storia che vede coinvolti anche personaggi di Alatri, rimbalzati agli onori delle cronache giudiziarie per altri fatti di sangue come un mai risolto agguato avvenuto a Morena nei confronti di Alessandro “Alex” Corelli, figlio del “Capitano”, e Simone Daranghi. Nel giro di pochi giorni, lo scorso aprile, si consumano quattro tentati omicidi nei confronti di uno dei Carpisassi sventati dai carabinieri. Solo l’apice di guerre e faide all’ombra di un’associazione capace di muovere anche 200 chili di droga da un Paese all’altro inondando poi le “piazze” della Capitale. Con Molisso e Bennato che “guardano” dal carcere.


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