di
Carlo Baroni

Numero 10 eclettico, vinse uno scudetto e una Coppa Italia con l’Inter, segnando due gol in un derby. Da un anno le sue condizioni di salute erano critiche dopo un malore accusato a gennaio 2025 e un lungo periodo di coma

È morto a Brescia Evaristo Beccalossi, una delle bandiere dell’Inter, storico centrocampista della squadra milanese con cui vinse lo scudetto 1980 e una Coppa Italia due stagioni più tardi. Immediato il cordoglio dalla società fresca campione d’Italia: «Ci sembra impossibile. Nelle pieghe dei ricordi e nella vita di tutti i giorni, Evaristo era sempre uno di noi. Ineffabile, come i suoi dribbling, unico, come il suo modo di trattare il pallone». 

L’ex calciatore e dirigente sportivo, che prima di militare in nerazzurro giocò anche nella sua città, Brescia (e con la Sampdoria, un’altra Coppa Italia, e a Monza e al Barletta), avrebbe compiuto 70 anni tra pochi giorni, il 12 maggio.



















































Evaristo Beccalossi Inter

Da un anno le sue condizioni di salute erano critiche dopo un malore accusato a gennaio 2025 e un lungo periodo di coma. Il decesso è avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì nella clinica Poliambulanza a Brescia, dove era ricoverato.

Il «Becca» era particolarmente amato dalla Curva Nord per l’estro e per la fantasia, ma anche e soprattutto per una straordinaria doppietta in un derby, nell’autunno del 1979 — appunto l’anno dello scudetto —, sotto un diluvio che infradiciava San Siro. Due gol al Milan che aveva appena messo in carniere la stella. 

In un’epoca in cui le maglie indicavano il ruolo, e non erano un brand, portava la 10 e in nerazzurro aveva sulle spalle anche il peso dell’eredità di nomi pesanti. Insieme a un altro Sandro, il «suo 9» Sandro Altobelli, formava una coppia degna di essere soprannominata gemelli del gol(«Vivevamo in simbiosi, mai provato uno schema, eppure ci studiavano per capire i nostri scambi»). 

Di lui due mesi fa il presidente della Fifa Gianni Infantino, noto tifoso dell’Inter, diceva: «Era un dieci che ci faceva sognare, e a volte… beh, faceva cose delle quali non posso parlare».

Dopo il ritiro Beccalossi non aveva mai lasciato Milano, e nemmeno il quartiere intorno allo stadio di San Siro, che si vedeva dalla finestra di casa. Poi il malore, la lunga degenza, e il declino. 

Dopo una breve carriera in politica con l’Udc,  aveva a lungo lavorato con le giovanili e, nel 2018, era diventato Capo Delegazione delle giovanili della Federcalcio, contribuendo, tre anni fa, a riportare l’Under 19 alla conquista degli Europei: «Ai ragazzi che giocano dico sempre che, oltre a schemi e allenamenti, la differenza la fa la testa, il modo di porsi in campo e fuori dal campo».

articolo in aggiornamento

6 maggio 2026 ( modifica il 6 maggio 2026 | 09:29)