Il danese al via per diventare l’ottavo capace di vincere tutti i tre grandi giri. “Avevo bisogno di cambiare, trionfare a Roma è la sfida che volevo. Yates, Pellizzari, Bernal, O’Connor e Gall i rivali più pericolosi”
Giornalista
6 maggio – 08:38 – MILANO
Se nella prima parte di stagione abbiamo visto un Jonas Vingegaard diverso e migliore – più grinta, maggiori motivazioni, voglia di vincere al top – il merito è anche… del Giro d’Italia. È lui stesso a confermarlo ora che al via della corsa della Gazzetta da Nessebar, Bulgaria, mancano due giorni: “Aver accettato la sfida, per me nuova, è ciò di cui avevo bisogno. Non vedo l’ora di iniziare, l’obiettivo è vincere la rosa a Roma”. È l’unico che sia mai riuscito a battere Tadej Pogacar – e per due volte – al Tour, è il grande favorito del Giro, è pronto a tentare la doppietta con la Boucle.
Vingegaard, che cosa le ha già dato la corsa rosa, ancor prima che inizi?
“Per diversi anni il mio programma agonistico è stato molto simile. Sentivo il bisogno di cambiare. Il Giro è un grande obiettivo, in più sono convinto che attraverso queste settimane arriverò al top pure al Tour. Ma ora, testa solo alla rosa”.
Se ce la facesse, conquisterebbe la tripla corona (Giro, Tour, Vuelta) prima di Tadej Pogacar: è una motivazione?
“No. Raggiungere questa tripletta è uno scopo per me… e basta. Significa fare un pezzo di storia. Ce la farà pure lui, è solo una questione di tempo. Tadej, forse, è il migliore di sempre. Però l’ho già battuto e ho fiducia di poterci riuscire di nuovo”.
Se le diciamo Italia, che cosa le viene in mente?
“Ho tanti bei ricordi. Amo tutto, dal cibo alla cultura, e mi piacerebbe essere più esperto dei vostri vini. I bianchi, specialmente. L’Italia ha qualcosa di speciale, una energia tutta sua… Credo di essere venuto a fare un ritiro, da adolescente, nella zona di Lucca e me ne ero innamorato. Il mio primo training camp in assoluto. Non ho mai fatto ancora una vacanza in Italia, lo desidero. Ne ho già parlato con la famiglia”.
E con la nostra lingua come va?
“Non bene. Ed è un peccato, perché è una lingua musicale, armonica, e mi ripropongo di impararla. Per ora sono fermo a poche parole, come mangiare e amore”.
Passiamo al percorso: lo ha studiato?
“Sì, l’ho ripassato molto anche perché non c’è stato modo di fare alcuna ricognizione. In Bulgaria bisognerà stare attenti al vento. Di giorni duri, poi, ce ne sono diversi. Il Blockhaus. Poi Corno alle Scale, il tappone della Val d’Aosta, quello dolomitico. In certe occasioni si potrà fare parecchio distacco”.
Finora ha seguito il Giro solo da spettatore: rispetto a Tour e Vuelta, che differenze ha notato?
“Lo considero più imprevedibile. Bisognerà farsi trovare pronti ogni giorno, perché le sorprese, più che altrove, possono essere ovunque”.
Capitolo rivali: i più pericolosi?
“Ce ne sono tanti. Adam Yates, Pellizzari, Bernal, O’Connor, Gall. Servirà la mia miglior versione per vincere. I segnali che ho sono molto buoni. A marzo la forma era soddisfacente, ma lavoro per andare in crescendo, a maggio e poi a luglio”.
L’anno scorso il Giro lo vinse il suo compagno Simon Yates, che poi ha annunciato a gennaio il ritiro. Lo ha più sentito?
“No. La scelta che ha fatto ha sorpreso anche me. In ogni caso, ha avuto una grande carriera e, se ha sentito che era arrivato il momento di lasciare, ha fatto bene. Ho molto rispetto per la sua decisione”.
A due anni dall’incidente che ebbe nei Paesi Baschi, quest’anno sembra davvero quello di prima della caduta, se non meglio. È così?
“Sì, non è stato facile tornare dopo un qualcosa che mi ha fatto temere il peggio e anche di non riuscire più a risalire in bici. Ci è voluto tempo. Due anni, sì. Se mi chiede dove ho trovato la motivazione, è stata nel piacere che provo a fare questo sport. Questa è una fase in cui ho ripreso sul serio a guardare avanti con grande fiducia, ad avere speranza di poter diventare ancora migliore”.
Ormai tutti sanno del suo lavoro, da adolescente, al mercato del pesce in Danimarca. In cosa le è stato utile nella sua carriera di ciclista?
“Mi ha insegnato, più di tutto, a lavorare duramente. Le giornate cominciavano molto presto e di fatica se ne faceva tanta”.
Curiosità: ha incontrato il suo connazionale Andreas Christensen, difensore del Barcellona. Segue il calcio, o altri sport?
“Il calcio lo seguo, sì. Mi ha impressionato sempre Leo Messi, il livello che ha avuto e che ha ancora. La sua rivalità con Cristiano Ronaldo è stata una ispirazione. Sono tifoso del Liverpool, però”.
“Un interesse che mi ha trasmesso mio padre. Sono stato anche ad Anfield: che stadio”.
Non possiamo non chiederle della sicurezza in bici, tema che le sta a cuore. Se le dessimo la possibilità di essere presidente Uci per un giorno, qual è la prima cosa che farebbe?
“Impiegare meno energia a… stabilire regole, perché alcune non sono necessarie. Impegnarsi sulle norme che ci sono, controllare alla perfezione i percorsi e verificare che lo stato delle strade e la loro pulizia sia ideale, cosa che non succede sempre”.
Qualche mese fa un tifoso le si era avvicinato troppo in allenamento e la cosa aveva provocato una caduta. Ora va meglio nel rapporto con il pubblico?
“Mi pare di sì: dopo quanto accaduto, c’è maggiore rispetto. La penso così: fare delle foto va bene, non è un problema. Seguire tanto tempo da vicino un professionista mentre si sta allenando non è il massimo. Per me, per noi, è un lavoro. Io non vado in ufficio da qualcuno e mi siedo vicino mentre svolge una attività… Ci vuole equilibrio”.
Ultima domanda: la sua famiglia, Trine e i figli Frida e Hugo, la seguirà sul posto?
“Durante la corsa, non lo so ancora. A Roma, sì. Normale che durante un grande giro, più di tre settimane, mi manchino tanto. Sono la mia vita”.
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