La mostra «The Materiality of Judy Chicago», a cura di Allison Raddock, allestita dall’8 maggio al 22 novembre alla Galleria Alberta Pane, ripercorre alcune delle serie più importanti della carriera dell’artista femminista per eccellenza, dai disegni e dalle sculture minimaliste degli anni Settanta ai piatti di «The Dinner Party» (la monumentale installazione artistica considerata una delle opere più significative dell’arte femminista del XX secolo), dai tessuti ricamati del «Birth Project» ai dipinti della serie «PowerPlay», oltre a un nuovo corpus di opere. Nata nel 1939 nella più grande e cosmopolita città dell’Illinois, Chicago vanta una lunga carriera alle spalle, di oltre sessant’anni, durante la quale ha sempre sfidato le gerarchie artistiche per espandere le pratiche dell’arte femminista e concettuale. Le abbiamo rivolto qualche domanda sulla sua ultima produzione e sul dialogo tra le diverse fasi della sua ricerca artistica, dalle opere storiche ai cicli più recenti, con particolare attenzione ai temi del corpo, del potere e della rappresentazione dell’esperienza femminile.
Quali fili invisibili collegano queste diverse fasi della sua ricerca e in che modo il nuovo ciclo «Judy Chicago: Lilies/Goddesses» si rapporta ai temi storici del suo lavoro, quali il corpo, il potere e la rappresentazione dell’esperienza femminile?
Si tratta in realtà di una domanda di storia dell’arte, che richiede più spazio per una risposta di quello a disposizione in questa intervista. Sebbene abbia lavorato su una varietà di soggetti attraverso una miriade di mezzi espressivi, direi che ci sono alcuni temi che sono alla base di tutto il mio lavoro: un profondo impegno per la giustizia e l’equità, una sfida al modo in cui le donne sono state viste; un interesse costante per le assenze storiche e artistiche (come la storia delle donne, la nascita, il costrutto della mascolinità, l’Olocausto da una prospettiva globale, la mortalità, l’estinzione e, più recentemente, la fragilità e la gloria della natura). Inoltre, il mio uso specifico del colore per esprimere stati emotivi attraversa i decenni.
Le opere della serie «Judy Chicago: Lilies/Goddesses», sculture in vetro, bronzo e alluminio, sono state sviluppate a partire dal progetto «An Homage to Arles» (2024), commissionato da LUMA Arles. Può spiegare come questo progetto si sia evoluto fino a dare origine a queste ultime opere e quali trasformazioni formali e simboliche si siano verificate nel passaggio da un contesto site-specific a un nuovo corpus autonomo?
Ho creato «An Homage to Arles» nel 2024 nell’ambito della mia mostra al LUMA. Si trattava di una «Smoke Sculpture» site-specific commissionata da Maja Hoffman (fondatrice della Fondazione LUMA, Ndr) per essere presentata nel giardino. Il mio obiettivo era trasformare quello splendido spazio in un dipinto impressionista, senza rendermi conto che era il 150mo anniversario dell’Impressionismo, che avevo studiato a fondo da bambina all’Art Institute di Chicago. Ho progettato 10 gigli in alluminio come supporti per i fuochi d’artificio utilizzati nel finale in omaggio a Monet. Mentre il fumo colorato eruttava, ho deciso di esplorare il motivo del giglio ma di renderlo mio, da cui la serie «Judy’s Lilies», realizzata come disegni, sculture in bronzo, vetro e alluminio e presentata in anteprima alla Galerie Alberta Pane. All’epoca non sapevo che esistesse un legame storico tra i gigli e l’immaginario delle dee, che ricorre in tutta la mia carriera. Ma è qualcosa che sto esplorando ora.
Nel suo lavoro ha costantemente sovvertito le gerarchie tra arti maggiori e arti applicate utilizzando materiali come tessuti, ceramica e vetro. In che modo questa materialità può essere letta oggi non solo attraverso una lente femminista ma anche come una critica più ampia ai sistemi di valore dell’arte contemporanea?
La mia intera produzione artistica può essere vista come una critica non solo ai sistemi di valori dell’arte contemporanea ma al sistema patriarcale che essa riflette, un sistema basato sullo sfruttamento, l’oppressione, l’ingiustizia e l’«estrazione» di valore sia dagli esseri umani, sia dalla terra e dalle altre creature. Potrebbe sembrare inverosimile attribuire tali valori, ad esempio, alla genderizzazione dei media o dei temi trattati (ovvero, certi materiali o argomenti associati alle donne vengono svalutati), ma questa tendenza riflette i più ampi valori patriarcali che dominano il nostro pianeta. E, specificamente per quanto riguarda l’arte, si potrebbe dire che la soppressione delle emozioni richiesta agli uomini come parte dell’ideologia patriarcale sia visibile in alcune delle opere d’arte eccessivamente astratte e dal minimo contenuto che vengono apprezzate nel mondo dell’arte.