“Sai cosa fare io se fossi nel consiglio di amministrazione della Rai? Trasformerei subito Raidue in un canale di notizie 24 ore su 24. Facendo una fusione tra l’attuale rete due e Rainews. Il modello è Sky, basta copiarlo. E avresti l’enorme vantaggio competitivo del tasto numero due, in un paese che invecchia e resta abitudinario”. Giovanni Minoli riceve nel soggiorno di casa sua. Sul tavolo c’è un premio che non nomina finché non ci inciampi con gli occhi: l’Oscar mondiale per il miglior progetto di divulgazione storica. “L’ho vinto con ‘La storia siamo noi’. E non lo mandano più in onda, pensa un po’”. Lo lascia lì senza commentarlo, come se riguardasse altri. Parla veloce, con la precisione di chi ha fatto televisione per decenni e non ha smesso di pensarci, e con il dispiacere di chi vede sprecare qualcosa che conosce nei dettagli. La conversazione parte dall’attuale gestione Rai e non ci mette molto ad arrivare al punto. “Manca un anno alla fine del mandato dell’amministratore delegato”. Giampaolo Rossi. “Ancora può fare moltissimo. Lasciare un segno. Non solo vendere il Teatro delle Vittorie. Non solo il quiz con i pacchi, che finisce con il penalizzare la fiction visto che finisce alle 22. Rossi può costruire un canale intorno alle uniche domande che conteranno per i prossimi anni: quali saranno i nuovi assetti geopolitici del mondo, e quali le ricadute di questi assetti sull’economia globale, europea e italiana? Geografia e storia insieme. Farebbe una cosa cosa identificabile, che spiega in tutta evidenza cos’è il servizio pubblico e perché deve esistere. Quaranta minuti all’ora di all news e venti di rubriche. Salterà qualche poltrona? Qualche vicedirettore? Ma pazienza”.

Il problema più profondo, però, è a monte della proposta, dice Giovanni Minoli. Il problema, sostiene lui, è che nessuno in questa amministrazione, tra i manager, alla Rai, nella politica che tanto si immischia negli affari dell’azienda, si è mai fatto le domande necessarie nell’ordine giusto. “Prima di nominare chiunque, prima di riformare qualsiasi cosa, bisogna rispondere a quattro domande in sequenza: ha senso il servizio pubblico nell’era multimediale e multipiattaforma? Se sì, perché? Se ha senso, per fare cosa di diverso da quello che si vede dappertutto e che fa anche la televisione commerciale? E come deve essere organizzato di conseguenza? Solo dopo aver risposto a queste domande, in primo luogo nella propria testa, fai le nomine, scegliendo le persone adatte alle risposte che ti sei dato. Non so se è andata così”. E qui c’è una sonora bocciatura delle scelte della maggioranza di governo. Insomma, dice Minoli, nessuno tra quelli che pur dovrebbero porsi il problema, sa che cos’è la Rai, che cosa deve fare e perché esiste. “Non c’è un’idea dell’azienda”. Ed è qui che entra il conflitto che Minoli considera centrale nella storia della Rai, e non solo di questa gestione: lo scontro tra manager e creativi. “C’è la centralità del prodotto, oppure non c’è?”. E oggi in Rai non c’è? “Non c’è. E quando non c’è il prodotto, la prima cosa che viene in mente ai manager è vendere. Vendere per fare cassa. Vendere gli immobili, vendere i centri di produzione per pareggiare i conti in rosso. Invece di inventare e rilanciare, dismetti. Stava per succedere trent’anni fa, sta succedendo adesso”.

Trent’anni fa c’era quella che passò alla storia come la Rai dei professori: il presidente era Claudio Demattè, rettore della Bocconi, il direttore generale Gianni Locatelli, che aveva portato il Sole 24 Ore ha un record di copie vendute. Gente in gamba. Piano immobiliare, prima voce: vendere il centro di produzione di Napoli. “Era un’idea ovvia, la prima che viene in mente a un management non televisivo. Ma in quel periodo ne venimmo fuori con un’idea molto migliore. Che rilanciava il prodotto. Elvira Sellerio, che era nel cda della Rai, ed era ovviamente una donna del sud, si oppose alla vendita del centro di produzione di Napoli. Venne da me e mi chiese: ‘Ce l’ hai un’idea?’. E io l’avevo. Era ‘Un posto al sole’. Dopo trent’anni qualcuno dovrebbe fare il conto di quello che ha portato alla Rai quella fiction: i milioni di spot pubblicitari in prime time ogni giorno, il rilancio del centro di produzione, la formazione di tutte le professionalità della fiction italiana che sono venute da lì. Il più vivace settore industriale dentro la Rai è anche figlio di quella scelta creativa. Da una ipotetica dismissione a un rilancio”.

Adesso invece vogliono vendere il Teatro delle Vittorie. E Palazzo Labia a Venezia. E il centro di Torino. “Vendono per fare cosa? Per pagare gli stipendi. Ma gli stipendi di chi? Hanno appena assunto altri 140 giornalisti, credo, per la TGR. Sono circa 12.000 persone dentro la Rai, 2.500 giornalisti, e i prodotti li fanno tutti fuori… Se vendi il patrimonio per pagare le persone che hai assunto, e queste persone non producono, hai un problema che non si risolve vendendo. Si risolve avendo un progetto”. Che non c’è? “Direi di no. Quali sono, in tre anni, i programmi che hanno dato un’identità nuova alla Rai? Non saprei. Il programma più visto – sei milioni di spettatori ogni sera, il trenta per cento di share – è  ‘Affari Tuoi’, un format olandese comprato da Endemol che potrebbe andare tranquillamente su Canale 5. Quegli ascolti non dicono niente su cosa sia il servizio pubblico. Quale programma rappresenta il servizio pubblico?”. Forse Sanremo, gli si dice. E Minoli: “Sanremo. Certo. Ma c’è da settant’anni, Sanremo. E’ della Rai per tradizione, non è un merito. Nel frattempo, prima della fiction serale, sulla Rai vanno in onda programmi che ogni giorno insegnano che il valore della vita è il gioco d’azzardo. Il quiz, la riffa. Io penso questo, in estrema sintesi, penso che chi costruisce il racconto televisivo ha il dovere di non alimentare il conflitto tribale per meri fini di audience, ma di preservare la coesione sociale attraverso un pluralismo che sia ricchezza di contenuto e non semplice divisione di spazi”.

Cos’è mancato in questa Rai meloniana, se così si può chiamare? “Guarda, tu puoi essere leale a un governo, a una parte politica, e farlo con competenza, costruendo il tuo cursus honorum. Oppure puoi risolvere te stesso nella sola appartenenza: sistemi cento persone che non sai cosa hanno fatto e che si ritrovano a essere direttori”. E’ il giudizio più duro della conversazione, e arriva quasi sottovoce, come una diagnosi. Ma non è l’ultima parola. L’ultima parola è la proposta: “Manca circa un anno al cambio dei vertici in Rai. C’è il tempo per fare qualcosa che lasci un’idea, un segno, una traccia”. Trasformare Raidue in una all news. “Ma se continua così, di questo periodo in Rai non resta nulla. Solo un piano di dismissioni immobiliari. Ma forse non ho capito nulla, e non ho visto arrivare il nuovo che vince”.