Trump parla di guerra Iran con bambini nello Studio Ovale
Le parole del Presidente degli Stati Uniti.
Al-Jazeera, sospensione Project Freedom decisiva per fine guerra o pausa tattica?
L’annuncio del presidente americano Donald Trump di sospendere il “Project Freedom” solleva due interrogativi. Ovvero, cosa è cambiato in soli due giorni? E questo dietrofront riflette un avvicinamento delle trattative a un momento decisivo per porre fine alla guerra o si tratta soltanto di una pausa tattica in un confronto ancora aperto? Sono le domande che si pone la tv al Jazeera in un’analisi pubblicata sul suo sito Internet. Trump ha infatti parlato di “progressi importanti” verso un’intesa complessiva, sottolinea l’emittente qatarina, ricordando però che lo stop del ’Project Freedom’ e’ una misura temporanea che non intacca l’essenza del blocco navale imposto a Teheran, destinato a rimanere in vigore. Trump ha legato questa svolta ai successi militari ottenuti e ai passi avanti verso un accordo, aggiungendo che la decisione è arrivata anche in risposta a una richiesta del Pakistan e di altri Paesi senza citarli, nell’ambito degli sforzi internazionali di mediazione per ridurre le tensioni e porre fine al conflitto. L’annuncio statunitense, nota al Jazeera, rappresenta quindi un temporaneo ridimensionamento della ’’militarizzazione dello Stretto di Hormuz’’, aprendo potenzialmente la strada a un secondo round di negoziati a Islamabad con maggiori speranze di una svolta politica. Il tono usato da Trump suggerisce che il cambiamento non altera la sostanza della posizione strategica americana, ma riflette piuttosto una riorganizzazione delle priorità.
Washington, sostiene al-Jazeera, considera la pressione militare calibrata come uno strumento per migliorare le condizioni al tavolo negoziale, senza rinunciare alla via diplomatica. Le parole del segretario di Stato Marco Rubio nella conferenza stampa di ieri indicano che Washington intende consolidare una tregua de facto dagli attacchi diretti, mantenendo però intatta la capacità di replica. Questo rafforza l’ipotesi che la svolta militare sia legata a un percorso negoziale attivo, sebbene i risultati siano ancora incerti. L’appello pubblico rivolto all’Iran affinché torni al tavolo delle trattative suggerisce che l’amministrazione americana intravede una finestra diplomatica aperta, ma non ancora arrivata al punto di svolta. Dal canto suo, l’Iran ha annunciato la creazione di un nuovo meccanismo per gestire il transito delle navi nello Stretto di Hormuz, segno della volontà di imporre un nuovo ostacolo sul campo in questo passaggio vitale. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha affermato che Teheran non ha ancora avviato un’escalation totale, accusando Stati Uniti e alleati di mettere in pericolo la navigazione internazionale. Le mosse iraniane e gli avvertimenti delle Guardie della Rivoluzione indicano che Teheran utilizza lo Stretto sia come leva politica, sia come strumento di pressione militare, evitando però uno scontro frontale. Un atteggiamento che rivela disponibilità al negoziato, ma da una posizione di forza e non di resa.
Lo studioso di scienze politiche Hossein Royvaran ha interpretato il dietrofront di Trump come una conseguenza dei “colpi di avvertimento” iraniani, che avrebbero impedito alle navi da guerra americane di imporre un nuovo ordine unilaterale. Royvaran ha definito l’iniziativa statunitense una “avventura fallita” e ha rivelato che Teheran ha attivato un proprio centro di coordinamento per garantire il ’’passaggio sicuro’’ delle navi, gestito direttamente dalle Guardie della Rivoluzione. Si tratta di un riposizionamento calcolato?, si interroga al-Jazeera, suggerendo che i dati disponibili rivelano che ciò che è cambiato è il livello dello scontro, non la sostanza del conflitto. Washington ha sospeso le operazioni offensive e Teheran non ha avviato un’escalation generale, ma entrambi continuano a scambiarsi messaggi. Finora i negoziati non hanno prodotto una svolta decisiva. Si è tenuto soltanto un round di colloqui a Islamabad e i tentativi di riprendere i contatti in modo regolare sono falliti. Sebbene Teheran confermi che la mediazione pakistana prosegue e stia attivando canali diplomatici con la Cina, i canali di dialogo restano aperti, ma non hanno ancora prodotto un accordo definitivo né un quadro vincolante per porre fine alla guerra.
Si può dunque affermare che la sospensione dell’operazione militare non segnala necessariamente l’imminenza della fine del conflitto, quanto piuttosto una fase di riposizionamento calcolato da entrambe le parti. Le trattative appaiono attive, ma non risolutive, mentre gli strumenti di pressione militare e politica rimangono sul campo. Questa situazione offre l’opportunità di evitare un’immediata escalation, ma lascia il futuro del confronto sospeso alla capacità della diplomazia di trasformare una tregua temporanea in una soluzione duratura. Non è del resto la prima volta che le dichiarazioni americane oscillano tra aperture diplomatiche e linguaggio bellico, né è la prima occasione in cui le due parti si accusano reciprocamente di intransigenza e di avanzare richieste massimaliste. In questo contesto, il Wall Street Journal ha fatto notare come l’attuale crisi si inserisca in un quadro più ampio di ambivalenza tipico dell’approccio di Trump: da un lato la volontà di infliggere una ’’punizione severa’’ all’Iran per il suo programma nucleare, dall’altro il desiderio di evitare un nuovo grande coinvolgimento militare americano nella regione.
Fonte pakistana a Reuters: «Chiuderemo intesa Usa-Iran molto presto»
Gli Stati Uniti e l’Iran sono vicini a un memorandum di una pagina per porre fine alla guerra, ha detto a Reuters una fonte pachistana coinvolta negli sforzi di pace. «Chiuderemo la questione molto presto. Ci siamo quasi», ha detto la fonte all’agenzia britannica come riportato sul sito.