di
Massimo Sideri

Sempre di più stiamo scoprendo che il naso un po’ è come se «pensasse e ricordasse» grazie alle relazioni privilegiate che esistono tra recettori olfattivi e cervello. Come avevano anticipato Montale e Proust

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 «Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni».
Quella di Eugenio Montale non è la sola poesia che usa come sottile leva emotiva il più invisibile dei sensi: l’olfatto. Una morfologia della poesia del Novecento potrebbe forse scovare una relazione quasi meccanica tra odori e versi. Eppure «I limoni» di Montale, pubblicata nella raccolta «Ossi di seppia» nel 1925, sembra più di tanti altri versi descrivere quel legame che esiste tra l’olfatto e il funzionamento del cervello, tanto da riuscire a far tacere il conflitto delle emozioni come scriveva il poeta.
«Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce».



















































La mente indaga nel profumo che dilaga.

Potrebbe essere questo il titolo dell’ultimo paper degli scienziati dell’olfatto, appena pubblicato su «Cell» e ripreso da «Nature»: First detailed ‘smell maps’ reveal how noses track odours (qui l’articolo per chi vuole approfondire). In sostanza, smontando le convinzioni sulla mappatura del sistema olfattivo fino ad oggi diffuse, lo studio ha mostrato che i recettori del naso nei topi si posizionano in una modalità molto precisa su «strisce» regolate da alcuni geni e che la stessa mappa viene replicata nelle aree del cervello dedicate all’olfatto. Questo vorrebbe dire che in realtà il naso e il cervello «olfattivo» non sarebbero due sistemi separati ma lo stesso sistema replicato come in uno specchio. Un po’ è come se il naso pensasse.

La mente indaga nel profumo che dilaga.

Non è la prima volta che gli scienziati svelano legami che poeti e scrittori avevano svelato con l’esplorazione letteraria. L’olfatto è il più bistrattato dei sensi nei percorsi della conoscenza. L’essere umano sembra considerarlo uno strumento figlio di un dio minore ed esistono delle ragioni. Quella scientifica è che essendo noi civilizzati non dipendiamo più dal naso come avviene in natura. 

Nella quotidiana lotta tra prede e predatori il naso «vede» dove gli occhi non arrivano e «sente» dove anche l’udito può non cogliere. Gli elefanti riescono a sentire l’odore dell’acqua a chilometri di distanza. Il naso separa la vita dalla morte, in natura. Ma non per noi. 

C’è anche un altro motivo a giustificare questa postura e come spesso accade è culturale: per secoli abbiamo pensato che le malattie passassero insieme agli odori, da organismo a organismo. Ancora oggi parliamo di «odori pestilenziali» e i modi di dire sono spesso enciclopedie viventi del sapere di una volta: come svelato anche dalla maschera veneziana del Dottor Morte, quella con un lungo naso a proboscide, i medici che entravano nei lazzaretti speravano di bloccare la peste con una barriera di spezie. Odori buoni contro odori cattivi. Bloccato l’odore sarebbe stata bloccata la contaminazione, nelle loro speranze. Sappiamo che erano mal riposte. D’altra parte,sempre gli odori anche nel linguaggio parlato si prestano a normali metafore poetiche: non avendo un correlativo oggettivo spesso risaliamo a oggetti e aspetti materici per descrivere un profumo. Parliamo dell’odore del legno, o al contrario di qualcosa che non esiste, come l’odore dell’estate, fatta di sensazioni sulla pelle.

Il paradosso è che l’olfatto, secondo le scoperte che stiamo facendo, è anche il più complesso dei sensi. Come era già emerso sempre in una pubblicazione su «Cell» di qualche anno fa anche lo stesso meccanismo della memoria proustiana aveva una sua spiegazione scientifica. Ne avevo scritto qui:

«È il passaggio più famoso dell’opera di Marcel Proust. Quello per cui tutti, anche coloro che non hanno letto il libro Alla ricerca del tempo perduto, lo conoscono. Le madeleines, l’odore e il sapore che attivano una sorta di memoria involontaria, un ricordo che è come un gesto primordiale, riflesso, non comandato, la storia personale e diversissima di ognuno di noi imprigionata in una complessa ragnatela di sensazioni olfattive che, paradossalmente, abbiamo dimenticato. Dopo aver indagato l’origine di quella memoria risvegliata e averne colto i passaggi con una serie di domande degne del metodo scientifico Proust concludeva:

«Ma, quando di un passato lontano non resta più nulla, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore rimangono ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a sorreggere senza piegare, sulla loro stilla quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo».

L’odore e il sapore. 
Nella stessa esatta sequenza con cui mangiamo e beviamo (i giapponesi dicono che si mangia prima con gli occhi – non a caso dedicano tanta attenzione alla forma – poi con il naso e solo alla fine con la bocca). Il romanzo che lo stesso scrittore francese paragonò alla costruzione di una cattedrale lo impegnò dal 1906 al 1922. Oltre un secolo dopo gli scienziati hanno scoperto che la descrizione era incredibilmente accurata, in particolare per la capacità degli odori e dei profumi di risvegliare e rianimare ricordi incarcerati anche nel nostro inconscio. La fortezza d’If della memoria. Un labirinto dove l’odore funziona da filo di Arianna per ritrovare la strada.
Il cosiddetto Proust Effect è stato studiato e amato dalla neuroscienza fin dai primi anni Settanta. Non si contano le ricerche e gli esperimenti organizzati con serie di volontari per intuirne la natura. Ma in particolare uno studio pubblicato qualche anno fa su «Cell» da diversi ricercatori della Harvard Medical School dimostra che questo senso ha una sorta di percorso privilegiato dentro il cervello. Riaccende proprio i ricordi.
Per la sua posizione privilegiata e ravvicinata al cervello il senso dell’olfatto non sembra subire delle disintermediazioni come avviene negli altri casi tramite i nuclei talamici: i recettori olfattivi dialogano direttamente con alcune parti della nostra mente come l’ippocampo, la corteccia cerebrale e l’amigdala, tutte aree deputate dal cervello proprio alla memoria. Al ricordo». (Qui continua l’articolo sulla scienza di Proust per chi volesse rileggerlo fino in fondo).

Un po’ è come se il naso, oltre che «pensare», ricordasse.

Lo stesso «meccanismo» potrebbe essere alla base delle poesie di Montale: i versi sui limoni risvegliano direttamente le sensazioni dell’olfatto riportando a galla frammenti di ricordi che presumibilmente ognuno di noi collega a memorie di paradisi perduti dell’infanzia, quando anche l’odore di un limone poteva farci vivere una piccola magia. 
Ma qui ci fermiamo: la mente indaga nell’odore che dilaga. Lo scriveva Montale. Ma è bene lasciare la poesia fuori da eccessive spiegazioni scientifiche. Anche perché, come ammoniva Proust, spiegare una poesia è un peccato come lasciare il cartellino del prezzo su un regalo. 

Vale la pena solo ricordare che un grande poeta aveva anticipato, con la chiave del verso, conoscenze scientifiche che solo ora riusciamo a cogliere. La scienza di Montale. Ma anche la poesia della scienza.   

6 maggio 2026 ( modifica il 6 maggio 2026 | 00:29)