di
Paola De Carolis

Emma Clare, direttrice della «End of Life Doula Uk», racconta in cosa consiste il lavoro della «doula», scelto da 450 persone solo in Inghilterra: «Aiutiamo a vivere meglio la morte, a evitare il panico e capire cosa sta succedendo»

LONDRA – C’è un gatto a casa di Emma Clare che le passeggia attorno mentre lei parla di morte, un felino dal pelo lucido e lo sguardo attento la cui storia dà un’idea dell’umanità di una donna che per mestiere ha scelto di accompagnare malati e anziani nel loro ultimo viaggio. «Era destinato a essere eutanizzato, aveva smesso di mangiare. I vicini me lo hanno affidato… Si è ripreso». Ora è sempre con lei, come le storie dei suoi assistiti.

Il suo è un lavoro «pieno di gioia e di vita», spiega la direttrice della End of Life Doula UK. «Quando vieni chiamata sei presente per la famiglia intera: sei una persona neutra che può spiegare i vari stadi della morte, i cambiamenti fisici e psicologici, e formulare un piano, con diverse alternative, nel rispetto dei desideri del malato o l’anziano. È un’esperienza profonda» dettata dal motto «gentle but clear», delicata ma chiara, come le conversazioni che la doula – il termine proviene dal greco per ancella o serva – è tenuta ad avere. Per chi sta morendo «può essere un sollievo avere una persona al di fuori della cercia familiare non cui parlare, senza la paura di infliggere dolore o di dover combattere con chi ti dice di non arrenderti». Il mestiere non è quello di «convincere o dissuadere, solo di ascoltare, rispettare e gestire, nei limiti del possibile, problemi pratici oltre a fornire un supporto emotivo».



















































L’attrice Nicole Kidman ha fatto sapere ad aprile di aver cominciato la preparazione per diventare una «doula della morte» in seguito alla perdita della madre. Per Clare è stato «un annuncio positivo»: «Ci ha dato più visibilità, abbiamo ricevuto tanti messaggi da gente bisognosa che non sapeva che esistessimo e che non conosceva il nostro lavoro». Sono 450 in Gran Bretagna le doule registrate con l’associazione, un numero che è in crescita. «Generalmente la ragione che spinge una persona a intrarprendere la formazione è proprio quella citata da Kidman, l’aver asisstito un familiare che stava morendo, aver visto cosa serviva e cosa no: a volte il desiderio nasce da un’esperienza negativa, vuoi aiutare gli altri a vivere meglio la morte. A volte invece da un’esperienza positiva».

«La persona media non sa esattamente cosa comporti la morte. La conoscenza si basa sui film, o gli sceneggiati tv, mentre in realtà, nel caso di una persona terminale, è un processo che si può comprendere e che ha tappe prevedibili. La conoscenza ti permette di evitare il panico, di capire cosa stia succedendo»: questo significa che «familiari e amici possono trovare il tempo di parlare, di dire cose importanti, di salutare la persona cara». Ognuno ha reazioni diverse: «è ancora un argomento del quale parliamo con difficoltà. C’è chi non vuole accettare, chi prende le distanze, amici o familiari che spariscono perché non sanno cosa dire».

«In tanti casi ho visto che è la persona più semplice a fare la differenza. Continuo a imparare tanto dalla morte. Ho una formazione da psicologa, mi interessano particolarmente casi in cui ci sono dinamiche complicate, con parenti che non si parlano o brutti litigi. Puoi aiutare i familiari a vivere nel momento, a lasciar andare il passato, a lavorare insieme sino a dopo il funerale». La preparazione è fondamentale: «Tutti noi abbiamo un nostro bagaglio emotivo ed è importante lasciarlo a casa propria
per non falsare la situazione che incontriamo. Ho imparato molto di me stessa, del mio ruolo all’interno della mia famiglia, ho pensato molto alla mia morte: il risultato è che vivo in maniera più autentica. Le piccole cose non mi preoccupano più. Prendo decisioni con più facilità. Accettare la propria mortalità intensifica la gioia e la vita».

6 maggio 2026