di
Aldo Grasso

Il doc «Michael Jackson – Anatomia di una caduta» si inserisce in un filone ormai affollato di narrazioni dedicate alla figura del «re del pop»

Michael Jackson – Anatomia di una caduta si inserisce in un filone ormai affollato di narrazioni dedicate alla figura del «re del pop», scegliendo però una prospettiva precisa: non tanto l’indagine sulle accuse in sé, quanto la costruzione mediale della sua caduta (Nove).

Diretto da Gillian Pachter, il doc ripercorre gli eventi che hanno preceduto e accompagnato il processo del 2005 a Jackson per le accuse di avere molestato il tredicenne Gavin Arvizo.



















































Il documentario adotta una struttura classica ma efficace, scandendo il processo come un racconto giudiziario in cui il vero protagonista diventa il sistema mediale.

L’idea di fondo — mostrare il «circo» attorno al caso Jackson — richiama una sensibilità già evidenziata da parte della stampa anglosassone: testate come il Guardian e il New York Times hanno più volte sottolineato come il processo fosse tanto un evento legale quanto uno spettacolo globale.

Tuttavia, proprio questa scelta rappresenta anche il limite principale. Concentrandosi sul racconto mediale, il documentario evita in parte il confronto diretto con la complessità delle testimonianze e delle accuse, finendo per apparire sbilanciato.

Alcuni commentatori internazionali hanno spesso criticato prodotti simili per una certa tendenza «revisionista», soprattutto se messi a confronto con programmi come Leaving Neverland, che invece privilegiano il punto di vista degli accusatori.

Dal punto di vista formale, Anatomia di una caduta utilizza un ampio repertorio d’archivio, ma offre poche voci nuove. Questo rafforza la dimensione ricostruttiva più che investigativa, rendendolo accessibile ma meno incisivo per chi conosce già il caso. La narrazione risulta fluida, ma raramente sorprendente.

In definitiva, il documentario funziona come sintesi ordinata e riflessione sul rapporto tra celebrità, giustizia e media, ma fatica a superare la dicotomia — innocenza o colpevolezza — che da anni domina il discorso pubblico su Jackson.

Più che chiarire, contribuisce a mostrare quanto quella verità resti, ancora oggi, profondamente contesa, quasi ad alimentare ancora il mito esploso ancora di più dopo la sua scomparsa.

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6 maggio 2026