L’ex addetto arbitri del Milan venne condannato dalla giustizia sportiva a due anni e sei mesi di inibizione nel processo Calciopoli: “Le intercettazioni, decontestualizzate, non si capiscono. Io scherzo spesso, come i miei amici sanno bene, e alcune frasi dette al telefono sono state prese in senso troppo letterale”
Giornalista
6 maggio – 17:26 – MILANO
Gli fischiano le orecchie, come se vivesse circondato da arbitri. Il calcio da qualche giorno è tornato a pensare a Leonardo Meani e lui deve sentirsi giovane e confuso, perché la vita lo ha riportato al 2006, quando aveva 46 anni e una carriera davanti. Meani invece nel 2006 venne condannato a due anni e sei mesi di inibizione nel processo Calciopoli e per gli italiani diventò un simbolo: il ristoratore di Lodi che parlava con gli arbitri per il Milan, per qualcuno la pedina sacrificata dal club per contenere la penalizzazione e salvare la qualificazione alla Champions, che Ancelotti avrebbe vinto contro il Liverpool. Meani ha passato questi vent’anni in silenzio, un’intervista al Corriere 10 anni fa e poi basta, solo lavoro “all’Isola Caprera”, il suo ristorante, sempre aperto a cena tranne il martedì e il mercoledì, quando non per caso in tv c’è la Champions.
Come iniziò quella storia nel 2006?
“Il 7 maggio 2006 il mio nome apparve sulla Gazzetta. Eravamo a Salsomaggiore con la squadra, ricordo Pippo Inzaghi che a colazione mi chiama e, con il giornale in mano, scherza: ‘C’è qui il tuo nome, ora ti vengono a prendere’”.
“Restai per un mese e mezzo sotto scorta della Polizia, dopo una telefonata in cui avevano minacciato di bruciarmi il ristorante. Scappai all’Elba e anche lì, poliziotti a piantonare la casa. C’erano giornalisti ovunque, anche in incognito tra i clienti”.
Che cosa pensa oggi della sua vicenda?
“Che le intercettazioni, decontestualizzate, non si capiscono. Io scherzo spesso, come i miei amici sanno bene, e alcune frasi dette al telefono sono state prese in senso troppo letterale. E poi, chi non frequenta il calcio non è in grado di capire certe sfumature”.
Con chi è rimasto in contatto di quel Milan?
“Con nessuno, in realtà. Ho parlato con Galliani qualche volta, Ramaccioni è venuto lo scorso anno a pranzo. Non molto altro. Eppure, Kakà organizzò il suo pranzo di fidanzamento al mio ristorante e una sera Ancelotti e i giocatori rimasero fino alle 3 di notte a cantare e giocare con un pallone”.
Riprendiamo le parole del Milan durante il processo, nel 2006: “Meani ha agito di sua spontanea volontà”. È stato un uomo poco accorto o un capro espiatorio?
“Mettiamola così, è stato come il gioco del cerino: alla fine, il cerino è rimasto in mano a me”.
Non ha mai pensato di tornare a lavorare nel calcio?
“No, mai, davvero. Il calcio mi piace ma, quando hai vissuto il Milan in Champions, non puoi andare al Fanfulla. Con tutto il rispetto…”.
Lei è milanista dall’infanzia, vero?
“Da Rivera, certo. Mio papà era un super tifoso granata, così tifoso che quando il Toro perdeva spegnava la televisione e nessuno poteva vedere la Domenica Sportiva. Mia mamma era un’interista brianzola ma io non ho mai avuto dubbi: Milan. Iniziai a dare una mano per l’accoglienza degli arbitri in un Milan-Bruges del 1990. Ricordo ancora chi era stato designato: Forstinger, austriaco. Poi diventai uno della squadra, stavo con i calciatori, in campionato andavo in panchina e in Europa guardavo dalla tribuna”.
Il momento più emozionante?
“Impossibile scegliere, però l’anno dello scudetto di Zaccheroni è stato speciale. In quella stagione, arbitravo anche le partitelle in allenamento. La stagione girò definitivamente il 2 maggio, con il 3-2 alla Samp: tiro di Ganz al 95’ deviato in porta da una mano di Castellini. L’arbitro Braschi alla fine mi confessò: ‘Due minuti prima, sul tiro di Catè parato da Abbiati, avevo già il fischietto in bocca. Ero sicuro che avrebbe segnato’”.
“Una volta ci andai vicino. Facchetti mi chiamò, mi voleva all’Inter. Andai a casa sua, siamo sempre stati vicini, lui di Treviglio e io di Lodi”.
“E poi scoppiò Calciopoli”.
Che effetto le fa vedere oggi questa inchiesta?
“All’inizio mi ha colpito: non credevo sarebbe potuto succedere. Ora mi pare infinitamente meno grave che nel 2006, non c’è un sistema come quello della vecchia Juve”.
Ma quando capì che la Juve era così potente?
“Guardando un Fiorentina-Bologna. Ammonirono due giocatori e il telecronista disse: ‘Anche Tizio domenica salterà la sfida importante con la Juventus, era diffidato’. Andai a controllare: scoprii che succedeva spesso”.
Anni diversi, anni senza Var.
“Gli arbitri di oggi, all’epoca, sarebbero stati mangiati: serviva molta più personalità”.
E allora, come le sembra il mondo arbitrale oggi?
“Cambierei molte cose. Il presidente dell’Aia dovrebbe essere nominato dal Consiglio federale, non eletto dagli associati. Agli arbitri darei un fisso stagionale, non un gettone a partita che crea un meccanismo sbagliato: se un arbitro viene mandato sempre in campo, finisce per sentire un debito di riconoscenza. Al designatore, un buon rimborso spese, perché non può guadagnare 250mila euro all’anno: per me, sono troppi soldi. Oppure tornerei al sorteggio integrale, come negli anni Ottanta. Quanto ai guardalinee, presto spariranno, sostituiti da una telecamera che si muove su un binario e non sbaglia mai il fuorigioco”.
E gli addetti agli arbitri, il suo vecchio ruolo tornato sui giornali con Schenone?
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“Li abolirei, sostituiti da un delegato Figc che accompagna l’arbitro allo stadio. Sarebbe meglio per tutti”.
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