di Greta Sclaunich
Giuseppe Turchetti aveva 12 anni quando il 6 maggio 1976 il Friuli venne colpito da uno dei terremoti più forti di sempre. Perse la madre, le sorelle e la casa: 30 anni fa è entrato nella Protezione civile. Per aiutare quelli come lui
Friuli, L’Aquila, Mirandola, Amatrice. Giuseppe Turchetti ha vissuto tutti questi terremoti. Il primo, quello del 6 maggio 1976 in Friuli, lo ha subìto: aveva 12 anni e quel giorno perse la mamma, le due sorelle e la casa di famiglia nel centro di Gemona, città simbolo (ed epicentro) del sisma. In tutti gli altri, invece, ha scelto di esserci. Per aiutare: «Nel 1976 ero troppo piccolo per dare una mano ma appena ho potuto ho deciso di fare la mia parte. Da trent’anni, come volontario della Protezione civile, sono in prima linea quando serve». Incendi, alluvioni e sì, anche terremoti. «Paura? Certo che ce l’ho. Quando sento la terra che si muove, anche per una scossa minima, subito mi preoccupo: mi ricordo quella sera terribile di cinquant’anni fa. Però questa paura non mi blocca, al contrario mi aiuta a capire meglio come si sente chi si trova lì, nei luoghi del sisma. So cosa prova e so cosa si deve fare perché ci sono già passato», spiega d’un fiato.
6 maggio 1976, ore 21
Giuseppe non racconta spesso la sua storia. Che fino al giorno del terremoto scorreva tranquilla: la scuola, i giochi con le due sorelle, la grande casa di famiglia nel centro storico di Gemona. Quella terribile scossa (di magnitudo 6.4 sulla scala Richter e 10 sulla Mercalli, durata in tutto 59 lunghissimi secondi) però cambia tutto. «La sera del 6 maggio io e mio papà, insieme a un suo amico e al figlio, stavamo rincasando dopo un giro di commissioni. Alle 21, mentre attraversavamo un paese vicino a Gemona, il furgone su cui viaggiavamo ebbe come un sobbalzo. Dal finestrino vedemmo la cima del campanile che veniva giù di botto. Ma non capimmo subito di cosa si trattasse». Successe a tanti, alcuni addirittura pensarono che si trattasse di una frana o che fosse scoppiata una bomba rimasta inesplosa dopo la Seconda Guerra Mondiale. In più, con le linee telefoniche interrotte e l’elettricità saltata ovunque, era impossibile dare e ricevere notizie.
La notte dopo il terremoto
Intanto scendeva la sera, tra buio e caos era anche difficile orientarsi. Arrivati a Gemona, i due papà lasciarono i figli a dormire nel furgone in una zona di campagna e andarono a piedi, in centro, a cercare le famiglie. «Per tutta la notte ho sentito rumori di crolli e schianti, grida, le sirene delle ambulanze. Al mattino non ho aspettato che venisse qualcuno a prendermi ma sono salito su in centro da solo. Al posto della mia casa c’era un buco e tutt’intorno, macerie». Giuseppe sospira, si ferma. Sotto quelle macerie c’erano la sua mamma e le sue due sorelle, tre delle 989 vittime del terremoto, 370 delle quali solo a Gemona. «Voglio ricordare, ma al tempo stesso non voglio. Per questo faccio fatica a raccontare la mia storia – prova a spiegare – Per me è come se fosse successo ieri anche se, di fatto, è passata una vita intera».
Il “modello Friuli”
Non è un modo di dire: il 6 maggio di quest’anno ricorreranno cinquant’anni. Del terremoto, anzi dei due terremoti perché dopo la scossa di maggio ce ne furono diverse, molto forti, a settembre, sono rimasti pochi segni. Sembra impossibile, considerando che coinvolse 137 Comuni per un totale di 100 mila sfollati, 18 mila edifici distrutti e 75 mila danneggiati. Merito di quello che è stato ribattezzato “modello Friuli” e che si basava su due cardini, sintetizzati in due espressioni poi passate alla storia. La prima è fasìn di bessôi, facciamo da soli in lingua friulana, cioè la scelta di decentrare i poteri dallo Stato agli enti locali per l’amministrazione e la gestione delle risorse. La seconda è “com’era dov’era”, cioè ricostruire facendo in modo che tutto fosse come prima, ma seguendo le norme antisismiche.
La ricostruzione in dieci anni
Gli esempi sono tanti, dal duomo di Venzone rimesso in piedi con il procedimento dell’anastilosi (ogni pietra ricollocata al suo posto, come in un enorme puzzle) ai portici di via Bini, la via principale di Gemona. Che sono addirittura migliorati: «Dai restauri sono saltati fuori antichi affreschi, coperti nei secoli», osserva Roberto Revelant, sindaco della cittadina. Nato due anni dopo il terremoto, nei suoi primi ricordi ci sono i prefabbricati dove vivevano gli sfollati. Nel giro di una decina d’anni, però, la gran parte delle persone era già tornata a vivere in centro. Le casette dismesse sono state poi utilizzate per altre emergenze o regalate, anche se qualcuna si nota ancora qua e là nei paesi toccati dal sisma, magari usata come deposito. Le macerie invece sono state riutilizzate: a Gemona, per esempio, sono la base di quella che è poi diventata l’area sportiva della cittadina.
Il ritorno a Gemona
Anche Giuseppe, malgrado all’epoca fosse ancora un ragazzino, aiutava la sua famiglia impegnata nel tirare su la casa: «Ogni momento libero era consacrato alla ricostruzione, non c’erano ferie, né gite. E quando una casa era finita, si andava a metter mano a quelle degli altri». Così, in una manciata di anni, anche lui e i suoi famigliari erano di nuovo in paese. «Sono cresciuto insieme a Gemona: è come se la ricostruzione fosse andata di pari passo con la mia vita. Man mano che il paese si rianimava, io mi riprendevo le abitudini dell’infanzia: le chiacchierate in piazza con gli amici, il caffè al bar…», riassume. Della casa, e della vita, di prima conserva ancora gelosamente alcune tazzine di ceramica con i fiorellini: «Le abbiamo recuperate rovistando tra le macerie, è l’unica cosa che siamo riusciti a trovare ancora intatta». Le foto, invece, sono andate in gran parte perse.
Portis Vecchio, paese fantasma
Cos’ha fatto davvero la differenza, cosa ha permesso di realizzare il “modello Friuli” e di farlo in tempi così stretti? Roberto Dominici, all’epoca assessore regionale alla ricostruzione, ha una sua spiegazione: «Il terremoto ha distrutto i luoghi fisici, non i valori. Anzi, li ha fatti riscoprire: grazie a questi le persone si sono sentite così legate alla loro comunità da impegnarsi per riportarla, in tutti i sensi, com’era e dov’era prima del sisma». Con pochissime eccezioni. Una di queste è Portis Vecchio, paese fantasma rimasto fermo al 1976. L’area è a rischio crolli dalla vicina montagna, quindi il paese è stato ricostruito un po’ più a nord. Sui muri delle case cresce indisturbata l’edera, da una finestra rotta si intravede lo scheletro di una sedia. Ma orti e giardini sono in ordine: i proprietari continuano a curarli anche se da tempo abitano altrove.
Le tracce del terremoto, 50 anni dopo
Le tracce lasciate dal terremoto, insomma, ci sono anche se spesso non si vedono. Nei cuori prima che nei luoghi. «Ancora oggi tanti non vogliono parlare di quei giorni, è come se non fossimo riusciti a sbloccarci del tutto», riprende Giuseppe Turchetti, risalendo il filo dei ricordi. Ma è vero, come dicono le cronache di giornali e telegiornali dell’epoca, che già dall’indomani nei paesi friulani nessuno più piangeva: «Non è che non ne sentissimo il bisogno, ma c’era così tanto da fare che non ne avevamo il tempo», ricorda oggi. A lui, di quei giorni, era rimasto un chiodo fisso: quello di non aver potuto fare di più. Intanto gli anni passavano e la sua vita andava avanti: il lavoro nella ditta di termoidraulica tramandata dal nonno, la famiglia, i figli. Negli Anni 90 un’alluvione in una valle vicina spinge lui e un gruppo di coetanei a mobilitarsi per andare a dare una mano, ma una volta sul posto scoprono che da soli non si riesce a fare molto. Così, insieme ad alcuni amici d’infanzia, decide di entrare nella Protezione civile. Ironia della sorte, se si considera che il primo embrione dall’ente che oggi fronteggia le crisi nacque proprio dal bisogno di gestire l’emergenza del terremoto del 1976.
La Protezione civile e il terremoto di Amatrice
Ora è coordinatore per il distretto del Gemonese e di terremoti, negli anni, ne ha visti diversi: «L’Aquila, Mirandola e dieci anni fa Amatrice… – elenca – So come si gestisce un’emergenza ma so, soprattutto, come ci si sente a perdere tutto: la paura, la rabbia, il dolore. Quello che ho vissuto da bambino mi dà la motivazione per aiutare, come siamo stati aiutati noi friulani».
C’è una foto che racconta bene questo sentimento. È stata scattata qualche giorno dopo il sisma quando la mobilitazione, sia nazionale che internazionale, era già partita: i primi volontari erano arrivati nelle zone colpite la notte stessa ma nelle settimane e nei mesi successivi la solidarietà non era mai venuta meno, tra raccolte fondi e invio di pacchi e lettere per gli sfollati. In questa foto, in bianco e nero, si vede un grande muro rimasto in piedi in mezzo alle macerie. Sopra qualcuno ha scritto, a caratteri cubitali, «Il Friuli ringrazia e non dimentica». Cinquant’anni dopo, e la storia di Giuseppe lo dimostra, è ancora vera.
6 maggio 2026 ( modifica il 6 maggio 2026 | 12:41)
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