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Stefano Montefiori, corrispondente da Parigi
Gol ad inizio partita dell’attaccante francese su assist del georgiano, poi a rischiare è quasi sempre la squadra tedesca che però pareggia al 94′ con l’attaccante inglese
Un pareggio 1-1 — sobrio nel punteggio ma non nello spettacolo — porta il Paris Saint-Germain alla finale di Budapest del 30 maggio contro l’Arsenal. Sarà una grande sfida tra coach spagnoli (Luis Enrique contro Mikel Arteta), e tra la squadra che in Champions League ha fatto più gol (Psg) e quella che ne ha presi meno (Arsenal). Ma intanto a Monaco di Baviera i francesi hanno dato un’altra versione della loro grandezza: la capacità di soffrire, di subire a lungo l’iniziativa degli avversari (il colmo per un Psg abituato a dominare il possesso palla), senza cedere mai, se non a tempo scaduto di fronte a un gran gol di Kane arrivato troppo tardi. Grandi parate di Safonov, immensa prestazione difensiva dell’ecuadoregno Pacho, uomo del match, e in attacco la solita coppia Kvaratskhelia-Dembélé più la classe straordinaria di Desiré Doué, autore di giocate eccezionali senza arrivare però al gol.
La seconda finale consecutiva (come per il Real Madrid nel 2018) è molto merito del coach Luis Enrique, a cui va ancora una volta riconosciuta la capacità di avere trasformato la mentalità del Paris Saint-Germain. Prima del suo arrivo il Psg era una squadra di star inaffidabile, capace di grandi exploit e di buttare tutto nei suoi celebri momenti di follia; è diventata un collettivo in grado di fermare a casa sua una macchina da gol come il Bayern.
Ancora una volta, come l’anno scorso nella finale vinta contro l’Inter, l’Allianz Arena di Monaco è stata il teatro del trionfo del Paris Saint-Germain, che arriva in fondo per la terza volta dal 2020 (allora fu proprio il Bayern con un gol di Kinglsey Coman a negare la gioia di Mbappé e Neymar).
Dopo il clamoroso 5-4 dell’andata a Parigi, meglio di così non poteva cominciare per il Paris Saint-Germain. I campioni d’Europa in carica erano preparati a subire il tornado del Bayern, Luis Enrique e lo staff avevano messo in guardia contro i probabili primi dieci minuti di inferno, scatenati da un Bayern deciso a recuperare subito lo svantaggio di un gol facendosi aiutare dal muro rosso, ovvero i 70 mila tifosi tedeschi dell’Allianz Arena. E invece ancora una volta «il mago georgiano» come lo chiamano a Parigi, Kvicha Kvaratskhelia, ha impresso — subito — il suo marchio sulla partita. Un triangolo con Fabian Ruiz largo quasi quanto tutta la metà campo del Bayern, solito volo sulla fascia sinistra per arrivare davanti a Neuer, il tempo di alzare la testa, decidere se tirare in porta, passare la palla a Zaire-Emery o ancora più indietro a Dembélé: Kvicha ha scelto l’ultima opzione, e ha fatto bene. Passaggio a Dembélé in posizione arretrata, il pallone d’oro ha colpito di prima, senza esitazioni, troppo forte perché Neuer potesse arrivarci. Due minuti, e il Paris Saint-Germain sta già vincendo.
L’altro momento di svolta, che alimenterà le polemiche, il rigore negato alla mezz’ora dall’arbitro portoghese Pinheiro: momento di affanno in area parigina, Vitinha cerca di spazzare ma il rilancio colpisce chiaramente la mano di Neves davanti a lui, nonostante il compagno di squadra cerchi di allontanare il braccio. La mano è evidente, tanto che non c’è neanche bisogno di controllare alla Var, ma l’arbitro non ha dubbi. Niente rigore, forse perché Neves non ha certo fermato un’occasione da gol ma anzi ha danneggiato, involontariamente, la propria squadra. I giocatori del Bayern esplodono di rabbia, come la panchina e tutto lo stadio.
6 maggio 2026 ( modifica il 6 maggio 2026 | 23:30)
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