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Ogni gara ciclistica su strada comporta una serie di questioni logistiche: le strade da attraversare, certo, ma anche dove mettere arrivi e partenze, e dove far parcheggiare, mangiare, lavorare o dormire chi fa parte della carovana, intesa come l’insieme di tutti i mezzi e le persone al seguito della corsa. Al Giro d’Italia, che in tre settimane si sposta per migliaia di chilometri, la carovana è composta da non meno di 2.300 persone. Per informarsi tappa dopo tappa sul Giro e su tutto ciò che lo riguarda, tutte queste persone, e alcune altre ancora fanno affidamento a un grande libro noto come il Garibaldi.

Il Garibaldi si chiama così proprio per Giuseppe Garibaldi, perché nel 1961 – anno del centenario dell’unità d’Italia – il suo volto finì tra le pagine del libro. Ma si chiama davvero così solo da un paio di decenni. Esiste anche una versione più poetica secondo cui, pur in assenza di legami recenti tra l’effigie di Garibaldi e il Giro d’Italia, l’eroe risorgimentale e la corsa ciclistica condividono l’intento di attraversare, e unire, l’Italia.

Per chi segue il Giro, comunque, il Garibaldi non è solo il libro-della-corsa, un’importante guida gratuita su cui trovare informazioni utili. Per molti addetti ai lavori il Garibaldi è anche e a volte soprattutto uno stradario, un indice dei nomi, una fonte di informazioni e curiosità storiche, geografiche ed enogastronomiche, un tomo pesante e ingombrante da farsi autografare e su cui segnare il proprio nome per non farselo rubare. Spesso, e più semplicemente, il Garibaldi è un ricordo da portarsi a casa.

«Non c’è Giro d’Italia senza il suo Garibaldi» e «senza il Garibaldi, il Giro non lo segui» si legge su alcuni siti italiani dedicati al ciclismo. E non manca chi, in termini ciclisticamente pagani, ne parla come della Bibbia del Giro d’Italia.

Anche altre corse ciclistiche hanno un libro simile, noto come road book o, in francese (c’è molto francese nel ciclismo), livre de route. Ma il Garibaldi è così famoso che per estensione tra addetti e addette ai lavori ci si riferisce ai road book di corse diverse dal Giro chiamandoli comunque Garibaldi: “il Garibaldi” della Milano-Sanremo, “il Garibaldi” dei Mondiali di ciclismo o, persino, “il Garibaldi del Tour de France”.

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La copertina del Garibaldi di quest’anno

Ma è il caso di tornare al 1961. Quell’anno tra le partenze e gli arrivi del Giro d’Italia ci furono Marsala e Teano. Due luoghi che, come potrebbe aver intuito chi ricorda qualcosa del Risorgimento italiano, ebbero molto a che fare con Garibaldi e la spedizione dei Mille. Fu una scelta di Vincenzo Torriani, apprezzatissimo e fantasioso direttore del Giro d’Italia dal 1949 al 1991.

Come ha ricordato lo storico Mimmo Franzinelli nel suo libro sulla storia del Giro, quell’edizione ebbe tutto un «sentore risorgimental-patriottico». Il Giro del 1961 partì da Torino, e poi la carovana si imbarcò su una nave che, nel viaggio verso Marsala, fece scalo a Caprera, l’isola sarda dove Garibaldi visse diversi anni e dove fu sepolto. Franzinelli ha scritto:

«Dalla Sicilia si risale la penisola, facendo tappa – in esaltante parallelismo sportivo sulle orme dei Mille, nel tripudio di tricolori – nei luoghi topici della spedizione garibaldina: Palermo, Milazzo, Teano. Centosettanta partecipanti, suddivisi in diciassette squadre, si sfidano per quattromila chilometri, in un itinerario che tocca le tre capitali storiche del Regno d’Italia: Torino, Firenze e Roma. I corridori ripercorrono la geografia risorgimentale (Solferino e San Martino, Mentana e San Fermo della Battaglia…) e unitaria (Trento, Vittorio Veneto, Trieste…), in una rivisitazione sportiva degli eventi politico-militari fondanti».

Capirete bene, con un tale percorso, perché il volto di Garibaldi finì nel libro di quel Giro. Un libro che però è tanto antico quanto il Giro, visto che una sua prima versione fu stampata e distribuita ai partecipanti già per il primo Giro d’Italia, quello del 1909.

Due pagine interne del libro del Giro del 1909, fornite da Renato Bulfon, del Ciclismuseo Mortegliano

Secondo un aneddoto spesso ripreso e mai smentito, a chiamare “Garibaldi” il libro della corsa fu il giornalista Nando Martellini, noto soprattutto per il triplice «campioni del mondo» detto in telecronaca alla fine dei Mondiali di calcio del 1982. L’aneddoto vuole che un addetto Rai chiese a Martellini di passargli «quel libro lì con su Garibaldi».

La copertina di “quel libro lì”, recuperata da Renato Bulfon, del Ciclismuseo Mortegliano, incollata all’interno di un libro di ricordi e ritagli di un massaggiatore del ciclismo di quegli anni. Bulfon ha verificato che la copertina fosse quella da una foto in cui Torriani teneva il libro in mano

Nemmeno ci sono grandi prove del fatto che il nome “il Garibaldi” prese davvero piede: «La denominazione tramontò assai presto e lo stampato ufficiale tecnico del Giro d’Italia tornò alla fredda definizione tecnica di semplice “opuscolo”», scrisse Tuttobici.

Ma l’aneddoto continuò a girare e intorno al Duemila il libro divenne ufficialmente il Garibaldi. Nel 2007, nel duecentesimo anno dalla nascita di Garibaldi, il Giro partì addirittura da Caprera.

Il Garibaldi si apre con una sorta di organigramma dei “quadri della corsa”, così che ognuno dei destinatari sappia a chi rivolgersi. Seguono una legenda dei diversi tipi di pass per le persone e le auto al seguito, e una serie di informazioni sulla segnaletica specifica dei percorsi del Giro. Dopodiché arrivano planimetria e altimetria generali; dati su salite, maglie e squadre, e altre informazioni ancora su sponsor, partner e fornitori ufficiali (che al Giro sono davvero tanti, compreso “il gin ufficiale” e il “pistacchio ufficiale”).

Arrivano poi gli albi d’oro e gli indirizzi dei Quartier Tappa: palasport, scuole, musei, centri eventi o altri luoghi in cui la carovana “fa tappa” ogni giorno. Da pagina 63 in poi ci sono venti pagine circa per ognuna delle 21 tappe, con i dettagli sulle città di partenza e arrivo, ma soprattutto altre mappe.

Il sommario del Garibaldi

Dal 2006 a occuparsi di ogni mappa del Garibaldi, quindi di ogni mappa del Giro, è l’ingegnere e cartografo Stefano Di Santo, che precisa che ogni dato è «verificato sul campo», e che dice già a fine anni Novanta si parlava del libro come del Garibaldi.

Per ogni tappa ci sono altimetria, planimetria e dettagli su partenza e arrivo: quali strade, quali curve, dove parcheggiare, quali strade alternative fare per spostarsi tra partenza e arrivo senza stare al seguito della corsa. Nel Garibaldi, che è anche disponibile online, c’è poi una cronotabella, utilissima per capire a che ora, in base a diverse possibili velocità medie, la corsa passerà da una determinata località lungo il percorso (e dove sono posti i punti rifornimento e quelli in cui gettare le borracce). Alla fine, da pagina 464, sono segnalati gli ospedali lungo il percorso.

Di Santo, che parla dalla Bulgaria – dove il Giro partirà venerdì 8 maggio – ricorda che «planimetria, altimetria e tabelle di marcia» ci sono da sempre, ma che negli anni il Garibaldi si è arricchito di regole e informazioni. Ora, dice Di Santo, «sta lentamente invecchiando, perché un minuto dopo che lo stampi già rischia di essere vecchio», ma è comunque sopravvissuto «al passaggio dall’analogico al digitale» e continua a resistere, insieme con alcune sue alternative digitali (e in quanto digitali sempre aggiornate e di più facile condivisione e consultazione), proprio grazie al suo fascino e alla sua storia.

Il Garibaldi lo prendono gli accreditati (a volte più d’una copia a testa, come succede sempre quando c’è qualcosa di ambito e gratuito), e continua a essere cercato e richiesto anche da squadre e corridori, perché «ancora lo usano», o comunque perché a loro volta lo prendono come «oggetto di collezione». Il Garibaldi è stampato circa un mese prima dell’inizio del Giro, quest’anno in 8.500 copie.

Già che ci siamo: Garibaldi morì nel 1882, quando piano piano il ciclismo iniziava ad affermarsi, e appena 27 anni prima del primo Giro d’Italia.

Vent’anni fa, per raccontare la partenza da Caprera, il giornalista Claudio Gregori andò lì e ci trovò l’allora 59enne Giuseppe Garibaldi jr, il bisnipote. Ne uscì un articolo che era difficile non intitolare “Sono Giuseppe Garibaldi e aspetto il Giro a Caprera”, in cui quel Garibaldi disse, di quell’altro e ben più celebre suo omonimo:

«Quando Garibaldi morì, la bici non era ancora giunta qui. Altrimenti l’avrebbe usata. Ne sono certo per quattro motivi. Il primo è che mio bisnonno era molto attento alle novità tecniche: basti dire che fece fotografare tutti i Mille. Il secondo è che era affascinato dalle macchine: nel 1854 acquistò a Treviso dai fratelli Giacomelli la locomobile, una macchina a vapore per mettere in funzione la trebbiatrice, le pale dei mulini e per attingere acqua dai pozzi. Il terzo è che era uno sportivo: era, ad esempio, un grande nuotatore. Infine amava la natura. La bici lo avrebbe conquistato».