L’ala della Nazionale di basket: “Non avevo la sensibilità alla mano destra. Ho deciso prima di salire sull’aereo per tornare a casa da Sassari, ho fatto il post e poi sono risultato irraggiungibile. Ora voglio allenare”
Giornalista
6 maggio 2026 (modifica alle 14:14) – MILANO
Il 2025 è stato l’anno della speranza. A giugno 2025 la diagnosi: leucemia mieloide acuta. Ad agosto Sassari lo mette sotto contratto “scommettendo” sul suo recupero. A fine settembre il trapianto di midollo osseo al Sant’Orsola. Dopo un paio di settimane finisce in coma: ci resterà per alcuni giorni prima di essere dimesso a inizio novembre. Il 2026 è passato dall’essere l’anno del sogno a quello della realtà. Dopo essere tornato a tirare (il primo canestro il 30 marzo a Sassari) lunedì la presa di coscienza di un recupero impossibile e la decisione: “Lascio la pallacanestro”. In undici mesi Achille Polonara ha fatto il giro del mondo degli stati d’animo e da lunedì ha iniziato la sua seconda vita. Da ex giocatore, aspirante allenatore. Con una certezza: la pallacanestro non verrà mai messa da parte. Lunedì ha sorpreso tutti con un messaggio Instagram: “E’ ora di dire basta al basket giocato”.
“Era una cosa a cui pensavo da tempo. Dopo il primo tiro a canestro fatto a fine marzo (a Sassari il 30 marzo, ndr), ho avuto la possibilità di allenarmi ad Avellino, vicino a Battipaglia dove c’è la mia famiglia. E lì ho iniziato a rendermi conto che non sarei tornato a giocare come mi avete conosciuto. Mi sarebbe dispiaciuto sentire la gente dire: “Quel ragazzo ha avuto quello che ha avuto e si ostina a giocare”. Così ho detto basta anche perché non mi era rimasto molto da giocare”.
A fine marzo quando ha ripreso ad allenarsi si percepiva l’entusiasmo di chi pregustava il ritorno in campo. È cambiato qualcosa?
“Non vedevo progressi. Non avevo la sensibilità alla mano destra. Anche le cose basilari non mi riuscivano, quando palleggiavo sembravo un ragazzo che per la prima volta prendeva in mano un pallone. Così mi sono convinto a dire basta, non ha senso accanirsi. Il basket è la mia vita e voglio che lo sia anche in futuro se me lo permetteranno, magari come allenatore”.
Dopo il trapianto di midollo osseo e i 10 giorni di coma, non si è dato troppo poco tempo per valutare il suo potenziale recupero?
“So benissimo che avrebbe dovuto essere un processo lungo ma questa poca sensibilità che ho nella mano destra credo sia un “regalo” dei giorni di coma e probabilmente sarà permanente. Certo, me l’hanno detto gli stessi medici che pensavano sarei morto, ma questa volta ho la sensazione che abbiano ragione”.
Letto il post Instagram di lunedì, come hanno reagito le persone intorno a lei?
“Qualcuno mi ha invitato a pensarci di più, altri mi hanno sostenuto nella scelta comunque coraggiosa”.
“Ho spiazzato anche mia moglie”.
“Lei era a Battipaglia e io a Sassari, ero andato a vedere l’ultima partita della Dinamo. Lo ha scoperto dai social. Appena prima di imbarcarmi per Napoli ho fatto il post e sul volo non ero raggiungibile. Comunque ha rispettato la mia volontà perché certe decisioni le prende chi va in campo. Se uno non si sente più quello di prima, per rispetto della carriera che ha avuto è giusto fermarsi”.
Quella di allenare è un’idea nata da poco oppure ha già un programma in testa?
“Sto prendendo informazioni per capire come può evolvere la cosa. In quanto atleta azzurro (servono 25 presenze e Polonara ne ha totalizzate 94, ndr) posso già iscrivermi al corso regionale in Campania e poi al nazionale a Bormio. Spero di poterlo già fare quest’anno”.
Nella sua seconda vita a che allenatore le piacerebbe ispirarsi?
“Come mentalità mi sento vicino a Pozzecco anche se a volte mi rendo conto che esagera. Come atteggiamento e comunicazione con i giocatori mi ritrovo nel suo approccio. Mi piacerebbe essere un coach diverso, più permissivo verso i giocatori. Oggi ci sono molti allenatori che “rompono” mentre io cercherei una maggior empatia con la squadra, un rapporto basato sulla fiducia. Un allenatore in stile Poeta”.
Come ha reagito ai numerosi messaggi arrivati sul suo profilo dopo l’annuncio del ritiro?
“Un affetto infinito che mi ha regalato grande forza. Amici, ex compagni, squadre dove ho giocato o che ho sfidato. Bellissimo”.
Come procede il decorso post-trapianto?
“Vivo alla giornata. Ci sono momenti in cui mi sento meglio mentre altri in cui non mi sento bene, sono stanco, debilitato. Questo è dovuto anche dai numeri farmaci che devo prendere. Ci vorranno cinque anni per essere sicuri che non ci sia un rigetto del trapianto e di conseguenza di aver battuto la leucemia. Mi dà forza la terapia che sto seguendo in Spagna, dovrebbe ridurre il rischio”.
Lunedì ha salutato definitivamente Sassari, il club che, tesserandola, aveva creduto nel suo recupero.
“Tornerò in Sardegna nei prossimi giorni per recuperare le ultime cose”.
Nella sua scelta ha pesato la retrocessione della Dinamo?
“Per il legame che ho con questo club avrei voluto festeggiare la salvezza. Forse avrei potuto tenere duro cercando di continuare per uno o due anni anche se credo che non avrebbe influenzato la mia scelta. Voglio che alla gente resti il ricordo di me delle stagioni vissute prima del trapianto”.
La decisione di ritirarsi è frutto di una lunga riflessione? Oppure ha agito d’impulso?
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“Sono una persona che quando deve prendere una decisione riflette il giusto e nell’ultima settimana ho pensato molto a questa soluzione. Pensavo di stare peggio invece sono sereno”.
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