La sessantunesima Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia che sarà inaugurata sabato 9 maggio è intitolata In Minor Keys, ed è stata curata da Koyo Kouoh, curatrice camerunense naturalizzata svizzera prematuramente scomparsa l’anno scorso all’età di 58 anni, già Direttrice Esecutiva e Curatrice Capo dello Zeitz Museum of Contemporary Art Africa di Città del Capo. Il titolo della Biennale è ispirato a una citazione dello scrittore e attivista afroamericano James Baldwin, e richiama l’attenzione su voci minori, intime, trascurate e resilienti: un tentativo di promuovere un approccio all’arte più lento, più attento e comunitario, capace di farsi sentire nel rumore del mondo moderno.
Una di quelle voci minori che sanno però farsi ascoltare è quella che anima il Padiglione Ucraino. Qui l’arte interroga il pubblico sul significato delle garanzie di sicurezza, con il progetto Security Guarantees. L’opera realizzata dall’artista ucraina Zhanna Kadyrova unisce il simbolismo alla memoria storica, e offre una riflessione sulla fragilità e sulla resilienza del popolo ucraino con la scultura Origami Deer, realizzata nel 2019 e installata nel parco Yuvileynyi a Pokrovsk, nella regione orientale di Donetsk. L’installazione sorgeva sul sito di un velivolo sovietico smantellato, un tempo destinato a trasportare armi nucleari. Il cervo, che simboleggia la fragilità – dalla forma di carta origami – è realizzato in solido cemento, e rappresentava una rifioritura pacifica dello spazio pubblico. Evacuata dal fronte nel 2024, prima di arrivare a Venezia, la scultura ha percorso un itinerario europeo attraverso Varsavia, Vienna, Praga, Berlino, Bruxelles e Parigi, diventando un simbolo degli sfollati ucraini e della storia recente del paese.

Un appuntamento parallelo a Security Guarantees è proposto dalla Victor Pinkchuk Foundation e il PinchukArtCentre, che presentano la mostra Still Joy – From Ukraine into the world, un evento collaterale ufficiale della sessantunesima Esposizione Internazionale d’Arte, che si terrà al Palazzo Contarini Polignac. L’esibizione riunisce importanti artisti internazionali e ucraini per riflettere sul ruolo della gioia come forza vitale, e come dimostrazione coraggiosa dello spirito ucraino. Il punto di partenza intorno a cui si sviluppa l’intera mostra sono le testimonianze raccolte dal collezionista di storie ucraino Hlib Stryzhko: marine, ed ex prigioniero di guerra che subì torture psicologiche e a cui fu negata l’assistenza medica per una frattura al bacino e alla mandibola.
Alla vigilia dell’apertura della 61ª edizione della Biennale di Venezia, il Padiglione ucraino è anche un punto di attrito tra l’arte contemporanea e una guerra che continua a ridefinire i confini, riorganizzare le vite, e rimodellare i linguaggi di un popolo che resiste all’oppressione. Un padiglione che funge da presidio politico della memoria e della resistenza culturale ucraina. In Ucraina, anche i luoghi della cultura sono stati presi come bersaglio, una distruzione su larga scala del patrimonio culturale, storico e religioso, intensificato dopo dell’invasione russa del 2022: atelier distrutti, musei bombardati, archivi dispersi, ma soprattutto artisti che sono stati uccisi, mentre altri sono partiti per il fronte o finiti in esilio. Ogni opera esposta al Padiglione Ucraino è un frammento di una continuità culturale, che rivendica l’identità ucraina, che resiste alla distruzione.

Affiancato al programma ufficiale, per le strade di Venezia nasce anche un’azione parallela. Si tratta del “Padiglione Invisibile”, un’iniziativa promossa dal NAU – Network Associazioni per Ucraina che si sta diffondendo per la città attraverso una rete di manifesti affissi negli spazi urbani, nei luoghi di transito, e lungo i percorsi che collegano i Giardini, l’Arsenale e il centro storico. A prima vista, i manifesti sembrano appartenere all’ecosistema grafico della Biennale: titoli di mostre, date di proiezioni cinematografiche, presentazioni di libri, e incontri aperti al pubblico. Nomi di artisti, scrittori, registi appaiono nel consueto calendario degli eventi collaterali che, durante ogni edizione della Biennale, costellano la città. Ma guardando meglio, sulle fotografie degli autori e delle autrici ucraini, una scritta diagonale taglia il foglio. “CANCELLED because the author was killed by Russia”.
Il programma del “Padiglione Invisibile” esiste infatti solo sulla carta: gli eventi in programma non si terranno mai. Ogni locandina racconta una vita spezzata, una ricerca artistica interrotta, un’opera monca che non potrà più essere prodotta. Attraverso un Qr code, i manifesti rimandano a un archivio digitale costruito da PEN Ukraine, un’organizzazione culturale per la tutela dei diritti umani che riunisce intorno a sé autori, giornalisti, scrittori, drammaturghi, studiosi, editori, traduttori, attivisti per i diritti umani, manager culturali, fotografi e illustratori ucraini. Qui sono raccolti i profili degli artisti, le opere realizzate, i libri pubblicati, e i progetti incompiuti. L’archivio è una piattaforma di consultazione che restituisce complessità a biografie che nel discorso pubblico e nelle pagine di cronaca sono ridotti a bollettini di guerra.

Il “Padiglione Invisibile” si incontra sul percorso del Padiglione ufficiale dell’Ucraina, pur rimanendo fuori dai confini istituzionali. Se ai Giardini si espongono opere sopravvissute alla guerra, nelle calli e nei campi veneziani permane una produzione artistica cancellata, anche a livello simbolico. Nel sistema della Biennale, dove ogni paese cerca di definire la propria identità attraverso l’arte contemporanea, l’Ucraina da una parte continua la sua produzione culturale; dall’altra sottolinea la brutalità dell’invasione russa. In una Biennale che tradizionalmente celebra la pluralità degli sguardi creativi, questa iniziativa offre una prospettiva diversa: quella di ciò che non potrà più essere guardato.