di
Cesare Giuzzi

Fino ad ora non si era mai parlato dei video sulla pendrive. Chiara li aveva copiati e poi cancellati. Solo chi li ha visti su quel supporto poteva sapere della loro esistenza

L’intercettazione ambientale in macchina è del 14 aprile dell’anno scorso. Da quasi un mese esatto Andrea Sempio sa di essere indagato nella nuova inchiesta dei carabinieri della Omicidi di Milano. È da solo, farfuglia alcune parole come spesso gli succede. Un soliloquio in cui parla di Chiara Poggi e  dei video intimi che avrebbe visto sul suo pc e della loro presenza su una pendrive usb, un particolare che non poteva essere conosciuto in quel momento. Ma soprattutto racconta, «imitando voce femminile», il (possibile) dialogo con la vittima: «Lei ha detto.. “non ci voglio parlare con te” (qui imita la sua voce, ndr). E ancora: «Era tipo io gli ho detto “riusciamo a vederci?”. E poi ancora aggiunge: «Lei mi ha messo giù… E ha messo giù il telefono… ah ecco che fai la dura (ride, ndr) ma io non l’ho mai vista in questo modo, l’interesse non era reciproco, caz…o. Lei dice “non l’ho più trovato” il video (con tono di voce tutto sbagliato) poi (modificando la propria voce) io ho portato il video». E ancora: «anche lui lo sa… perché ho visto… dal suo cellulare… perché Chiara non… con quel video e io ce l’ho (voce bassa) dentro la penna, va bene un caz…o».

Per gli investigatori le parole di Sempio sono quasi una confessione anche perché fino ad ora non si era mai parlato dei video sulla pendrive. Chiara li aveva copiati e poi cancellati. Ma solo chi li ha visti su quel supporto poteva sapere della loro esistenza. Un dettaglio? No, un elemento inedito secondo gli inquirenti. Sempio aveva sempre ripetuto che quelle chiamate erano state fatte per errore in cerca dell’amico Marco, fratello della vittima. Una versione che da subito non aveva convinto, ma che — nonostante i dubbi di alcuni carabinieri dell’epoca — non venne verificata accontentandosi della fotocopia del ticket-alibi e di verbali redatti facendo «una cappellata» (cit capitano Cassese) e le indagini presero rapidamente la via di Stasi unico colpevole. Oggi la ricostruzione (provvisoria e non ancora vagliata da un giudice) dei pm guidati dal procuratore Fabio Napoleone invece racconta un’altra storia. Fin dalla dinamica del delitto: inizio vicino al divano e il tentativo disperato di Chiara di difendersi dalle martellate.



















































L’errore del tappetino

Ricostruzione che si basa sulla rilettura degli atti e di alcuni incomprensibili errori nei sopralluoghi dell’epoca. Come il tappetino della cucina, quello davanti al lavabo dove — sulla base di una macchia di sangue repertata sul mobile — la Procura sostiene si sia lavato il killer prima di fuggire. Ecco, quel tappetino venne sollevato e «arrotolato» prima di spruzzare il luminol solo sul pavimento. Risultato? Le impronte del killer arrivavano fino al tavolo per poi interrompersi. Forse anche per questo da subito a Vigevano si concentrarono sul bagno del piano terra e sulla traccia sul dispenser lasciata da Stasi, che per i pm pavesi invece non venne mai usato dall’assassino.

L’hard disk di casa

Mercoledì tra le accuse mosse a Sempio i pm di Pavia hanno parlato anche di una serie di ricerche sul «caso Garlasco», su «Stasi», sulle varie fasi processuali e soprattutto sul Dna trovato sulle mani di Chiara che Sempio effettuò tra il 2014 e il 2015, periodo in cui non era indagato e il suo nome non era mai emerso nelle indagini e tantomeno al grande pubblico. Ma c’è una stringa di ricerca in particolare, ritrovata dalle analisi su un hard disk sequestrato dai carabinieri di Milano a casa sua che parla di «Dna mitocondriale» proprio in coincidenza con le analisi svolte durante il processo di appello bis a Stasi. E poi quegli scritti, moltissimi e dal contenuto spesso violento, analizzati dagli esperti del Racis per ricavarne un profilo criminologico. C’è l’impronta «33» che per i pm è stata lasciata da una mano «bagnata» come hanno raccontato a verbale i carabinieri che all’epoca fecero il sopralluogo: faceva «senso» e per loro era la traccia lasciata dal killer.

Lo scontrino e la madre

Sullo scontrino di Vigevano le intercettazioni dimostrerebbero «l’inconsistenza» dell’alibi per la mattina del delitto. In una in particolare il padre «accuserebbe» quasi la madre di aver fatto quello scontrino. A questo si aggiunge poi un testo scritto di Giuseppe Sempio sulla famosa agendina in cui annotava le mosse per la difesa del figlio nel 2017 (e dove c’era il riferimento alla presunta corruzione che lo vede ora indagato a Brescia con l’ex pm Mario Venditti). Giuseppe Sempio riprende i racconti delle vicine di casa che parlano della bici vista in via Pascoli durante il delitto. E scrive che il figlio era a piedi quella mattina. Una versione in contrasto con il suo racconto (e anche quello del padre quando verrà sentito) che ha sempre sostenuto di essere andato alla libreria a Vigevano in macchina una volta che intorno alle 10 la madre era ritornata a casa. Per gli inquirenti è invece possibile (c’è la testimonianza dell’amico pompiere) che proprio la donna fosse a Vigevano quel 13 agosto. Certamente non lui.

Atti segreti a Garofano

Sullo sfondo della vicenda c’è poi il tema delle indagini 2017 e di quello stranissimo passaggio di atti ancora segreti che i legali di Sempio mandano tra il 2016 e il 2017 al generale Luciano Garofano, loro consulente (prima si era occupato delle indagini come capo dei Ris). Copia che secondo i pm arriverebbe da Milano, visto che non corrisponde alle copie depositate a Brescia o nelle mani del legali di Stasi.


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7 maggio 2026