di
Monica Colombo

Un anno fa di questi tempi il Becca usciva dalla struttura che lo aveva curato dopo l’emorragia cerebrale, ieri l’addio. Marotta: «Un esempio da seguire»

BRESCIA «Lunedì ho fatto in tempo a dirgli che l’Inter ha vinto lo scudetto». Nagaja, figlia unica di Evaristo, stringe mani e consola i tanti amici che sono accorsi a dare l’ultimo saluto al numero 10 più amato dai nerazzurri. Fra cinque giorni il Becca, fantasista nella vita prima che in campo, avrebbe compiuto 70 anni: da diversi mesi però il suo mondo si era svuotato di quei piaceri che ne avevano accompagnato l’esistenza. Le Marlboro, le cene, le partite, gli ex compagni, i viaggi.

Il 9 gennaio dello scorso anno l’episodio spartiacque della sua esistenza: «Un amico che lo doveva accompagnare a Pavia era arrivato a casa sua e lo aveva trovato in stato confusionale — aveva raccontato al Corriere la moglie Danila —. Nagaja si era precipitata a casa sua a Milano: Evaristo era cosciente, parlava ma non tutto quello che diceva aveva un senso». Di lì la decisione di portarlo all’ospedale Fondazione Poliambulanza di Brescia, dove tutto è cominciato e dove nelle ultime ore tutto è finito. Al pronto soccorso lo avevano sottoposto alla tac che aveva evidenziato un’emorragia cerebrale. Poi il coma, durato 47 giorni.



















































Un anno fa di questi tempi il Becca usciva dalla struttura che lo aveva curato, isolato e protetto dalla curiosità. Danila, una donna minuta ma dalla tempra di acciaio, per dodici mesi a casa lo ha accudito, ha incoraggiato i progressi, lo ha spinto a sorridere nei giorni più bui. Beccalossi ha ricevuto nel frattempo la visita di tanti ex compagni: gli ex interisti dello scudetto del 1980 si sono alternati nei pomeriggi degli ultimi mesi a tenergli compagnia.
Nazzareno Canuti uno dei più assidui: quando a gennaio è mancato e Nagaja è stata costretta a informare il papà che non si capacitava dell’improvviso assenteismo dell’amico di una vita, il crollo. «Papà si è chiuso in se stesso, dopo quell’episodio emotivamente non si è più ripreso». Da allora poche parole, un velo di malinconia, la rabbia dettata dalla consapevolezza di non poter più aggredire la vita a morsi come un tempo. Martedì, il nuovo ricovero in ospedale a causa di un’infezione. Ha ricevuto la visita di Enrico Ruggeri, legato al Becca da un rapporto storico di affetto e stima. «L’abbraccio di martedì sera è stato uno dei momenti più strazianti della mia vita» ha scritto il cantante sui social.

Nella folla che ieri si è radunata nella camera ardente c’era la sindaca Laura Castelletti, la segretaria storica del Brescia che raccontava di quella volta che l’Evaristo ha pareggiato con il Varese segnando il gol del 3-3, le ragazze del bar dell’ospedale che hanno consolato e scherzato con Danila e Nagaja per i lunghi mesi della degenza del Becca, il capitano del suo Brescia Egidio Salvi, e il presidente dell’Inter Beppe Marotta.
 
«Evaristo è stato fonte d’ispirazione per tanti giovani calciatori, sia tifosi dell’Inter che di squadre avversarie. Ha vissuto il suo splendore in un calcio romantico, artefice di giocate sublimi che hanno emozionato tutti. Nelle società in cui è stato si è sempre comportato bene, è un esempio da seguire». Marotta parla del campione con sincera commozione. «Era un talento bello da vedere. Aveva grandissima qualità, sembrava pattinasse sul campo». Prima di congedarsi il presidente dei nerazzurri accarezza la testa di Danila, saluta con affetto Nagaja. «Ora bisogna vincere la Coppa Italia per lui: dobbiamo dedicargliela».

7 maggio 2026