Vedrete spesso questa inquadratura.
Raga ci siamo, ce l’abbiamo fatta. D’ora in avanti, quando parlerete di film tratti da videogiochi e vi chiederanno con aria sprezzante di citarne uno che sia almeno decente, potrete rispondere a botta sicura “Exit 8” mettendo a tacere chi avete di fronte. Se volete anche pisciare sulla loro colazione potete rispondere “Exit 8, pensa, è andato pure a Cannes!”, e sorridere con aria di superiorità.
Finora le risposte a questa tremenda domanda si dividevano in tre categorie:
1) risposte ironiche, tipo “Street Fighter quello con Kylie Minogue” o “il Super Mario con Bob Hoskins” (che, intendiamoci, è comunque un filmone)
2) risposte a mezza bocca riferite a esperimenti riusciti altrettanto a metà, tipo “il Mortal Kombat di Anderson” o “il primo Silent Hill di Gans”, quest’ultima da sempre l’àncora di salvezza definitiva per dimostrare che anche il videoludo può avere una dignità in sala
3) risposte evasive e intellettualoidi basate sul concetto di “non è veramente tratto da un videogioco ma le regole la grammatica l’immaginario et cetera”, tipo “Source Code che è come un punta-e-clicca” o “Edge of Tomorrow che è il Dark Souls degli alieni contro gli umani in tuta spaziale”
Nessun essere umano si è mai sognato di rispondere citando quelli che dovrebbero essere i grossi calibri, quelli con i soldi e i talenti, i Prince of Persia e gli Assassin’s Creed e i Tomb Raider e gli Uncharted e tutte quelle altre fetenzie di questo calibro che non cito perché sono misericordiosamente riuscito a dimenticare.
E di sicuro nessun essere umano ha mai difeso il valore del videocinemagioco invocando Uwe Boll.
Anche questa.
Da oggi però cambia tutto! E non credo sia un caso che il primo vero successo (quasi) totale nella trasposizione di un videogioco al cinema arrivi a) dal Giappone e soprattutto b) da un gioco piccolo, semplice ed economico, il quasi omonimo The Exit 8, una di quelle micro-esperienze che si concludono nel giro di un’ora e che, secondo me proprio in quanto tali, non hanno alcuna visibilità al di fuori della bolla videoludica e pochissima anche al suo interno. Dell’interno lascio discutere chi vuole e ne sa di più, sull’esterno invece due robe voglio dirle, la prima delle quali è che il motivo per cui un gioco come The Exit 8 non attira alcuna attenzione presso i laici è che dura troppo poco. Spendi tre euro, ci giochi un’oretta dopo cena ed è finito, come finisce un libro o un film. E la Stampa Generalista sa bene che non è lì che girano i soldi, e che i videogiochi che interessano appartengono anch’essi a tre categorie:
1) storie di eroi armati fino ai denti che fanno il culo ai cattivi e passano un sacco di tempo a parlare ad alta voce con sé stessi (o con il loro compagno/la loro compagna, che è la deriva più recente e più di successo)
2) le stesse storie ma vissute in compagnia degli amici e/o di un numero improbabile di tredicenni che hanno avuto rapporti sessuali con tua madre la sera prima
3) giochi di sport
Voglio dire che The Exit 8 sarebbe l’opera perfetta per un bel pezzo controcorrente e un po’ hipster da pubblicare su qualche testata medio-grande, e come lui ce ne sono centinaia di altrettanto validi e interessanti ma per qualche motivo c’è una sorta di allergia nell’andare a esplorare il lato più sperimentale del videoludo, come una sorta di paura strisciante di scoprire che può essere interessante e stimolante e innovativo e pure shockante e trasformativo. Non che The Exit 8 sia tutto questo, è una bella esperienza con una bella idea dietro e che ha raggiunto un tale status di culto da aver ispirato decine di più-o-meno cloni, ma resta un singolo elemento in una costellazione più ampia nella quale ci sono stelle ancora più brillanti (l’ormai mitologico P.T., per dirne una); nel suo campo è un’opera che ha una sua dignità e non tanto di più, tanto quanto la sua trasposizione cinematografica è, sempre nel suo campo, un istantaneo gigante con cui misurarsi.
Come Exit 8 guarda gli altri film tratti da videogiochi.
Comunque, il mio punto è che, essendo un’opera minore per quanto affascinante, The Exit 8 ha potuto ricevere l’adattamento ideale: quello senza pressioni dall’alto, e con il bonus di avere un attore protagonista (l’eccellente Kazunari Ninomiya) che è un grande fan del gioco e ha quindi partecipato attivamente alla sceneggiatura e alla produzione. Ce lo vedete Michael Fassbender a farsi pagare per passare un’ora e mezza a girare per gli stessi tre corridoi viaggiando a spirale verso la sua stessa follia, e senza mai menare le mani in CGI? Una grande distribuzione hollywoodiana scommetterebbe mai su un film così minimale, minimale e liminale, un The Cube con meno personaggi e meno colori usati come codice?
NO, signora mia, glielo dico io, NO! Per cui, libero da vincoli lacci e lacciuoli, Genki Kawamura ha potuto girare un film sperimentale e pazzissimo, pieno di virtuosismi ma anche di cervello fottuto, ansiogeno come una scadenza, martellante e ripetitivo come le vostre vite di merda fatte di svegliarsi ogni mattina, prendere la metro o imbottigliarvi nel traffico, passare dieci ore a fare un lavoro che non vi piace circondati da gente che odiate prima di tornare a casa e ripetere lo stesso viaggio ma al contrario e più sudati, e non è forse questo un inferno peggiore del vero inferno? SIGLA!
Quella roba sopra non la dico io eh, figuriamoci, manco so che vite facciate e sono sicuro che siano tutte magnifiche; lo dice uno dei letteralmente quattro personaggi del film in una scena che è più strana di quello che è successo fin lì ma meno strana di quello che succederà poi, e se questo non è un complimento enorme io sono un film tratto da un videogioco. Exit 8 è un film dove si parla pochissimo, si ripetono spesso gli stessi concetti eppure che riesce, facendo girare a caso della gente per letteralmente quattro corridoi, a buttare lì spunti di ogni genere a riguardo della natura da giorno della marmotta della vita impiegatizia, ma anche riflessioni sul diventare padre, sul saper amare e sapere farsi amare, ovviamente sul senso di colpa.
È anche un gigantesco calderone di spunti e ispirazioni varie, che vanno dal succitato mondo degli spazi liminali (un buco nero nel quale vi consiglio di tuffarvi se avete tempo, anche perché potreste scoprire che persino 4chan ha fatto cose buone) a M.C. Escher passando per tutti i videogiochi a cui è ispirato The Exit 8 tra cui mi piace citare il meno scontato Portal, tutta roba che poi a sua volta affonda le sue radici in boh, Matheson e King ma anche Calvino e Kafka ma anche Mark Danielewski?, che ne so, tutta questa estetica del liminale insomma, di decostruzione della realtà, di spazi a metà tra uno spazio e l’altro, tipo The Terminal ma interessante insomma. Exit 8 ha il clamoroso merito di non farsi travolgere da questa cascata e di selezionare accuratamente tutte e sole le cose che servono a creare disagio e disorientamento: segue uno stile e una grammatica ben precise ma resiste tenacemente alla tentazione del citazionismo, che è spesso la scorciatoia dei poveri (di idee dico).
“Ma questo… è il cartello con lo spiegone!”
E cosa ci dice questo cartello? Tutto quello che dovete e potete sapere di Exit 8 senza rovinarvi alcuna sorpresa. C’è un tizio senza nome che sta faticosamente trascinandosi verso il suo luogo di lavoro part-time; mentre è pigiato in metropolitana riceve la chiamata della sua ex che gli rivela di essere incinta, e cosa vogliamo fare con questo bambino? Sono in ospedale, raggiungimi. Tormentato dai dubbi, l’uomo senza nome finisce incastrato in un loop: per raggiungere l’uscita 8, l’unica che lo porterà verso la sua destinazione, deve seguire quattro semplici regole e vincere il gioco.
È davvero tutto qui, è davvero così semplice. Nel giro di pochi minuti, grazie alla forza di tante immagini e pochissime parole, Exit 8 ti spiega le sue regole e intanto ti fa conoscere (e cominciare a studiare) i corridoi nei quali passeremo i successivi novanta minuti. In questo senso diventa un film “””interattivo”””, o se volete l’equivalente di seguire uno streamer su Twitch, perché chi guarda è incoraggiato a esplorare l’inquadratura in cerca di indizi su cosa dovrebbe fare il nostro protagonista (è tutto normale e può procedere? Ci sono le anomalie e quindi deve tornare indietro?), e di conseguenza a urlare “noooo!” oppure “bravooo!” ogni volta che l’uomo senza nome fa una scelta. Il tutto senza abbandonarsi acriticamente all’estetica da videogioco, che di per sé non è un male ma in un progetto così sperimentale rischiava di diventare il centro di gravità di tutto il lavoro (l’effetto Hardcore!, per capirci). Invece Exit 8 si ricorda sempre di essere anche un film e riesce a fondere le due grammatiche (quella del cinema e quella del videoludo) in una roba che è, di nuovo, il miglior esempio di come si possa trasformare un videogioco in un film.
“E tu le sai le regole? Ah non sai leggere eh? Pirletti!”
Non ho ancora detto nulla sul concetto di “anomalie” che compare tra le regole del gioco, perché, di nuovo, se vi svelassi cosa si intende con “anomalie” vi rovinerei la sorpresa e ci tengo che vi avviciniate a questo film incuriositi ma il più ignoranti possibile. Tutto il film è una delizia anche registica, con uno dei migliori usi di corridoi al cinema dai tempi di Shining, ma quando decide di rilasciare un po’ la tensione per puntare sullo strano o sullo schifo o su una combinazione di entrambi regala un paio di scene che mi porterò con gioia nei miei peggiori incubi. È incredibile quanta roba diversa riesca a fare semplicemente facendo vagare un tizio per i tunnel di una metropolitana giapponese; tanto che quel paio di sequenze in cui li abbandona per [REDACTED] sono anche le più deboli del film.
Che resta nel suo complesso un film fortissimo, giustissimo e fichissimo. Una bella sberla che mi ha tenuto incollato al divano per novanta minuti e, oltre a mettermi ansia e claustrofobia e orrore esistenziale e pure un po’ di sana paura, ha fatto quella cosa sempre più rara di tirarmi in mezzo, e senza mai dover rompere la quarta parete o usare altri meta-trucchetti ormai lisi e consunti.
Poi ci risentiamo a dicembre, ma se lo trovassi fuori dal mio podio il 2026 sarà stato un anno pazzeschissimo.
Quote
«Liminale te e tuo nonno»
(Stanlio Kubrick, i400calci.com)
Dove guardare Exit 8
Tieni traccia di Exit 8 su JustWatch