Seduto al tavolo del bar del circolo dove sta per iniziare ad allenarsi, Luciano Darderi diventa oggetto d’attrazione senza fare nulla che possa giustificare l’ondata di abbracci che lo travolge. È una questione d’affetto, che esula dallo status che si è guadagnato nel corso degli anni spesi sui campi da tennis di tutto il mondo: c’è una storia pregressa, quella di un bambino abituato a essere parte del contesto negli anni in cui papà Gino (che in realtà si chiama Luciano esattamente come il figlio), una volta terminata la carriera di tennista, faceva il maestro sui campi dell’allora Forma Center, ormai da tempo diventato Villa York Sporting Club. Luciano stringe la mano a uomini che lo hanno visto bambino, si fa accarezzare la testa, racconta gli ultimi giorni di gara a Madrid e ciò che lo attende in quello che per lui è di fatto il torneo di casa, gli Internazionali d’Italia.
Prima di allenarsi parla a lungo con tutti, con i soci, con la donna che gestisce il bar-tavola calda, Johanna, una figura sulla cui esistenza sarebbe possibile scrivere una sceneggiatura: condividono la lingua madre, lo spagnolo, e per un attimo creano una sorta di enclave meravigliosa da vedere e nella quale pare persino oltraggioso provare a entrare, rompendo una bolla invisibile in cui si trovano soltanto loro. E la stessa dinamica si crea quando, oltre a Gino, arriva il fratello di Luciano, Vito, classe 2008 che sta cercando di percorrere la strada tracciata da quello che attualmente è il ventesimo miglior tennista del mondo, numeri ATP alla mano. Quando poi l’allenamento comincia, sotto gli occhi del papà e con il maestro Emiliano Privato, campione del mondo over 40 in carica, dall’altra parte della rete, si ha la netta sensazione che le palline possano esplodere da un momento all’altro per i colpi del dritto di “Luli”, seguito nella spedizione romana da un team che è letteralmente una famiglia allargata, e per una volta la definizione ha pienamente senso.
Iniziamo l’intervista poco dopo che sul suo telefono sono arrivati gli aggiornamenti del sorteggio del tabellone degli Internazionali: potrà contare sul bye al primo turno e questo gli garantirà qualche preziosissimo giorno di riposo in più, ma al secondo lo aspetta il vincente tra Hubert Hurkacz e Yannick Hanfmann, e non è certo un abbinamento dolce per chi entra nel main draw come testa di serie. L’intervista, inevitabilmente, parte da questo.
«Troverò il vincente tra Hurkacz e Hanfmann, chiaramente aspettiamo di vedere chi vincerà ma c’è un giocatore contro cui ho perso qualche settimana fa a Monte Carlo [la sconfitta in tre set contro il polacco, nda], sono comunque pronto a scendere in campo per lottare e divertirmi, che questa è la settimana più bella dell’anno: la gente, la famiglia, il tifo, è un momento che aspetto tanto».
Cosa vuol dire giocare a Roma?
Fin da quando metto piede in città sento qualcosa ti diverso, per me è sempre il torneo che venivo a vedere da piccolo, ho vissuto qui per tanti anni e mi fa un effetto speciale. Ci sono tanti amici sulle tribune, persone che magari mi vengono a vedere solo in questa occasione durante l’anno, c’è anche un po’ di pressione, questo capita non solo a me ma a tutti gli italiani che giocano qui e hanno aspettative alte. Non è un torneo facile, io scenderò in campo da numero 20 del mondo e numero quattro in Italia: se da un lato ci sono le aspettative da rispettare, dall’altro il fatto che ci siano anche tanti altri italiani forti alleggerisce un po’ di pressione. È una chance da non sprecare: qui nel 2024 ho perso con Zverev che poi ha vinto il torneo ma avevo giocato buonissime partite contro Navone e Shapovalov, lo scorso anno sono uscito con Draper che era numero 4-numero 5 del mondo. Quando ho avuto modo di giocare con giocatori al mio livello ho sempre vinto e questo mi dà un po’ di tranquillità in più, ho giocato al massimo e non mi sono bloccato.
L’ultima apparizione di Darderi agli Internazionali.
Quando oggi parli di giocatori del tuo livello fin dove arriva il tuo sguardo?
Il ranking dice che io oggi sono il numero 20. Quello è solo un numero, noi lavoriamo sempre per andare avanti, io penso di poter raggiungere la Top 10. Devo dire che tempo fa non pensavo di arrivare in top 20, ma adesso sento che l’obiettivo è vicino e vogliamo andare ancora avanti. Sono le 9-10 posizioni più difficili da scalare, ma pensavo la stessa cosa quando ero numero 30: più ti avvicini alla vetta, più è difficile.
Sei reduce da qualche settimana un po’ complessa, come ti senti?
Il ranking in cui mi trovo in questo momento mi dice che posso fare un grande salto: questa cosa la sento, mi sento vicino a poter fare qualcosa di bello. Fare un buon torneo sulla terra adesso mi permetterebbe di fare un bel passo avanti. Allo stesso tempo, so che devo cercare di rimanere tranquillo: a Madrid [dove ha anche giocato in doppio con Tsitsipas, nda] ho perso con Cerundolo che sulla terra gioca sempre molto bene ma sono contento del livello delle mie ultime prestazioni.
Durante l’anno gli impegni di un tennista si sono moltiplicati, in campo e fuori: si parla tanto della questione fisica ma forse un po’ poco dell’importanza del fattore mentale. Come ti sei organizzato per affrontare questi due aspetti?
Questa è una bella domanda, è un tema importante. Per trovare un po’ di serenità quest’anno abbiamo deciso di cambiare qualcosa e di non giocare i Challenger in mezzo ai tornei 1000: per me è molto importante, non ho avuto bisogno di giocare, ho saltato delle settimane che invece negli scorsi anni mi vedevano sempre in campo e questo mi consente di stare un po’ più tranquillo e sicuro. Sento di avere più tempo per allenarmi e per recuperare, mi aiuta tantissimo a staccare mentalmente. Quest’anno non ho giocato tra Indian Wells e Miami, non ho giocato Cagliari: certo, avrei potuto accumulare qualche punto in più, ma riposare a livello fisico e mentale sta diventando fondamentale. A volte ti fai male fisicamente perché sei costretto a giocare senza sosta, non ti alleni e non ti riposi. Io cerco di allenarmi anche durante i tornei e penso sia una mia bella qualità.
Nel medio periodo avrai anche due tornei in cui dovrai difendere le vittorie dello scorso anno, Bastad e Umago: come ti avvicini a quella fase della stagione?
Cerco di non pensare ai punti che devo difendere ma a quelli che lo scorso anno non ho fatto. Ci arrivo con tranquillità, sinceramente, penso che sia l’unico modo possibile per non diventare matto: se ragionassero così, i top 10 praticamente non riuscirebbero a giocare a tennis. Alla fine è una race, tu parti il primo gennaio e sai che da lì a fine anno devi cercare di fare il meglio, in questo momento ho fatto quasi 900 punti e lo scorso anno di questi tempi ne avevo 350. Ho fatto bene ad Auckland, ho fatto bene in Australia, nei 250, anche questa è una cosa che mi sta aiutando: essere testa di serie nei 1000 ti permette di partire con una gara di vantaggio. Adesso sto riuscendo a ragionare torneo per torneo, forse un anno fa la pensavo diversamente: mi innervosivo, sapevo di dover difendere dei punti e di guadagnarne altri e mi dicevo che era necessario giocare un Challenger in più. Adesso quelle energie non le disperdo e le utilizzo per allenarmi e migliorare gli aspetti del mio gioco.
Ritieni che il tema delle superfici ormai sempre più simili tra loro sia reale o si esagera un po’ nel raccontare questo appiattimento?
Sono nel circuito a buoni livelli da tre anni, quindi non posso parlare di com’erano i campi di dieci o vent’anni fa. Da quello che ascolto da chi c’era, sui quattro Slam adesso le superfici sono effettivamente abbastanza simili tra loro. Penso che esista ancora una differenza soprattutto nei tornei 250, dove puoi trovare delle condizioni un po’ particolari: magari a Auckland il cemento è più lento mentre a Brisbane la palla viaggia più veloce, se giochi a 40 gradi oppure in altura le cose cambiano, ti trovi in campo a Buenos Aires e ti accorgi che la sera il campo è più lento. Di sicuro si sta vedendo un tennis un po’ diverso da prima, quando era più facile vedere il giocatore che faceva serve and volley, ma tanto dipende anche dal gusto di ognuno. Se si riesce a uscire dal servizio, nel tennis di oggi si vedono scambi di altissimo livello e con colpi molto veloci, specialmente quando la partita è tra due giocatori di un buon valore. Lo spettacolo esiste ancora, anche se è cambiato.
I quarti di finale raggiunti da Darderi ad Auckland.
Un altro socio si avvicina, gli stringe la mano, gli dice che guardano tutte le partite nella sala con lo schermo grande. Quando si allontana, Luciano spiega che riesce a riconoscere i soci nuovi da quelli che lo hanno visto crescere. Sul tavolo c’è anche una pallina che ha autografato per mia figlia e quando riprendiamo a parlare cerco di riportarlo indietro di vent’anni.
Mi diresti qual è il tuo primo ricordo con una pallina da tennis?
È mia nonna. Mi aveva regalato lei la prima racchetta, mi pare fosse una Wilson, blu. Avevo 3 o 4 anni. Questo ricordo me lo porto sempre dietro.
La porti con te anche fisicamente con un tatuaggio, sacrificava la sua pensione per consentirti di giocare: quanto incide nella tua vita di tutti i giorni e in campo questo attaccamento alla famiglia?
Quello che abbiamo è veramente speciale. Io, mio fratello e mio padre siamo sempre insieme, mia mamma ovviamente viaggia poco ma con mio padre sono sempre in campo, è il mio allenatore. Mia nonna mi ha sempre aiutato, da parte mia c’è sempre un pensiero per lei anche se non c’è più. Siamo tutti molto uniti e questo rende il mio viaggio ancora più speciale: stiamo vivendo di sport, di quello che abbiamo sempre voluto. Quando ho iniziato, diventare un professionista era un pensiero presente, ma mai avrei pensato di arrivare a un livello così alto. Una volta che ci sei, vuoi salire ancora di più, e spero che possa riuscirci anche mio fratello che è sulla strada giusta: deve lavorare ancora tanto, non è facile avere un fratello più grande che è a un certo livello. Penso che un pizzico di pressione extra possa aiutarti e cerchiamo di crescere insieme, anche perché mi accorgo che essendo lui ancora giovane questa aspettativa potrebbe pesargli un po’.