«Sansone accecato dai Filistei», dipinto da Rembrandt nel 1636, è in possesso dello Städel Museum dal 1905 e proviene dalla collezione privata viennese di Friedrich Karl Erwein, conte di Schönborn-Buchheim. L’acquisto era stato possibile grazie allo sforzo congiunto della Fondazione Städel, dell’Associazione dello Städel, e della Città di Francoforte sul Meno. Dallo scorso autunno l’opera è sottoposta a un intervento, che richiederà circa quattro anni, condotto da Stefan Knobloch, responsabile del Dipartimento di restauro, e dalla restauratrice Linda Schmidt. Nel frattempo rimarrà a disposizione del pubblico in formato digitale su staedelmuseum.de.
Universalmente riconosciuto come un capolavoro del Barocco europeo, è un dipinto su tela di dimensioni monumentali: più due metri di altezza per una larghezza che supera i tre metri (il secondo dell’artista per dimensioni dopo «La Ronda di Notte»). Dal punto di vista iconografico è uno degli esempi più alti della pittura storica di Rembrandt e raffigura con una teatralità impressionante il drammatico momento biblico, tratto da Il Libro dei Giudici dell’Antico Testamento, in cui Sansone, tradito da Dalila che gli fa tagliare i capelli in cui risiedeva la sua forza, viene accerchiato e accecato. Jochen Sander, responsabile delle collezioni di pittura tedesca, olandese e fiamminga antecedenti al XIX secolo, spiega come «l’opera, sia per la composizione che per la violenza espressa, richiami “La caccia al lupo e alla volpe” di Pieter Paul Rubens del 1616, e l’incisione “Caccia al leone” di Antonio Tempesta, pittore e incisore veneto del primo barocco italiano». Nel 2015 lo Städel, in occasione del suo bicentenario, lo aveva messo a confronto con la «Giuditta che decapita Oloferne» (1620) di Artemisia Gentileschi concessa in prestito da Capodimonte.
«Il restauro è finanziato in gran parte dall’Art Conservation Project of Bank of America, la seconda istituzione finanziaria degli Stati Uniti con sede europea a Londra, che si occupa di preservare opere d’arte in tutto il mondo per le generazioni future», precisa Knobloch che auspica «si possano aggiungere altri donatori». Schmidt ci spiega che «prima che i restauratori ci mettessero le mani, per fornire loro tutti i dati utili l’opera è stata analizzata per circa un anno nei minimi dettagli grazie alle più moderne tecniche a disposizione come la microscopia elettronica a scansione e la fotografia multispettrale, analisi non invasive di assoluta precisione».
Knobloch sottolinea: «Il restauro adotta il più possibile tecniche e materiali usati da Rembrandt ma, affinché l’opera possa conservarsi più a lungo, ne utilizza anche di nuovi. I danni si devono soprattutto a interventi precedenti, come l’ampliamento della scena di circa 20 centimetri a destra e a sinistra, scoperta grazie al confronto con una copia conservata nello Schloss Wilhelmshöhe di Kassel che, dall’8 maggio al 9 agosto ospita la mostra «Rembrandt 1632. L’invenzione di un “marchio di fabbrica”». Negli anni Settanta la tela è stata rinforzata, cioè ne è stata incollata sul retro una seconda con uno strato di cera in un processo denominato rifoderatura o rintelatura (da non confondere con la rintelaiatura che consiste nella sostituzione del telaio, Ndr): i due restauratori concordano nel sostenere che questo trattamento abbia provocato danni irreversibili. Inoltre, a causa dei numerosi strati di vernice applicati nel tempo, le aree scure hanno perso profondità, dettaglio non secondario se si pensa al geniale uso del chiaroscuro dell’artista olandese. Infine anche la massiccia cornice nera, che risale agli anni Settanta, dovrà essere sostituita da una più adatta all’epoca del dipinto. E qui vengono chiamati in causa dettagli quali la scelta del legno, del colore e delle misure più adatte. È una sfida notevole ed entusiasmante. un viaggio di ricerca nel mondo di Rembrandt.